Mediterranea Rescue: la scommessa di un’Italia diversa. Origini, obiettivi e fondamenti

Da tempo il frastuono sulle ONG risuona nella nostra quotidianità. Fenomeno dato in pasto all’opinione pubblica senza vagli di veridicità, ha creato confusioni terminologiche e di statuto.

Dal 4 ottobre, però, un germoglio nato sul territorio italiano cerca di fare chiarezza, mettendo in mare una platea di testimoni diretti.

Fausto Melluso, Responsabile Migrazioni per l’Arci Sicilia, risponde alle nostre domande sulla vicenda Mediterranea Rescue, descrivendone l’origine, il funzionamento ed il progetto. In quanto parte attiva, fin dall’inizio coinvolto nella vicenda ed esperto conoscitore dei flussi migratori nel Mediterraneo, propone un’analisi coinvolgente: Mediterranea diventa lo strumento della società civile italiana per dimostrare il non-allineamento ad una politica governativa verosimilmente inumana.

-Qual è il proposito di Mediterranea, quale il traguardo?

L’obiettivo primario di Mediterranea è monitorare la situazione nel Mediterraneo Centrale.  Monitorare quindi gli effetti degli accordi scellerati che sono stati sanciti con le milizie libiche, nonché le violazioni delle norme internazionali nelle operazioni di soccorso compiute con i mezzi e la collaborazione delle nostre autorità.

Sebbene lo scafo e l’equipaggio siano pronti ad intervenire laddove se ne presentasse la necessità, come prescrive la legge, l’obiettivo non è il soccorso in mare.

In quanto azione civile, però, Mediterranea ha anche l’obiettivo di determinare un dibattito concreto sulle vicende (avvenute ed in corso) in quel pezzo di mare, in Libia e, più in generale, sulle vicende migratorie: decostruire alcune verità che ormai sembrano assolute per una parte rilevante della nostra opinione pubblica.

Noi siciliani abbiamo un saldo demografico negativo: come facciamo a sentirci invasi? Se abbiamo cancellato ogni via legale di ingresso, come facciamo a non capire che questo è il più grande regalo possibile ai trafficanti di esseri umani? Abbiamo rinunciato ad un’immigrazione regolare e controllata, ed ora facciamo finta di aver risolto il problema perché abbiamo costruito un muro immateriale nel Mediterraneo. Quel muro però non solo è precario, ma gronda di ipocrisia: è strutturato su colossali violazioni dei diritti umani che l’Italia e l’Europa non possono ignorare, posto che ne sono azionarie e finanziatrici.

È un obiettivo ambizioso, dato che la criminalizzazione dei migranti è un fatto che va ben oltre i confini italiani o europei. Eppure, da qualche parte bisognerà pur iniziare a combatterla questa battaglia.

-L’ex peschereccio Mare Jonio salpa: da dove è nata l’idea di una nave autofinanziata?

L’idea nasce all’inizio dell’estate scorsa, periodo centrale nel processo di progressiva criminalizzazione ed ostacolo a chi effettuava attività di soccorso in mare con un ulteriore salto in avanti rispetto al “memorandum Minniti”, che già aveva di fatto ostacolato l’attività delle ONG.
In quel periodo, infatti, quasi tutte le navi erano bloccate, perché scoraggiate dalle nuove prassi governative e da inchieste della magistratura, tutte, ad oggi, concluse con un nulla di fatto sia in Italia che a Malta, dove in realtà le navi sono state bloccate per mesi senza che nessuna autorità civile notificasse la ragione di quel blocco. Questa informalità delle decisioni delle autorità è un aspetto di cui si parla poco, ma caratterizza il comportamento della autorità nella gestione della “crisi” migratoria.

Nella narrazione del Governo sui “porti chiusi” uno degli elementi che tornavano più spesso era che tutte le imbarcazioni che facevano salvataggio e soccorso battevano bandiera straniera: non ce n’era nessuna italiana. Questo argomento veniva utilizzato per alludere al fatto che, evidentemente, potesse esserci sotto qualcosa che non andava.

Una barca battente bandiera italiana, poi, oltre a rappresentare una risposta civile a queste accuse, è anche una barca che, rispetto alle altre, ha differenti prerogative nella relazione col suo Paese di provenienza.

-Come si riesce a finanziare l’acquisto di una nave?

Con difficoltà. È un affare complesso che ha un costo notevole, sebbene ci sia da ricordare che il costo delle missioni pubbliche di salvataggio e soccorso – penso alla missione Mare Nostrum, in mare dal 2014 al 2016 – fosse ridicolo rispetto al costo di altre missioni internazionali comprese quelle militari nel Mediterraneo.

Per Mediterranea un numero molto ristretto di garanti, quasi tutti parlamentari o ex parlamentari, hanno firmato una garanzia ad un prestito concesso da Banca Etica. Hanno firmato avendo fiducia sul fatto che la campagna di crowdfunding che si sarebbe attivata successivamente sarebbe riuscita a compire le spese. Una sorta quindi di “azionariato popolare”, in cui a ciascuno viene data la possibilità di far macinare qualche chilometro alla “Mare Jonio”. I primi messi stanno andando molto bene: è già stata coperta quasi metà della somma che, si calcola, serve per il primo periodo di navigazione.

La trasparenza è sempre doverosa ma, in questo caso, è già online la risposta alle insinuazioni che giungono da più parti sulle modalità di finanziamento di esperienze del genere: basta collegarsi al sito www.mediterranearescue.com per conoscere l’intero funzionamento della missione.

-Come nascono le collaborazioni con i collettivi bolognesi?

La rete iniziale è stata creata puntando su un numero ristretto di soggetti associativi. Sono state coinvolte alcune realtà eterogenee: l’Arci, che è la più grande associazione laica d’Italia; la Comunità di San Benedetto al Porto di Genova, quella in cui lavorava Don Gallo; esponenti di Sinistra Italiana e, da Palermo, Moltivolti, un’impresa sociale multiculturale che ha sede nel popolare quartiere di Ballarò. Anche il TPO di Bologna è uno dei promotori: la sua presenza è stata fondamentale politicamente. È la grande eterogeneità dei soggetti promotori a rendere evidente a tutti la peculiarità di una esperienza nuova e libera, fuori dagli schemi classici.

Si doveva sposare l’idea di voler promuovere un progetto collettivo con la necessaria riservatezza.

Nonostante infatti non avessimo alcun dubbio sulle legittimità delle nostre pratiche e della nostra organizzazione, è del tutto evidente come l’atteggiamento di una parte delle istituzioni, e direi anche di alcune procure, sia stato spesso quello di osteggiare esperienze della medesima natura.

La riservatezza delle attività iniziali è stata ovviamente una dimensione complicata da mantenere: da un lato era necessaria, ma dall’altro tutti gli attori in campo non vedevano l’ora di poter allargare l’esperienza facendone un patrimonio di chiunque volesse dare un contributo, sotto qualsiasi forma. Cosa che, infatti, è avvenuta dopo la partenza. Da allora decine e decine di soggetti associativi hanno contribuito alla causa, in modi diversi e in tutto territorio nazionale.

-Perché è stato necessario il ricorso ad un’azione così radicale? Le vie governative erano già state battute o sono state escluse a priori?

Non c’erano altre vie percorribili e obiettivamente, almeno dal mio punto di vista, era strano che la società civile italiana (al contrario di quella di tanti altri paesi) non si fosse mai organizzata per mettere in moto una missione del genere. Con un Parlamento che vota praticamente all’unanimità – con alcune eccezioni che hanno salvato la nostra dignità come popolo – la cessione di strumenti di guerra e pattugliamento ad un Paese in stato di guerra civile come la Libia (stato non firmatario della Convenzione di Ginevra), non si può pensare di stare fermi o affidarsi a sponde istituzionali. Bisognava fare qualcosa. Abbiamo pensato che anziché protestare solamente fosse più efficace organizzarsi per “fare”, scommettendo sull’esistenza di un’Italia diversa.

È un atto di disobbedienza civile?

Qualcuno di noi lo definisce un atto di “obbedienza civile” perché noi non pensiamo, non vogliamo pensare, di violare il diritto monitorando e segnalando eventuali pericoli nel Canale di Sicilia ed essendo pronti ad intervenire nel malaugurato caso in cui ce ne fosse bisogno.

Pensiamo che il diritto internazionale, ma anche il nostro diritto interno, se non distorti a proprio uso e consumo, offrano un’assoluta copertura ad una modalità di azione tendente ad assicurare il rispetto dei principi cardine del nostro ordinamento: diritto alla vita, alla salute, alla protezione internazionale nei casi previsti.

È proprio perché la comunità internazionale questo lo sa che si è attrezzata perché in quel tratto di Mare Mediterraneo, che è il mare più militarizzato al mondo, non ci fossero più testimoni.

Allora bisogna organizzarsi perché da là non passi nessuno, perché la marina libica possa operare in piena libertà nonostante le evidenze sulla spregiudicatezza delle sue azioni. Tralasciando la vicenda dei migranti, ad esempio, è stato documentato che le motovedette noi, gli Italiani, abbiamo regalato a Tripoli appena pochi mesi fa – con un voto quasi unanime del Parlamento – vengono usate per tenere lontani, ben oltre il consentito, i pescherecci di Mazara del Vallo[1] dalle zone più pescose del Canale.

Tornando alla questione migratoria, in quel tratto di mare ormai non passano più nemmeno i cargo commerciali: temono di essere bloccati per mesi in situazioni di stallo, o sequestrati a seguito di attività di salvataggio.

La comunità internazionale, con l’Italia in testa, non potendo cancellare i principi cardine della nostra civiltà giuridica, ha cancellato i testimoni: essersi organizzati per stare nel Canale di Sicilia a monitorare la situazione, obbedendo alle leggi del mare, non vogliamo né possiamo credere rientri nella disobbedienza civile. È un’altra storia.

[1] Comune del trapanese noto per il ruolo storico di crocevia e la fervente attività di pesca.

Credit: Forensic Oceanography

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