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Mal di cuore in Iran, storia di una malattia

L’antropologia è la scienza che studia l’uomo dal punto di vista morfologico, fisiologico e psicologico. Questa con il tempo ha assunto diverse varianti e diverse caratterizzazioni. Una delle più recenti e forse più interessanti è l’antropologia medica, emersa alla fine degli anni Settanta e intesa come lo studio dell’impatto del sistema biomedico sull’esperienza stessa della malattia, sul rapporto paziente-guaritore, sulla sofferenza intesa come costrutto sociale e su come le diverse società abbiano creato i loro sistemi medici tradizionali.

Gli studiosi di questa disciplina non sono sempre e solo antropologi, spesso troviamo medici, psichiatri, psicologi o addetti sanitari, che sentono la necessità di ricevere una formazione prettamente antropologica. I maggiori esponenti sono americani, tra i quali ricordiamo Paul Farmer, Michael Taussig (australiano di origine, adesso insegna alla Columbia University), Byron Good e infine Arthur Kleinman, direttore del dipartimento di antropologia ad Harvard. Negli anni Ottanta, quest’ultimo propose una distinzione tra disease e illness sulla base delle teorie di Horatio Fabrega, professore all’università di Pittsburgh. Con disease ci si riferisce all’alterazione nel funzionamento e/o nella struttura dell’organismo, mentre per illness si intende il significato che l’esperienza di sofferenza assume per chi la vive in prima persona. La proposta della scuola di Harvard fu quindi quella di eleggere l’illness come indagine dell’antropologia medica.

Una serie di studi ha concepito la malattia come prodotto dinamico della relazione di una persona con l’ambiente socioculturale circostante: la malattia sarebbe una risposta alle tensioni sociali o agli eventi della vita. Per ampliare le teorie della malattia è necessaria una nuova comprensione della relazione tra il linguaggio medico e la malattia stessa e bisogna sviluppare una teoria che non riduca la semantica medica alla funzione nominale del linguaggio. Il significato di una teoria non può essere pensato come una serie di sintomi, ma come una sindrome di esperienze particolari, situazioni e sensazioni che concorrono per i membri di una società (Good, 2006:33).

Prendiamo ora in esempio una ricerca di campo, in questo caso svolta dal medico e antropologo Byron Good: il caso del mal di cuore nella nazione dell’Iran  (dovuto, come vedremo, esclusivamente a fattori sociali esterni).

La semantica della malattia in Iran 

Questa difficoltà a parlare provocò angoscia nel mio cuore, e intanto la mia capacità di ingerire e assimilare cibo e bevande diminuì; ero a stento in grado di deglutire e digerire un solo boccone di cibo. Le mie forze si indebolirono al punto che i dottori rinunciarono alla speranza di un trattamento efficace. Questo problema nasce da cuore, dissero, e da lì si è diffuso attraverso l’organismo; l’unico metodo di cura è calmare l’ansia che ha sopraffatto il cuore (Al-Ghazali, 2012).

Cosa significa avere il mal di cuore a Maragheh? La città è un antico paese agricolo e centro commerciale e oggi conta 60.000 abitanti. Nel XIII secolo fu capitale dell’impero mongolo e centro regionale di rilievo per l’assistenza sanitaria. La biomedicina è stata praticata seriamente solo a partire dall’inizio del ventesimo secolo, quando si avviò la distribuzione di medicinali europei. Tre sono quindi le tradizioni mediche colte: la galenico-islamica, la sacra e la cosmopolita. Come in tutte le società complesse, la medicina popolare in Iran comprende una serie di idee, pratiche, credenze e terapie eseguite come fossero ricette di cucina (Good, 2006:38).

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malattia
Maragheh
Mal di cuore

Il mal di cuore a Maragheh è una categoria di malattia. Il dolore o il disagio viene avvertito come una sensazione fisica e come un livello di patologia che potrebbe sfociare in un attacco di cuore. Questa è riscontrata particolarmente nelle donne delle classi sociali più basse. Il mal di cuore è vissuto come un complesso di sensazioni cardiache, dovute a delle preoccupazioni esterne (dalla nascita di un bambino alla difficoltà economica) e viene curato, anche più di una volta nella vita, dal medico. Un esempio che ci fa Good è quello di una donna di 27 anni, madre di cinque figli, marito commerciante, non hanno acqua, ma hanno elettricità, il denaro basta per il cibo, ma non per gli extra.

Essendo analfabeta, quando va al mercato dev’essere accompagnata, afflitta da anemia, astenia e magrezza, soffre di tensione nervosa. Per lei le cause dl suo mal di cuore sono da attribuire ai cinque figli, alle difficoltà economiche e alla malattia cronica del fratello minore (Good, 2006:43).

Seguendo il modello esposto finora, le caratteristiche di malattia possono essere concepite come immagini che condensano campi di esperienza, in particolare esperienze snervanti. E possono essere intese come simboli-nucleo in una rete semantica, una rete di parole, situazioni, sintomi e sensazioni associati a una malattia che acquisisce così un significato per il paziente. Il significato di un termine prodotto socialmente, può quindi essere associato a delle sensazioni ed esperienze di angoscia (Good, 2006:51).

Sia nella scienza greca che in quella islamica, la teoria del cuore è basata sulla cosmologia.L’uomo è un microcosmo facente parte di un universo più vasto. La facoltà vitale o animale risiede nel cuore che procura al corpo il calore innato e il soffio vitale, ed è il luogo delle emozioni. La funzione fisiologica primaria del cuore non è certo la circolazione, ma il rifornimento del calore necessario alla vita e alla trasformazione del respiro in pneuma, che da vitalità al corpo (Good, 2006:47). A Maragheh si ritiene che il buon funzionamento del cuore possa essere influenzato da tristezza, paura, angoscia e ansia in generale.

 

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Trattato di medicina medievale in lingua araba
Conclusioni e terapia

Il mal di cuore è innanzitutto una malattia autodiagnosticata. Ci sono almeno tre aspetti su cui focalizzare l’attenzione. Innanzitutto il paziente riceve delle attenzioni che solitamente non gli vengono garantite. In secondo luogo, se viene riconosciuta questa malattia, viene iniziato un percorso di cura: prima un trattamento a base di erbe, seguito da medicinali veri e propri e infine, un viaggio dal medico che viene consultato molto spesso per questo tipo di disturbo, ma essendosi formato all’interno della medicina cosmopolita lo considera di origine nevrotica, e quindi non meritevole di essere etichettato come patologia.

Infine, l’ultima e la più interessante considerazione, è quella secondo la quale chi soffre di mal di cuore potrebbe chiedere dei cambiamenti ai familiari, cosa che solitamente non gli è dovuta. Questo dimostra anche che molto spesso chi è afflitto da questa patologia, vive delle situazioni molto difficili1L’estremo di questo problema è il suicidio, il quale merita un’attenta analisi in Iran.

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Nell’ospedale di medicina interna a Maragheh, che di solito si occupava di casi urgenti, il 18% dei pazienti ammessi (117 su 654 casi) nell’anno 1352 (1973-74) erano casi di tentato suicidio (Good, 2006:66). e grazie a questa può arrivare a dei miglioramenti. Dobbiamo quindi affermare che il mal di cuore è un reale disturbo, da considerare però maggiormente sotto l’aspetto psicologico e comparso al fine di ottenere determinati risultati, dovuti anche alla difficoltà della vita del paziente che ne è afflitto.

Il significato del mal di cuore non rimanda a una qualche entità patologica del mondo reale cui il termine si riferirebbe, né a un insieme di discriminazioni lungo dimensioni culturalmente specificate che lo escluderebbero da un insieme di altre definizioni di malattia. Questo disagio è un immagine che racchiude una rete di simboli, situazioni, motivi, sentimenti e tensioni radicati nell’assetto strutturale in cui vivono gli abitanti di Maragheh; è un elemento di un linguaggio o idioma della malattia. Sebbene non riconosciute esplicitamente, queste associazioni dettagliate conferiscono significato e profondità all’esperienza di uomini e donne soggetti a un cuore turbato o inquieto (Good, 2006:63). Una teoria del linguaggio medico dovrebbe fornire una cornice per comprendere i seguenti aspetti del linguaggio e della comunicazione medica:

  1. I percorsi che collegano il simbolico all’emotivo e al fisiologico, in che misura la malattia viene plasmata dall’esperienza simbolica e sociale è un problema dell’esperienza empirica;
  2. Il ruolo del linguaggio nel collegare esperienza sociale e malattie: il significato di una malattia risiede nel suo contesto sociale e l’analisi deve problematizzare il ruolo dell’esperienza di malattia;
  3. L’uso strategico del linguaggio della malattia, il linguaggio è utilizzato intelligentemente dagli individui in una moltitudine di contesti: dalla madre che consola il figlio, alla moglie che manipola il marito;
  4. Come viene generato il cambiamento nel linguaggio medico all’interno del più ampio cambiamento sociale, se i termini di malattia sono associati a determinate situazioni di stress, i cambiamenti di questi stessi termini porteranno anche a un cambiamento all’interno della società. (Good, 2006:70-71)

La malattia dev’essere concepita, come sostiene Wartofsky, come un «fenomeno sociostorico e culturale» (Wartofsky, 1975:67), come un intricata e pluristraficata rete di contesti sociali, personali e organici in cui il medico interviene in specifici punti, a livello diagnostico e terapeutico (Wartofsky, 1975:79-80).

 

 

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Bibliografia:

  • Al-Ghazali Abu Hamid, 2012, Le luci della sapienza, M. Campanini (a cura di), Milano, Mondadori.
  • Good Byron, 2006, Il cuore del problema. La semantica della malattia in Iran, Quaranta Ivo (a cura di), Antropologia medica, Milano, Raffaello Cortina Editore, pp. 31-74.
  • Kleinman Arthur, 2006, Alcuni concetti e un modello per la comparazione dei sistemi medici intesi come sistemi culturali, Quaranta Ivo (a cura di), Antropologia medica, Milano, Raffaello Cortina Editore, pp. 5-30.
  • Wartofsky, M.W., 1975, Organs, organismus and disease: Humanontology and medical pratice, Engelhardt H. T. (a cura di), Evalutation and explanation in biomedical sciences, Dorderecht, Reidel publishing Co.
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Stefano Avanzi

Classe 1998, studente di Beni Culturali all'Università di Torino. Appassionato di civiltà orientali, religioni e antropologia medica. Sogno la giustizia nel mondo e di diventare antropologo.