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Macchine di credenze: le origini evolutive della religione

Un articolo di Jacopo Tosi

 

Fisica e psicologia intuitiva

Siamo macchine di credenze: le origini evolutive della religione

111. Origine del culto religioso. […] Una pietra che improvvisamente rotola è il corpo in cui agisce uno spirito: se in una plaga solitaria si erge un enorme blocco di pietra, sembra impossibile immaginare una forza umana che l’abbia trascinato sin là, dunque la pietra dev’essersi mossa da sola: essa cioè deve ospitare uno spirito.
Friedrich NIETZSCHE

 

Come ha osservato Richard Dawkins, pare che il nostro cervello sia predisposto a fraintendere il darwinismo e che l’idea di una “mente creatrice superiore” sia per l’uomo più facile da pensare, più attraente e naturale.

Di seguito verrà proposto un estratto delle riflessioni fatte su questo tema da uno psicologo cognitivo, da un filosofo della scienza e da un neuroscienziato nell’opera collettanea Nati per credere.

 

Paul Gauguin, Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? 1987, Museum of Fine Arts di Boston

 

Attraverso i risultati sperimentali ottenuti negli ultimi decenni dalle neuroscienze e dalla psicologia cognitiva, le informazioni in nostro possesso sull’evoluzione e le caratteristiche funzionali della mente umana sono oggi innumerevoli. Grazie a svariati studi condotti sulle modalità d’approccio dei bambini all’ambiente circostante nei primi mesi di vita, ad esempio, è stato possibile constatare che la specie umana è dotata di una fisica intuitiva (folk physics) e di una psicologia intuitiva (folk psychology), ossia specifiche predisposizioni innate.

 

Fisica intuitiva e folk psychology

Per quanto riguarda la fisica intuitiva, apprendiamo innanzitutto il nostro essere “biologicamente aristotelici”, cioè inclini a categorizzare il mondo in termini dualistici e di più facile comprensione. Ciò è stato provato attraverso esperimenti che hanno dimostrato come bambini di pochi mesi si soffermino più a lungo su immagini in cui sono raffigurati oggetti disposti in modo fisicamente impossibile. Il fatto che reputino eccezionale ciò che non rispetta determinate basi della fisica, mentre è minima l’attenzione rispetto a ciò che può essere considerato normale, è indice del possesso di intuizioni precoci riguardo a problemi di rappresentazione spaziale.

Alcune ricerche nell’ambito della psicologia del giudizio e della decisione1Tversky A., Kahneman D. (1983), Extensional versus intuitive reasoning: The conjunction fallacy in probability judgment, in “Psychological Review”, 90, pp. 293-315. mostrano come le nostre scelte siano spesso basate sull’applicazione inconsapevole di processi rapidi ed economici. Questi procedimenti mentali – definiti euristici dallo psicologo Herbert Simon – portano a fare stime sulla probabilità di certi eventi in base alla loro tipicità rispetto a una categoria generale di riferimento. Le decisioni inconsce prese attraverso le euristiche non garantiscono necessariamente la scelta migliore fra quelle possibili, ma permettono di risolvere problemi quotidiani con poca spesa e in modo rapido.

In più, com’è dimostrato dalle basi della medicina tradizionale o della magia, questi processi ci portano ad accettare il principio di somiglianza fra causa ed effetto e a resistere a idee che lo violano. In pratica siamo inclini a pensare in modo pregiudizievole che la causa per cui un evento avviene debba essere simile all’evento stesso. L’antropologo Evans-Pritchard, nella sua celebre etnografia sul pensiero magico degli Azande, racconta che presso questa popolazione viene somministrata cenere del cranio di una particolare scimmia a chi soffre di epilessia. Questo avviene perché la scimmia in questione, al suo risveglio, si agita in un modo che ricorda le convulsioni delle crisi epilettiche, per poi calmarsi dopo qualche secondo. Si ritiene quindi che lo stesso possa avvenire a chi se ne cibi, calmando o inibendo gli spasmi.

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Gli “effetti collaterali” della fisica intuitiva e dei processi euristici sono gli errori sistematici che possono manifestarsi sotto forma di correlazioni illusorie e resistenza a determinati tipi di idee, come quelle scientifiche. Per un bambino (almeno fino agli otto o nove anni), dotato in modo innato delle basi di fisica intuitiva di cui abbiamo parlato, è impensabile immaginarsi che un uomo resti in equilibrio sulla sferra terrestre – a testa in giù! – senza cadere: per questo la Terra dev’essere per forza piatta.

Per lo stesso motivo, in riferimento ai ragionamenti euristici, data l’apparente perfezione dell’universo (l’effetto) e – riducendo drasticamente la scala di riferimento – del pianeta che abitiamo e delle specie che lo popolano, la causa non può che essere una mente creatrice altrettanto perfetta. Risultava – e risulta – naturale pensare a ciò che ci circonda, e a noi stessi, come il prodotto di un disegno intelligente con un fine prestabilito, piuttosto che all’esito di una serie di avvenimenti improbabili e assolutamente contingenti. Proprio su questi concetti si basa il neocreazionismo scientifico, movimento interconfessionale – sposato da frange integraliste di diverse religioni – che non nega l’evoluzione delle specie, ma riconduce il fenomeno all’interno di un intenzionale disegno divino.

 

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La Creazione di Adamo, Michelangelo

 

Sotto la pressione selettiva, l’acquisizione del concetto di causa ed effetto consentì – a livello adattativo – la costruzione di strumenti complessi. Vallortigara sostiene che fu dopo questo avvenimento che i nostri antenati iniziarono a interpretare le cause di altri fenomeni, sentendo il bisogno di sapere perché ci si ammala, perché il sole sorge e tramonta o perché si muore.

Wolpert, biologo inglese, azzarda che le origini evoluzionistiche delle credenze nelle religioni e nel sovrannaturale potrebbero trovarsi proprio nella passione tutta umana per le spiegazioni causali, dunque la relazione causa-effetto sarebbe la madre di tutte le credenze. Ciò sarebbe un ulteriore conferma del bisogno, avvertito dagli uomini, di dare senso e significato all’apparente caos del mondo naturale che li circonda.

Sarebbe tuttavia prematuro spiegare la presenza di una concezione intuitiva della divinità come creatrice e causa prima con questa necessità incessante di conoscenza causale. Infatti ci si potrebbe interrogare sul perché, ad esempio, la teoria dell’evoluzione risulti così psicologicamente difficile da accettare rispetto all’idea del disegno intelligente dato che, trattandosi entrambe di spiegazioni causali, non si giustificherebbe la preferenza di una rispetto all’altra.

Resta cioè da capire perché l’idea di un’entità sovrannaturale che per volontà propria decise di plasmare le creature di questo pianeta sia cognitivamente più attraente ed efficace della spiegazione evoluzionistica per cui tutto è conseguenza dell’adattamento di variazioni genetiche casuali. L’approfondimento del concetto di psicologia intuitiva ci aiuterà a far luce su questo aspetto.

 

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Kami della foresta, presenze spirituali shintoiste che abitano oggetti e luoghi sacri.
Immagine tratta da La principessa Mononoke di Hayao Miyazaki.

 

Secondo lo psicologo Paul Bloom la nostra mente subì differenti specializzazioni adattative: la prima – condivisa con altre specie – è necessaria per trattare il mondo degli oggetti fisici e inanimati (la folk physics, la fisica intuitiva), la seconda – probabilmente unica della nostra specie – contempla il mondo degli oggetti sociali, e viene chiamata psicologia intuitiva.

 

Il concetto di psicologia intuitiva

Una delle conseguenze cognitive implicate nella seconda specializzazione riguardano la propensione a un dualismo intuitivo che ci permetterebbe di considerare gli oggetti fisici come entità separate dagli oggetti mentali, «riuscendo così a concepire corpi privi di menti e menti prive di corpo» (Vallortigara, 2016, p. 85).

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Un altro importante sviluppo è ciò che l’antropologo cognitivo Pascal Boyer definisce “un’ipertrofia” (un aumento di volume) del sistema che tratta gli oggetti animati, che comporta la propensione a inferire e attribuire obiettivi e desideri anche quando non sono presenti. Nello specifico la prima conseguenza costituirebbe il fondamento cognitivo della nostra credenza negli dei, negli spiriti e nella vita dopo la morte, mentre la seconda sarebbe uno dei pilastri cognitivi della nostra predisposizione al creazionismo.

«La mente umana si è evoluta, per selezione naturale, per pensare in termini di obiettivi e di intenzioni. Ciò perché è altamente adattativo farlo. Perché siamo animali sociali»
(Vallortigara, 2016, p. 91)

Quindi una caratteristica specifica della nostra specie è la tendenza ad un’iperattribuzione della caratteristica di agente intenzionale alle cose più disparate, dalle nuvole agli alberi, dalla terra al sole.

Boyer sostiene che tale sensibilità dipenda dalla remota convenienza ad interpretare determinati eventi – tipo un ramo spezzato – come segni del passaggio di un predatore o di un nemico (agenti causali) piuttosto che fenomeni naturali, come il vento: meglio essere cauti che morti. Da ciò deriva la nostra tendenza naturale ad associare una struttura complessa agli intenti psicologici del suo creatore.

È quindi in conseguenza di questi sviluppi cognitivi che siamo oggi dotati di un’innata concezione di agente intenzionale che guida e direziona in modo inconscio determinati processi mentali, come quelli mostrati fino ad ora. Tendiamo ad attribuire intenzionalità e volontà a oggetti o eventi naturali, concependoli come spiriti o dei (è così che nasce l’animismo): siamo delle vere e proprie macchine di credenze.

In conclusione, citando Vallortigara (2016, p. 84), «è probabile che le credenze nel sovrannaturale siano la conseguenza indiretta (forse priva di qualsiasi vantaggio biologico) di certi adattamenti che sono, questi sì, di importante valore biologico».

Secondo Pievani le religioni sarebbero nate come cooptazioni funzionali (o exaptation), cioè come effetti incidentali di adattamenti specifici che furono riadattati per svolgere funzioni sociali e psicologiche completamente indipendenti e diverse rispetto alla loro origine storica. Le ragioni di queste cooptazioni potrebbero essere state «il mutare del contesto ambientale e della nicchia cognitiva umana, e poi l’accelerazione dell’evoluzione culturale umana» (Pievani, 2016, p. 175).

Dunque la religione e le credenze nel sovrannaturale sono fenomeni evolutivamente non necessari, che vennero poi cooptati (o exaptati) dalla selezione naturale per svolgere funzioni rispondenti a specifici bisogni sorti nel corso della storia evolutiva dell’uomo. Questi adattamenti hanno però, fra le loro conseguenze inattese, anche una predisposizione al fraintendimento del darwinismo.

La citazione del genetista francese François Jacob presa in prestito da Pievani (2016, p. 36) rende in modo ottimale l’idea di questo processo:

L’evoluzione si comporta come un bricoleur che nel corso di milioni e milioni di anni rimaneggia lentamente la sua opera, ritoccandola continuamente, tagliando da una parte, allungando da un’altra, cogliendo tutte le occasioni per modificare le vecchie strutture in vista delle nuove funzioni.

 

Bibliografia:

  • Boyer P. (2010), E l’uomo creò gli dei. Come spiegare la religione, Odoya srl, Bologna (ed. or. Et l’homme créa les dieux. Comment expliquer la religion, Édition Robert Laffont, Paris, 2001)
  • Girotto V., Pievani T., Vallortigara G. (2016), Nati per credere. Perché il nostro cervello sembra predisposto a fraintendere la teoria di Darwin, Codice edizioni, Torino.
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Valentina Sbocchia

Laureata in Antropologia, Religioni, Civiltà Orientali presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna, frequento un Master in Antropologia Medica e Salute Globale presso la Rovira i Virgili (Tarragona, Cataluña).