Metamorfosi: I riti di passaggio di Van Gennep

Ho avuto modo di leggere l’opera più celebre di Arnold Van Gennep (antropolgo francese, vissuto a cavallo degli scorsi due secoli), I riti di passaggio. Trovando la trattazione di questo autore molto interessante, e piena di spunti per la mia curiosità, volevo condividere le mie impressioni scrivendo quest’articolo.

Il lavoro di Van Gennep è uno dei primi che io abbia letto una volta entrata nel campo degli studi antropologici, e come studentessa alle prime armi ho raccolto ispirazioni significative.

Si deve ammettere che quest’opera possa apparire ai profani in materia, o a novizi alle prese con un pilastro simile del pensiero antropologico, una severa, netta e rigorosa collezione di dati. Cosa che effettivamente è.

Eppure tale collezione, se mi si perdona un termine che possa suggerire una spietata tendenza comparativa, racchiude in sè un’idea luminosa.

L’interpretazione dell’etnologo su cosa sia la vita fa apparire noi, curiose cose umane, come processi, piuttosto che soggetti:  l’esistenza umana consisterebbe in un continuo mutare la propria forma, subire metamorfosi, morire per poi rinascere come qualcosa di diverso; un’ininterrotta catena di separazione e aggregazione, un potenzialmente eterno varcare di soglie e porte.

L’intuizione che si deve a van Gennep è una regola illuminante nella sua semplicità e, a mio parere, anche di una certa eleganza grazie alla sua finitezza geometrica.

Per Van Gennep ogni società fraziona sè stessa in compartimenti in cui gli individui devono essere collocati e, dato che la trasformazione è parte integrante del nostro ragionamento, ogni transizione da uno status ad un altro deve essere scandito tramite un rito.

Il rito rende questa condizione di transitabilita’ comprensibile, controllabile, manipolabile ai fini delle pratiche del  gruppo. L’universo sociale sarebbe dunque per Van Gennep classificato.

Un gruppo sociale si preoccupa di assicurarsi una coesione interna e di protrarre sè stesso nel tempo, tramite l’autopoiesi (la capacità di riprodurre, protrarre sè stessi nel tempo ) e la re-interpretazione dei tratti culturali.

Ogni mutamento degli individui o dei gruppi comporta una metamorfosi da uno stadio ad un altro, ma la coesione interna del gruppo non può e non deve essere compromessa. I meccanismi e le regole attraverso cui deve avvenire il cambiamento di condizione, costituiscono l’ immensità eterogenea  del ventaglio dei riti di passaggio in tutto il mondo.

Il rito è quella pratica squisitamente umana che Van Gennep intuisce essere tripartita: la celebre struttura che consiste in separazione, margine e infine aggregazione.

Per Van Gennep, dunque, non facciamo altro, nel corso delle nostre esistenze, che varcare la soglia di un compartimento in cui ci trovavamo per passare in un altro, per riuscire ad aggregarci con persone che già ne fanno parte.

Allora la nostra forma, il nostro nome o il nostro abbigliamento, saranno manifestazioni dello stadio che abbiamo conquistato, agli occhi del nostro gruppo, finchè non ci trasformeremo nel prossimo.

Tuttavia è errato pensare che il passaggio sia indolore, sia da un punto di vista fisico che psicologico, e tantomeno della concezione che si ha di sè stessi e del mondo di cui si fa parte. Ogni cambiamento infatti provoca una rottura, una crepa che fa vacillare per un momento quella costruzione plastica ma volta all’autoconservazione, che è il sistema sociale di cui facciamo parte.

Ed è qui che si entra nel fulcro del discorso: una particolare attenzione è rivolta da Van Gennep alla condizione di margine, quella zona, mi si permetta il termine, in cui avviene il passaggio e che delimita i due spazi.

Durante questo delicato periodo, le persone sono esseri socialmente amorfi, in attesa e in preparazione di essere collocati in una categoria socialmente accettata. La fase del margine è così importante che talvolta acquista un’autonomia a sè stante.
È interessante la riflessione che van Gennep propone riguardo al rapporto temporaneamente anormale che la società ha nei confronti degli individui in fase di passaggio, un tipo di rapporto transitorio ma cruciale.

Il turbamento provocato dal cambiamento è infatti regolarizzato, mitigato dal margine, che smussa la sua pericolosa immediatezza; esso fa in modo che il processo di metamorfosi sia graduale e non presenti scosse brusche, o alterazioni e arresti dannosi del vivere della società o del gruppo in questione.

Questi individui non ancora sociali sono infatti momentaneamente fuori portata dal controllo autoritario della società; che invece dal canto suo si trova ad essere senza difese nei confronti di questi aspiranti membri futuri.

Mi è sembrato un buono spunto di riflessione il fatto che alcuni riti di margine prevedano talvolta l’allontanamento fisico di coloro che intraprendono questa evoluzione, ad esempio i noviziati, e che per loro il normale svolgersi della vita del gruppo subisca una battuta d’arresto. Tutte le loro azioni infatti devono essere inquadrate in sceneggiature ben scandite. È bene dunque che questi individui ambigui vadano tenuti sotto controllo. Il tabù è una condizione tipica ad esempio.

È interessante notare come un gruppo in procinto di accogliere un nuovo membro, che contribuirà alla sua riproduzione nel tempo, ne percepisca al contempo la pericolosità quando questo non sia ancora stato inquadrato; ossia quando il gruppo non puo’ ancora rivendicarne, in un certo senso, il possesso.

Anche qui Van Gennep dipinge i soggetti con i suoi forti contrasti: gli individui tabuizzati sono intoccabili, come spesso accade alle cose sacre, e il potenziale pericolo che rappresentano ricorda una condizione simile persino a quella delle  divinità.

Durante il periodo di margine, l’ individuo, maschio o femmina che sia, bambino, anziano, adolescente, sposato, persino morto e in attesa del seppellimento, si trova sospeso in una condizione sfumata tra due mondi ben distinti, ognuno con regole di ammissione inequivocabili e collettivamente riconosciute

A seguito di questa parentesi sul margine, che mi ha interessata particolarmente, intenderei riassumere il pensiero di Van Gennep.
Ho trovato emblematico l’esempio della pratica del funerale, poichè permette di applicare in maniera semplice questo discorso, che potrebbe altrimenti risultare piuttosto astratto.

La morte per gli esseri umani rappresenta l’acme della drammatizzazione delle pratiche sociali. La stessa idea di morte sarebbe il presupposto per l’idea della rinascita (che l’autore intreccia con tutta una serie di altri cicli: dal discorso sui ritmi cosmici alle stagioni, la vita, la riproduzione delle mandrie, il ciclo dei campi, le implicazioni delle fasi lunari e solari, ecc.).

La morte prevede una fase di separazione dal mondo dei vivi, un periodo di margine che puo’ essere identificato con la condizione di lutto, ed infine un rito di aggregazione al mondo dei morti, la continuazione sociale, invisibile ma necessaria, della comunità dei viventi.

Quella che avviene, oltre che a essere una morte biologica, è una morte sociale, e il gruppo che ha subito questa ferita ha bisogno di codificare e controllare quest’emergenza, quest’emorragia tramite il funerale. Il morto, di fatto, continua a modificarsi e oltrepassa un’altra frontiera, varca una nuova porta. La tragedia ha il suo copione familiare per il gruppo sociale, che doma, comprende, e assorbe in questo modo un fenomeno che non può essere lasciato agire indisturbato senza che noi interveniamo su di esso come umani.

 

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