Mangiare religioso. Prescrizioni alimentari nell’Ebraismo e nell’Islam

Introduzione – cibo e religione

Il cibo, in particolare quello “religiosamente qualificato”, si riferisce a una realtà intrinsecamente politica capace di generare identità distinte e separate. Tuttavia i confini segnati dall’alimentazione sono porosi: il cibo religioso non demarca soltanto le differenze gustative tra gruppi, bensì rivela anche una pluralità di preferenze culinarie interne a ciascuna comunità. Esso riflette le trasformazioni delle appartenenze e delle manifestazioni religiose, sia dal punto di vista della tradizione che da quello delle scelte più personali. Inoltre, nel momento in cui il discorso sul cibo religioso si interseca con quello sul diritto di libertà religiosa, il tema dell’alimentazione religiosamente orientata finisce per investire inevitabilmente anche le politiche di integrazione e di cittadinanza (Ferrari 2016:1).

Sebbene l’alimentazione sia un fattore importante in ogni religione, nell’Ebraismo e nell’Islam essa assume un ruolo centrale. In entrambe, il singolo e la comunità dei fedeli sono chiamate all’osservanza di un dettagliato codice di condotte aventi come oggetto il cibo, le sue virtù, le proibizioni, il regime nutrizionale lecito, sino agli usi, alle norme di galateo e di educazione da osservare durante i pasti. In questo articolo cercherò di sviscerare i punti chiave di questi due mondi gastro-religiosi, cercando di fornire una spiegazione esaustiva anche di concetti ben noti al senso comune. Ciò con l’intento, da un lato, di fornire un po’ di chiarezza a delle realtà spesso percepite come complesse e distanti, per poi costruire, dall’altro, una base su cui poter discutere di un tema sempre attuale: la macellazione rituale.

 

Halal e Kosher

Per i musulmani le prescrizioni alimentari riguardano sia il diritto sia l’etica, per cui chi le viola commette sia un illecito giuridico sia un un atto moralmente riprovevole. Questo perché nell’Islam ogni attività – sia il rapporto tra Dio e gli uomini, sia ciò che concerne la relazione tra esseri umani –   è disciplinata interamente dalla shari’ah, la via dritta, rivelata da Allah, verso la salvezza. In poche parole è Dio ad aver creato il diritto, il quale coincide con un suo intervento diretto sulle vicende terrene. Il Corano, parola di Allah per mezzo di Maometto, appare così come un codice di principi e regole, dal diritto successorio, al sistema fiscale, sino a precetti riguardo la nutrizione e l’igiene personale. I rapporti di ogni singolo musulmano con il mondo sono così determinati dalla netta distinzione fra ciò che è considerato haram, illecito, e ciò che è al contrario halal, lecito, non proibito da Dio e dal comportamento tenuto in vita dal Profeta. Su questa base si sviluppano le regole alimentari (Ascanio 2010:63-66).

Nella tradizione religiosa ebraica il cibo è al contempo uno strumento di elevazione religiosa, che consente all’uomo di conformare la propria esistenza ai precetti biblici, e un potente fattore di identità che ha contribuito a conservare, ma anche a rinnovare, il legame con le proprie radici. Alle innumerevoli regole alimentari viene riconosciuta origine divina e in quanto tali rappresentano un elemento imprescindibile della pratica religiosa, la quale si configura come un ortoprassi che regola l’intera vita dell’ebreo. L’adempimento dei rituali alimentari nella pratica quotidiana, così come il controllo di altri impulsi, costituisce allora una forma concreta e attuale di adesione e sottomissione alla volontà salvifica di Dio, un modo attraverso cui realizzare un ideale di sacralità e santità non solo personale, ma comunitario. Attraverso il consumo delle specialità tipiche infatti, viene richiamato alla memoria un episodio della storia d’Israele, concorrendo così a rinsaldare i rapporti tra le persone e la solidarietà del gruppo. Anche per gli ebrei i cibi idonei ad essere consumati, kosher, vengono distinti da quelli non adatti, tarèf, e in quanto tali proibiti (Dazzetti 2010:87-91).

 

 

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Banco di gastronomia kosher (https://www.soundvision.com/article/is-kosher-halal)

Proibizioni alimentari nelle due religioni

Entrambe religioni abramitiche, Ebraismo e Islam sono caratterizzate da una storia di incontri ed influenze, ben visibile nelle prescrizioni nutrizionali. Queste ultime sono davvero numerose ragion per cui, in questo paragrafo, mi concentrerò sull’analisi dei casi più significativi, riflettendo sulle loro somiglianze e differenze. Ciò considerando che vi sono numerosi ipotesi – storiche, igienico-sanitarie, economiche, simboliche – sul significato recondito da attribuire alle norme che pongono un veto al consumo di determinati alimenti.

Principalmente musulmani ed ebrei condividono tre tabù alimentari: il divieto di mangiare il maiale e i suoi derivati, il divieto di consumare il sangue e quello di cibarsi di animali morti prima della macellazione rituale, o secondo modalità differenti da essa.

 

Animali interdetti e il divieto di mangiare il maiale

La Torah impone all’uomo di separare le diverse specie, a seconda dell’ambiente in cui vivono, in virtù del criterio della purezza, dividendole in “monde” e “immonde”. Per ogni categoria permessa vi sono delle caratteristiche fondamentali, che se assenti rendono l’animale impuro e soprattutto non consumabile. Così le creature acquatiche devono possedere pinne e squame, mentre i volatili non devono assolutamente prendere il cibo al volo, quindi essere rapaci. Invece per quanto riguarda i quadrupedi, devono presentare l’unghia bipartita (zoccolo spaccato in due) e devono essere ruminanti, rispettivamente simboli di distinzione morale e dell’esercizio del ricordo. Sono quindi interdetti equini, cammelli, conigli e, in particolare, il maiale (Regenstein 2003:113-114 /121). Cibarsi di quest’ultimo, come abbiamo detto, è proibito anche ai fedeli dell’Islam: essi sostengono di non mangiare maiale perché Dio ha detto loro di non farlo. Il Corano stabilisce una relazione di fiducia fra Dio e il credente, e non sta all’individuo mettere in discussione la parola divina, né cercare una motivazione o una logica [1]. Allo stesso modo non viene specificatamente giustificato il divieto di cibarsi di asini, cavalli, predatori con le zanne o gli artigli, rettili e anfibi per fare qualche esempio.

Ma cosa ha fatto di male il maiale per essere messo al bando? Secondo Lorenzo Ascanio (2010, 77-78), la proibizione deriverebbe dall’incompatibilità tra l’ecosistema del Nord Africa e del Medio Oriente, contaminato dal nomadismo, e l’allevamento di questo genere di animale. Il maiale è infatti sedentario, non produce risorse essenziali per il sostentamento, non sopporta temperature elevate e la sua carne è facilmente deperibile. Si ritiene altresì che il divieto sia da attribuirsi alle sue abitudini di coprofagia e alla prassi di cibarsi di rifiuti, elementi che contaminano i cibi rendendoli anche haram e tarèf, simbolicamente impuri oltre che veicolo di malattie. E in entrambe le religioni la tutela della salute è un elemento centrale, dal momento che mantenere puro il corpo è requisito indispensabile affinché lo sia anche lo spirito. A livello storico il tabù del maiale, di chiara origine ebraica, potrebbe essere entrato nell’Islam, da un lato, come strumento per guadagnare consensi tra gli ebrei e facilitare le conversioni di questi ultimi, dall’altro come naturale evoluzione di una pratica rituale-consuetudinaria già in uso nell’area. In ogni caso, accanto a queste motivazioni si rintracciano ragioni irrazionali o derivanti da antichissime pratiche, come la teoria della natura demoniaca del suino o, al contrario, il valore sacro che esso ricopriva presso antichi popoli dell’Asia Minore o dell’Africa.

 

Carcasse, percosse, sangue

Il Corano proibisce di cibarsi di creature che sono state macellate senza la previa invocazione di Dio, di animali già morti, uccisi a bastonare o per soffocamento. Il fatto di togliere una vita è concepito come un atto grave, concesso da Dio agli uomini esclusivamente per il loro nutrimento: invocare Allah al momento dell’abbattimento manifesta la consapevolezza, da parte dell’uomo, di trovarsi inserito nell’ordine del creato, ed altresì il riconoscimento della signoria di Dio, origine di ogni forma di vita esistente. Affinché dunque l’animale possa essere destinato al consumo è necessario che la sua uccisione avvenga, mediante modalità rituali, mediante un’attività dell’uomo, cioè di uno specifico lavoro volto a procacciarsi il cibo. Da questi precetti discende il divieto di cibarsi di animali trovati morti, cioè non uccisi dall’uomo e prima dell’invocazione. Divieto che si fonda anche su quello di nutrirsi di ciò che è haram: non solo illecito, bensì sgradevole e dannoso per la vita dell’uomo. Pericolose, e perciò vietate, sono anche le carni di animali uccisi con violenza (Roggero 2016:33-34).

Anche nell’ebraismo gli animali deceduti per morte naturale o uccisi da altre mani sono interdetti, soprattutto per tutelare la salute del fedele ed evitarne la contaminazione. Prima di prendere la vita di una creatura (sempre attraverso la macellazione rituale) di norma viene fatta ammenda a Dio, tuttavia a contrario dell’Islam, le preghiere non vengono rivolte a tutti gli animali.

Il divieto del sangue ricopre lo stesso significato in entrambe le religioni e probabilmente, anche in questo caso, l’origine è ebraica. Ingerire questa sostanza è vietato in quanto si ritiene racchiuda l’essenza della vita stessa, di cui solo Dio è signore. Proprio in funzione di ciò i procedimenti di macellazione devono essere mirati alla sua totale fuoriuscita e cancellazione. Ciò che distingue Islam e Giudaismo è che quest’ultimo, oltre al sangue, vieta il consumo anche del nervo sciatico e del grasso, in particolare quello concentrato nell’addome, sui fianchi e intorno ai reni dei quadrupedi.

 

Peculiarità

In merito alle distinzioni, le due religioni sono caratterizzate poi da prescrizioni alimentari che sono presenti in una, ma non nell’altra. Per quanto riguarda i musulmani è noto come sia interdetto loro il consumo di sostanze alcoliche e intossicanti, percepite come sataniche. L’alcool deve essere assente da ogni tipo di bevanda e per quanto riguarda gli alimenti non devono contenerne più dello 0.1%: ciò ovviamente rende complicato l’acquisto di molti prodotti confezionati, e rende praticamente impossibile la cottura per mezzo di questa sostanza (Regenstein 2003, 123). Le ragioni di tale prescrizione sono riconducibili a più fattori: in primis, perché gli alcolici sono dannosi per la salute del corpo e di conseguenza il loro uso è haram. La seconda motivazione risiede nella necessità che il musulmano mantenga sempre la coscienza e la capacità di intendere e di volere nelle proprie azioni. La mente e l’anima non possono essere offuscate e devono essere libere da impedimenti. In ultimo, vi è una motivazione socio-politica connessa con il mantenimento dell’ordine pubblico da parte di Maometto, che proibì l’uso delle bevande alcoliche in seguito a episodi di violenza (Ascanio 2010:83-84).

Vi è infine la proibizione di mischiare carne e latticini, la quale  appare per ben tre volte nella Torah, testimoniando la sua centralità. La norma non può essere violata nemmeno nella preparazione dei cibi per gli animali e un ebreo non potrebbe mai neppure vendere cheeseburger (Regenstein 2003:115). In particolare, nel testo sacro è riportato il divieto di cucinare il capretto nel latte di sua madre: alcuni sostengono che ciò abbia un intento pedagogico, per scongiurare l’aberrazione implicita del cuocere un animale nel latte materno, per altri il significato condanna per analogia la pratica dell’incesto. Secondo un’altra interpretazione, l’incompatibilità fra latte e carne sarebbe da rintracciare da un punto di vista più  “essenziale”. Infatti mentre il latte è riconosciuto come l’alimento naturale per eccellenza, reperibile senza violenza, la carne è concepita come il frutto del processo culturale dell’allevamento, di cui si può disporre solo attraverso l’omicidio (Dazzetti 2010:100-101). In ogni caso questa separazione è tanto importante che ogni prodotto alimentare ed ogni utensile culinario, per essere kosher, deve essere ulteriormente catalogato in una delle seguenti categorie: prodotti di macelleria, prodotti caseari, prodotti parve (ovvero neutrali, non classificabili nei primi due, come gli ortaggi). Soprattutto le prime due categorie devono rimanere smembrate, ad esempio dedicando specifici strumenti per ognuna di esse, oppure lasciando trascorrere modesti lassi di tempo tra il consumo dell’una o dell’altra pietanza.

 

 

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Animali leciti e illeciti

Osservazioni conclusive

Come abbiamo visto sia ebrei che musulmani si trovano a vivere una realtà densa di regole e prescrizioni, alcune delle quali sono difficilmente comprensibili a chi non fa parte di questi mondi. In una società che si vuole secolarizzata, alcune tradizioni non possono che sembrarci bizzarre, stravaganti, se non addirittura antiquate e “barbare”. Nonostante ciò, anche la nostra quotidianità, trascina con sé il retaggio delle nostre radici cosmologiche: basti pensare alla simbologia cristiana del corpo e del sangue di Cristo, simboleggiati dal pane e dal vino santificati sull’altare ogni domenica.

Guardiamo alle nostre festività, cadenzate da specialità culinarie che ci caratterizzano come eredi della storia cristiana e di quella pagana. Per fare solo un esempio si guardi alle uova di pasqua. Già i popoli della Grecia, della Persia, di Roma e dell’Antico Egitto consideravano l’uovo un simbolo di fertilità e rinascita della natura, motivo per cui si dedicavano allo scambio di esemplari decorati in occasione dell’equinozio di primavera. Con l’avvento del Cristianesimo il significato allegorico di questo alimento continuò ad essere centrale, pur mutando: non più il rifiorire della natura, bensì la resurrezione dell’uomo, di Cristo. Fin dal Medioevo le uova, finemente dipinte, divennero così elemento ricorrente della Pasqua, fino a tramutarsi nelle delizie al cioccolato a partire dall’iniziativa di Luigi XIV.

Ebrei e musulmani dunque, rispettando i precetti alimentari ed adottando uno specifico regime nutrizionale, si distinguono in quanto membri non solo di una comunità di fedeli con la stessa visione divina, bensì di una specifica cultura. Tuttavia ciò non significa che essi esauriscano la loro creatività. Nessuna cultura è un monolite: non tutti gli ebrei consumano 100% kosher e non tutti i musulmani consumano 100% halal, come non tutti praticano la propria religione in modo dogmatico e perfettamente ortodosso. Per motivi di salute, di tempo, di situazione economica e abitativa, o per semplice sentire individuale, molto spesso solo alcune prescrizioni vengono seguite alla lettera; alcuni potrebbero osservarle solo in particolari occasioni, oppure mentre sono a casa ma non quando si recano in viaggio e al ristorante.

Ed ecco ancora una volta come la storia (anche quella religiosa) si specchia nelle tradizioni culinarie di un gruppo, veicolandone l’identità. Identità che, come abbiamo detto all’inizio di questo articolo, sebbene permetta di caratterizzare una comunità distinguendola chiaramente dalle altre, viene poi interiorizzata differentemente dai singoli individui, dando vita ad un continuum di pratiche personalizzate che sfugge da ogni generalizzazione.

 

Bibliografia:

  • ASCANIO, L. 2010, Le regole alimentari del diritto musulmano, in Chizzoniti, A. G e M. Tallacchini (a cura di), Cibo e religione: diritto e diritti, Tricase (Lecce): Libellula Edizioni, 63-86.
  • DAZZETTI, S. 2010, Le regole alimentari nella tradizione ebraica, in Chizzoniti, A. G e M. Tallacchini (a cura di), Cibo e religione: diritto e diritti, Tricase (Lecce): Libellula Edizioni, 87-110.
  • FERRARI, A. 2016, Cibo, diritto, religione. Problemi di libertà religiosa in una società plurale, “Stato, Chiese e pluralismo confessionale”, 15 (rivista telematica).
  • FONDA, D. 2010, Dolore, perdita di coscienza e benessere animale nella macellazione convenzionale e rituale, Chizzoniti, A. G e M. Tallacchini (a cura di), Cibo e religione: diritto e diritti, Tricase (Lecce): Libellula Edizioni, 225-244.
  • FOSSATI, P. 2010, La macellazione rituale, questione etica nella normativa, Chizzoniti, A. G e M. Tallacchini (a cura di), Cibo e religione: diritto e diritti, Tricase (Lecce): Libellula Edizioni, 261-272.
  • NEWALL, V. 1967, Easter eggs, The Journal of American Folklore, 80 (315), 3-32.
  • REGENSTEIN, J. M., M. M. CHAUDRY e C. E. REGENSTEIN 2003, The kosher and halal food laws, “Comprehensive reviews in food science and food safety”, 2(3): 111-127.
  • ROGGERO, F. 2016, Note in tema di macellazione religiosa secondo il rito islamico,”Rivista di diritto alimentare”, 2: 33-46.

Sitografia:

  • https://eastwest.eu/it/east-60/cibo-cultura-le-misteriose-motivazioni-di-un-divieto (ultima consultazione 28.05.2019).

 

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Sara Miola

Studentessa magistrale di Antropologia Culturale e Etnologia, mi piace definirmi come una "trentina naturalizzata messicana". Con una predilezione per le Americhe, mi interesso soprattutto di antropologia alimentare e del turismo, ma anche di sessualità e del rapporto fra uomo e tecnologia.

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