Mangiare religioso (parte 2). La macellazione rituale e la sua dimensione pubblica

Il tema della macellazione rituale, ben lontano dall’essere rilegato a una dimensione privata e spirituale dell’esistenza umana, si trova intrinsecamente legato agli aspetti politici, economici ed etici della vita pubblica. La nostra società, oggi sempre più multiculturale, è tenuta sempre più a confrontarsi con le richieste di adeguare i propri comportamenti alimentari alle regole dettate in questo settore dalle confessioni religiose. Garantire il libero accesso a cibi conformi non solo alle norme igienico-sanitarie e nutrizionali, bensì anche a quelle di carattere religioso, senza generare conflitti o forme di discriminazione, è una delle grandi sfide contemporanee. Tuttavia per assicurare tale forma di libertà religiosa è necessario non contraddire, da un lato, i fondamenti delle odierne democrazie – come quello di laicità – e cercando, dall’altro, di venire incontro alla sempre più forte sensibilità verso il benessere degli animali (Chizzoniti e Tellachini 2010, 7).

Nel precedente articolo abbiamo discusso di prescrizioni alimentari nell’Ebraismo e nell’Islam, aprendo una finestra sui cibi e le combinazioni gastronomiche proibiti dalle due religioni. Tuttavia vi sono alimenti che, seppur consentiti, necessitano di particolari procedimenti prima di divenire puri e quindi commestibili. Nel caso della carne tale processo è costituito appunto dalla macellazione rituale. Solo quest’ultima, se eseguita secondo le norme, potrà garantire prodotti kosher o halal.

 

In cosa consiste la macellazione rituale?

Sia agli ebrei che ai musulmani è interdetto cibarsi del sangue e di animali deceduti prima della macellazione. Tali divieti stanno alla base della macellazione rituale che, per definizione, consiste nell’uccisione dell’animale per sgozzamento, senza ricorrere allo stordimento, a cui deve seguire un rapido e completo dissanguamento. Ovviamente tale procedimento non può essere eseguito su animali proibiti, come il maiale, ma non è praticato nemmeno su creature di cui non sia stata accertata la buona salute. Proprio in virtù di ciò non è generalmente consentito lo stordimento, il quale si ritiene possa incidere sull’integrità dell’animale, rendendo difficoltosa anche l’eliminazione del sangue.

La macellazione rituale ebraica prende il nome di shechitàh ed era originariamente utilizzata per l’offerta sacrificale che veniva presentata in Santuario, poi estesa attraverso la tradizione orale anche all’alimentazione profana di tutti i fedeli. Essa consiste nella recisione, con un unico taglio, della trachea e dell’esofago per mezzo di un coltello appositamente creato, dalla lama affilatissima. Ciò è essenziale affinché l’animale, dissanguandosi velocemente, soffra il meno possibile. Per la precisione richiesta da questa operazione, essa deve essere svolta da uno shochèt, una figura professionale dotata di specifica preparazione tecnica. In seguito alla morte dell’animale, la carne è depurata totalmente del sangue attraverso due procedure: la salatura, preceduta e susseguita dal risciacquo in acqua corrente; la cottura arrosto a contatto diretto con il fuoco, sulla graticola o allo spiedo.

Essendo interdetti agli ebrei anche il grasso chalev e il nervo sciatico, tali parti devono essere eliminate il prima possibile; nel caso del nervo sciatico però, l’operazione è talmente complessa da richiedere l’intervento di un altro operatore, il menaqqèr. Tuttavia il fatto che tale specialista non sia sempre reperibile, insieme alla difficoltà di smaltire sul mercato le parti scartate dell’animale, induce molto spesso i rabbini a consigliare il consumo solo dei quarti anteriori degli animali. In ogni caso però, la shechitàh da sola non garantisce automaticamente che un alimento sia kosher. Un’autorità religiosa centrale, appositamente creata, vigila sulla produzione delle carni destinate al consumo da parte degli ebrei: ogni animale è sottoposto a controlli accurati prima e dopo il rito, allo scopo di valutare eventuali malformazioni o patologie che lo renderebbero impuro.

Nell’elaborazione teorica rabbinica si ritiene che la complessa procedura di macellazione serva a trasfigurare un atto altrimenti vietato come l’uccisione di un essere vivente, legittimandone il compimento. Tale pratica dovrebbe sollecitare ciascun ebreo a un maggiore grado di consapevolezza del privilegio di consumare carne, visto non come un diritto quanto piuttosto come una concessione fatta da Dio all’umanità (Dazzetti 2010, 95-100).

 

 

Immagine presa da il Fatto Quotidiano (19/09/2017)

 

 

Sebbene la macellazione secondo il rito islamico non sia controllata da un’autorità centrale, deve comunque seguire delle regole restrittive. Tale pratica deve essere messa in atto ogni qualvolta ci si appresti all’uccisione di un animale per fini alimentari, ma anche in specifiche occasioni. Ad esempio durante le festività previste al termine del Ramadan, con il sacrificio di un capo di bestiame affinché possa essere offerto ai bisognosi; o al momento di una nuova nascita, in cui si raccomanda la macellazione di uno o due montoni (Ascanio 2010, 82).

Prima di procedere è necessario pronunciare il nome di Allah, rivolgendo la testa dell’animale in direzione della Mecca. Secondo la tradizione poi, esso deve essere appeso per l’arto inferiore destro, in modo da garantirne l’immobilizzazione. A questo punto, si pratica la iugulazione sull’animale sveglio e cosciente. Ne esistono due modalità: un taglio netto nel collo da parte a parte, che recide gola, trachea e giugulari (chiamato dabh e usato per ovini e caprini, ma anche per i bovini); un taglio che non recida la trachea e le giugulari (usato originalmente sui cammelli, ma anche sui bovini). L’operatore, preferibilmente maschio, buon musulmano e in ogni caso sano di mente, deve effettuare l’incisione con la mano destra, mentre con la sinistra afferra la testa dell’animale. A differenza dell’ebraismo, per l’operazione si può usare un comune coltello da macellazione, ma è essenziale che il taglio sia uno soltanto e definitivo, a cui deve tempestivamente susseguire il totale dissanguamento.

Tutte queste disposizioni si fondano anche sulla volontà di risparmiare all’animale sofferenze evitabili quali paura ed eccessivo dolore. L’Islam pone una grande enfasi sul fatto che l’animale debba essere trattato con gentilezza, specialmente prima della macellazione. Gli operatori sono tenuti ad abbeverare le creature, garantendoli un corretto riposo ed evitando loro possibili situazioni di stress quali l’affilare i coltelli in loro presenza oppure costringerli a vedere il sangue di altri animali. L’uccisione deve avvenire, nei limiti del possibile, senza crudeltà. In definitiva, il procedimento di macellazione rituale deve avvenire in una atmosfera sacrale, alla presenza di Allah e con il suo permesso. L’uomo-creatura riconosce così la propria soggezione ad Allah, unica fonte della vita (Roggero 2016, 35).

 

Il mercato dei prodotti religiosamente certificati

Sebbene molti siano ancora profondamente legati alla funzione identitaria e separatrice dei precetti alimentari, per cui il cibo è al centro dell’indissolubile coppia cultura-religione, il mondo contemporaneo è caratterizzato sempre più da appartenenze religiose dal carattere autonomistico e individualistico. Queste ultime non solo si costruiscono in un contesto plurale e mutevole bensì, come gran parte della nostra vita, tendono a soggiacere alla logica del mercato.

 

 

Immagine presa da Polimerica (19/06/2017)

 

 

In un clima di libertà religiosa crescente, le persone sempre di meno nascono e muoiono con la stessa fede religiosa. Come sostiene Danièle Hervieu Léger (2003), oggigiorno la maggior parte di noi si ritrova a peregrinare da una religione all’altra, avanti e indietro, spesso mescolando credi diversi. Tale sincretismo è definito dal modello del Supermarket delle fedi, in cui ognuno ha la possibilità di prendere pezzi di religioni differenti per creare la propria, come un abito su misura. In tal senso, per quanto riguarda l’alimentazione, il passaggio dai negozi etnico-religiosi di quartiere alla grande distribuzione trasforma il consumo di cibo religioso in una ricerca spirituale di sana alimentazione, il cui mercato è capace di intercettare anche altre richieste di cibo biologicamente ed eticamente sano.

Non che nel passato la funzione del mercato rispetto al cibo religioso fosse sconosciuta o irrilevante. È noto come l’alimentazione religiosamente orientata sia stata sempre influenzata dal generale contesto economico e abbia necessitato dell’interazione tra due realtà: quella endo- e quella eso-comunitaria. Oggi però il suo ruolo si è intensificato individuando nei precetti religiosi un “diversificatore di produzione” in grado di raggiungere, attraverso l’uso di brand confessionali, una platea nuova, più vasta di quella consueta. Infatti per la scrupolosità con cui vengono controllate e per i principi simbolici a cui si legano, le carni macellate ritualmente risultano particolarmente apprezzate anche da coloro che non sono ebrei o musulmani. Eppure, nonostante tali dinamiche riaccendano una domanda religiosa provata dall’affievolimento dei tradizionali canali comunicativi, rivalorizzando il ruolo dei cleri incaricati delle certificazioni, il mercato finisce inevitabilmente per erodere le frontiere dell’autonomia confessionale, piegata a logiche meramente consumistiche (Ferrari 2016, 3-5).

Malgrado ciò si potrebbe dire che grazie a queste aperture pluralistiche il cibo religioso sia passato dall’alimentare antagonismi e chiusure comunitarie, a svolgere una funzione di collegamento e integrazione con la realtà in cui si inserisce. Tuttavia ciò è più complesso di quel che sembra dato che esso è tenuto a confrontarsi non solo con la dimensione consumistica della società, bensì anche con quella pubblica e statuale. In Italia come è vista la macellazione rituale? Cosa prevedono le nostre leggi al riguardo? Quali sono le questioni più ampie a cui si lega?

 

Macellazione rituale in Italia: fra norma e opinione pubblica

Come riportato nel sito web del Ministero della Salute, la macellazione rituale è oggi permessa in Italia nel rispetto della libertà di religione, così come stabilito nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, ma soprattutto in quanto disciplinata dal Regolamento (CE) n. 1099/2009. Tale normativa comunitaria ha direttamente forza di legge primaria all’interno di ciascuno degli Stati membri ed è stata recepita nel nostro paese nel 2013, in particolare per mezzo del decreto legislativo n.131 del 06 novembre.

 

 

Photo by: Winfried Rothermel

 

 

Il Regolamento in questione, relativo alla protezione degli animali durante l’abbattimento, stabilisce che in generale gli animali devono essere macellati previo stordimento, tuttavia stabilisce un’eccezione per il caso di macellazione rituale, purché sia effettuata in un macello. Lo stordimento torna perciò ad essere obbligatorio (eccettuati gli animali da cortile, lepri e conigli) se la macellazione è fatta al di fuori dei macelli per consumo domestico privato. Il regolamento disciplina minuziosamente le diverse fasi che conducono all’abbattimento, dedicando disposizioni particolari alla macellazione rituale, di cui rispetta le forme e le modalità . Per quanto riguarda le autorità competenti incaricate di garantire il rispetto del regolamento, il D.lgs. 131/2013, identifica come responsabili il Ministero della salute, le Regioni, le Province autonome e le AASSLL nell’ambito delle rispettive competenze.

Nonostante ciò, come sostiene Roggero (2016, 40-41), la disciplina in questione lascia una parziale possibilità di manovra agli Stati membri; ciascuno di essi infatti potrebbe decidere di rendere obbligatorio lo stordimento anche nel caso di macellazione rituale, se lo ritenesse finalizzato ad una maggiore protezione degli animali. A tale cavillo legislativo si stanno oggi appigliando alcuni esponenti politici, i quali si battono per l’abrogazione della macellazione rituale nel nostro paese1https://www.ilmessaggero.it/primopiano/cronaca/festa_islamica_sacrificio_macellazione_salvini_ue-3927531.html.. Essi sostengono in particolare la crudeltà e la disumanità della pratica in questione, che ritengono incompatibile con i valori e i costumi di una società civile. 

Quest’opinione, entrando in sintonia con le battaglie dei movimenti per i diritti degli animali, cavalca senza dubbio il crescente senso etico e ecologico della società. Tuttavia è curioso che il lato ambientalista di alcune personalità politiche emerga quasi esclusivamente quando si ha a che fare con una pratica peculiare di una religione e cultura “altra”. Vista la situazione politica e sociale in cui vive oggi l’Italia, ritengo sia opportuno porsi alcune domande al riguardo.

In ogni caso, una consistente fetta dell’opinione pubblica non vede di buon occhio la macellazione rituale, soprattutto in quanto considerata lesiva per la salute dell’animale. Cosa sostiene la scienza a riguardo? Anche su questo fronte, le teorie si scontrano. Craig Johnson, studioso dell’Università di Massey (Nuova Zelanda), assevera che la pratica qui analizzata sia fortemente dolorosa per l’animale e che quindi dovrebbe essere vietata2https://www.newscientist.com/article/dn17972-animals-feel-the-pain-of-religious-slaughter/.. Il suo studio, che fa ampio uso dell’encefalogramma, mette a confronto i segnali nervosi relativi al dolore in capi di bestiame macellati con e senza stordimento, sostenendo infine come in quest’ultimo caso i dati registrati dimostrino livelli di sofferenza maggiore.

Eppure uno studio simile era stato fatto anni prima dallo studioso Wilhelm Schulze dell’Università di Hannover, il quale al contrario asseriva che la pratica della macellazione rituale fosse la più umana possibile. In questo caso era stato dimostrato come gli animali su cui era stato praticato lo stordimento, seppur apparentemente privi di sensi, sperimentavano un dolore maggiore e più prolungato rispetto a quelli direttamente sgozzati3https://www.antropologialimentare.it/antropologia-alimentare/macellazione-rituale-e-macellazione-laica-un-po-di-chiarezza-please/.. Quest’ultima tesi è ovviamente quella più sostenuta dalle comunità islamiche ed ebree, le quali riaffermano come le proprie prescrizioni rituali siano funzionali proprio ad evitare la sofferenza delle creature.

 

 

Riflessioni finali

Dal mio punto di vista non mi sento di spalleggiare né per la macellazione tradizionale, né per quella rituale. In entrambi i casi si tratta di privare un essere vivente della propria vita e nessuna tecnica che garantisce questo fine dovrebbe essere considerata più umana di altre. Ciò sebbene la macellazione rituale, rimanendo più vincolata al legame fra Dio e il concetto di vita, conservi un approccio più consapevole dell’atto in discussione. In questo caso l’animale non viene semplicemente macellato per essere messo sul mercato, come un qualsiasi oggetto, bensì il suo corpo è considerato dono divino e in quanto tale è caricato di valore sacrale.

Sembrerò scontata e molti di voi potrebbero darmi della “gretina”, ma credo sia più opportuno mettere in discussione non tanto come l’animale viene ucciso, quanto piuttosto in che condizioni è tenuto in vita; in questo senso i grandi allevamenti sono colpevoli di spergiuri ben superiori a qualsiasi atto di macellazione. A tal proposito, tutti noi consumatori di carne dovremmo forse prendere esempio dal pensiero islamico ed ebreo, senza dare per scontato quello che consumiamo. Questo non significa iniziare ad acquistare carne halal o kosher, quanto piuttosto acquisire consapevolezza del valore della vita di ogni creatura e dell’impatto dell’alimentazione sulla nostra salute e su quella del pianeta. Che sia limitando il consumo di derivati animali, optando per carni allevate all’aperto, oppure semplicemente riflettendoci prima di mangiare giù il prossimo boccone.

 

Bibliografia:

  • ASCANIO, L. 2010, Le regole alimentari del diritto musulmano, in Chizzoniti e Tallacchini (2010), 63-86.
  • Chizzoniti, A. G e M. Tallacchini (a cura di) 2010, Cibo e religione: diritto e diritti, Tricase (Lecce): Libellula Edizioni.
  • DAZZETTI, S. 2010, Le regole alimentari nella tradizione ebraica, in Chizzoniti e Tallachini (2010), 87-110.
  • FERRARI, A. 2016, Cibo, diritto, religione. Problemi di libertà religiosa in una società plurale, “Stato, Chiese e pluralismo confessionale”, 15 (rivista telematica).
  • FONDA, D. 2010, Dolore, perdita di coscienza e benessere animale nella macellazione convenzionale e rituale, Chizzoniti, A. G e M. Tallacchini (a cura di), Cibo e religione: diritto e diritti, Tricase (Lecce): Libellula Edizioni, 225-244.
  • FOSSATI, P. 2010, La macellazione rituale, questione etica nella normativa, Chizzoniti, A. G e M. Tallacchini (a cura di), Cibo e religione: diritto e diritti, Tricase (Lecce): Libellula Edizioni, 261-272.
  • HERVIEU LEGER, D. 2003, Il pellegrino e il convertito. La religione in movimento, Bologna: Il Mulino.
  • REGENSTEIN, J. M., M. M. CHAUDRY e C. E. REGENSTEIN 2003, The kosher and halal food laws, “Comprehensive reviews in food science and food safety”, 2(3): 111-127.
  • ROGGERO, F. 2016, Note in tema di macellazione religiosa secondo il rito islamico,”Rivista di diritto alimentare”, 2: 33-46.

Sitografia:

  • https://www.ilmessaggero.it/primopiano/cronaca/festa_islamica_sacrificio_macellazione_salvini_ue-3927531.html.
  • https://www.newscientist.com/article/dn17972-animals-feel-the-pain-of-religious-slaughter/.
  • http://www.iccservices.org.uk/downloads/reports/stunning_issues__definitions_reasons_humaneness.pdf.
  • https://www.antropologialimentare.it/antropologia-alimentare/macellazione-rituale-e-macellazione-laica-un-po-di-chiarezza-please/.
  • http://trueislam.altervista.org/macellazione_islamica.html?gb_pag=7.
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Sara Miola

Studentessa magistrale di Antropologia Culturale e Etnologia, mi piace definirmi come una "trentina naturalizzata messicana". Con una predilezione per le Americhe, mi interesso soprattutto di antropologia alimentare e del turismo, ma anche di sessualità e del rapporto fra uomo e tecnologia.

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