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Migrazioni: domande e risposte

Da anni il processo migratorio è all’attenzione della prassi politica internazionale e comunitaria; da qualche mese le tensioni si sono inasprite alle frontiere, sotto l’onda di un’esponenziale crescita del consenso elettorale alle destre sempre più xenofobe e protezioniste. I media cavalcano l’onda delle circostanze contingenti, la questione profonda rimane insoluta: come portare in tasca le proprie radici?

Se la definizione identitaria passa dall’ancoramento ad un territorio in maniera quasi stabile, l’annichilimento generalizzato del sé, che è comune al migrante, nega i diritti fondamentali dell’essere umano all’espressione ed al pensiero libero.

L’abbandono della terra natia verso un futuro millantato come glorioso conduce al lento rifiuto della propria condizione di inferiorità rispetto al paradigma; la traversata (che sia la rotta balcanica o la capitale via del mare poco importa) disintegra l’identità; l’arrivo in una terra estranea rivivifica il sé abbandonato per opposizione; il respingimento altera la percezione della propria appartenenza.

Non esistono radici in edizione tascabile.

Sotto il fuoco incrociato dei media, dei talk show e delle costanti modifiche alle leggi in vigore in materia d’immigrazione, la nostra sensibilità umana viene schiacciata.

Le mentite spoglie del vocabolario ci confondono.

 

Ricominciamo da qui:

Che stati concerne la Convenzione di Dublino?

Con il sintagma “Convenzione di Dublino” si fa riferimento alla normativa europea ratificata per la prima volta nel 1990 in Irlanda da 12 Stati (Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Regno Unito) cui si aggiungono l’Austria e la Svezia nel 1997 e la Finlandia nel 1998. È efficace a partire dal 1° Settembre 1997.

Le modifiche alla Convenzione di Dublino furono molteplici. È necessario nominare la riforma del 2003, quella del 2005 ed, infine, la ratifica del nuovo regolamento in data 19 Luglio 2013 che viene applicato a tutti gli stati membri ad esclusione della Danimarca.

Cosa è il Regolamento di Dublino?

Nato come trattato multilaterale in materia di immigrazione e richiesta d’asilo, il regolamento di Dublino si configura come la principale legge mediante la quale l’Unione Europea ha trattato la plurinominata “crisi migratoria” a partire dal primo decennio del nuovo millennio ed il rischio del cosiddetto Asylum Shopping, fenomeno che riguarda le richieste presentate in più paesi Ue da parte dei migranti.

Il Regolamento prevede che il Paese membro in cui vengono registrate le impronte del migrante a seguito dello sbarco si debba fare carico dell’intero iter burocratico successivo, a meno che egli non sia soggetto ad altre leggi speciali: il ricongiungimento familiare, ad esempio.

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Quali sono le principali critiche al Regolamento di Dublino?

Dal momento che i confini più prossimi al Nord Africa e all’Asia si trovano ai margini dell’UE, il Regolamento di Dublino crea una distribuzione ineguale all’interno dei paesi membri. La Grecia, la Spagna e l’Italia si trovano a gestire un flusso nettamente più elevato, se paragonato agli altri stati.

Inoltre, l’UNHCR ha denunciato forti rallentamenti nelle pratiche burocratiche riguardanti le richieste d’asilo, asserendo che spesso la lentezza è sintomatica di una privazione dei diritti fondamentali dell’uomo, che pregiudica notevolmente l’aspetto costitutivo dell’intero procedimento.

Ma, soprattutto, il regolamento di Dublino non incide su due elementi centrali nel percorso di un richiedente asilo: gli standard di accoglienza e la qualità delle risposte alle richieste di protezione. Le statistiche raccolte dall’EASO – Agenzia Europea per l’Asilo – con tutta evidenza fotografano un’Europa in cui ogni singolo Stato mantiene una fortissima autonomia nel determinare quali siano i contesti malsicuri nel mondo e quindi, provenendo da quali Paesi, o zone del mondo, i migranti possano aspirare ad ottenere qualche forma di tutela.

Ugualmente gli standard di accoglienza offerti sono talmente differenziati da prevedere, in alcuni casi, la possibilità di essere detenuti fino al chiarimento dello status di richiedente asilo.

L’Italia negli ultimi mesi affronta una particolare pressione proprio a causa del fallimento della relocation: dal momento che, nell’ultimo anno, il numero di migranti che percentualmente viene foto segnalato ha raggiunto sostanzialmente la totalità, e quindi pochi riescono a fare richiesta di asilo altrove, e ancora meno vengono ricollocati in altri paesi come prevedeva il cd. Migration Compact; di fatto l’Italia si trova ad essere il luogo di destinazione finale, spesso non scelto, per una parte massiccia dei migranti che arrivano, cui si aggiungono, in aumento, quelli che vengono dublinati: riportati cioè nel Paese di primo accesso. Spesso l’Italia.

Schengen: quale evoluzione e quale regresso?

Siglato il 14 Giugno del 1985, l’Accordo di Schengen prevede la libera circolazione di uomini e merci all’interno del territorio nazionale degli Stati nazionali firmatari, vale a dire il Benelux, la Germania dell’Ovest e la Francia. La Convenzione di Schengen è una modifica successiva all’Accordo, firmata in data 19 Giugno 1990 ed efficace dal 1995 alla quale aderiscono anche Italia, Danimarca, Finlandia, Svezia, Grecia, Spagna e Portogallo.

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L’insieme di tali norme confluisce, nel 1999, nel sistema “acquis di Schengen”, pietra miliare del diritto comunitario in materia di circolazione.

Se, da un lato, la libera circolazione rafforza l’identità comunitaria, dall’altra pone i paesi di confine ad aumentare l’entità dei controlli nei confronti dei non-Ue.

Possiamo, pertanto, parlare di evoluzione e di abbandono dell’identità nazionale per quanto riguarda alcuni paesi membri, ma dobbiamo necessariamente sottolineare l’aspetto negativo e disgregante che ha investito i paesi al margine del territorio dell’Ue. 

Cosa significa “richiesta di asilo”?

La richiesta di asilo è una pratica internazionalmente riconosciuta mediante la quale un cittadino straniero che abbia il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, un cittadino apolide o un cittadino straniero che non voglia avvalersi della protezione del paese di cui possiede la cittadinanza può richiedere protezione in uno stato terzo. Qualora il cittadino straniero in questione non possegga gli estremi perché gli si attribuisca lo status di rifugiato, è possibile richiedere ed avviare una pratica di tutela speciale che prende il nome di protezione sussidiaria.

In ultima analisi: tessere le lodi del sistema non serve a modificarlo; disintegrarne le premesse senza proporre innovazioni non fa altro che rallentarlo. Il compito del cittadino deve, allora, essere il mantenersi informato al fine di non ricadere nel gioco astruso della terminologia.

Seppur non esistano radici in versione tascabile, una sana consapevolezza ci permette di metterle ovunque sia necessario. L’adattabilità e la perfettibilità dell’essere umano lo portano al raggiungimento di obiettivi sempre più ampi e profondi. Se la tutela fosse effettiva e meno inficiata dalle logiche del mercato capitalistico, anche in materia di specie-uomo, la cittadinanza non avrebbe frontiere e l’uomo sarebbe in primis fratello del suo simile.

Considerato che è impossibile vivere nel mondo di Utopia e che non siamo una moltitudine di Candido nel migliore dei mondi possibili, lasciamoci alle spalle i sogni di gloria e ripartiamo dalla costruzione di una base di conoscenza solida che possa fungere da magistra al nostro agire quotidiano.