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L’utopia dove non te l’aspetti. The Utopia of Rules

Dalla postal utopia alla postal dystopia

L’antropologo David Graeber, scomparso prematuramente da poco, in uno dei saggi che compongono il suo The Utopia of Rules (2015), ripercorre la nascita del servizio postale in Occidente e ci illustra come da qui si sia sviluppata una delle più importanti utopie dei nostri tempi.

 

David Graeber

 

In Europa e negli Stati Uniti, infatti, nel tardo Ottocento si sviluppò una vera e propria postal utopia, una serie di fantasie sulla costruzione dello stato e dei servizi che scaturiva dall’efficienza dell’ufficio postale.

A partire dal modello di efficienza e ramificazione di questa postal utopia, si sono, infatti, sviluppati i primi servizi di quello che è stato poi chiamato welfare state. Oggi, però, è sotto gli occhi di tutti la crisi profonda che sperimenta lo stato burocratico: là dove si immaginava uno stato efficiente e capace di articolarsi sul proprio territorio, si ha invece una grande dispersione e lentezza.

 

 

In questo scenario, la visione dell’ufficio postale si è completamente ribaltata: la postal utopia è diventata una postal distopia, «l’ufficio postale è diventato il simbolo di tutto ciò che oggi non funziona nella burocrazia statale»1La traduzione, come le seguenti è mia (Graber, 2015: 160).

 

Postal utopia: la burocrazia e la capacità d’immaginare

Eppure, la burocrazia – protagonista di molte visioni distopiche della società – è capace anche di «incantare quando può esser vista come una specie di ciò che chiamo tecnologia poetica» (Graber, 2015: 164). Graeber  definisce «tecnologie poetiche»

le forme di organizzazione meccanica, spesso militari nella loro prima ispirazione, che possono essere introdotte nel nostro quotidiano per la realizzazione di visioni impossibili: creare città dal nulla, scalare i cieli e far fiorire il deserto2Graeber, 2015: 164.

Questo potere immaginativo era una volta esclusiva delle élite, mentre oggi «è alla portata di chiunque sia in grado di scrivere una lettera o accendere un interruttore» (2015: 164).

 

 

In questo potere immaginativo è racchiusa la forza creativa dell’utopia ed è uno strumento a cui Appadurai (2012) riconosce un ruolo fondamentale nel mondo globalizzato e spaesante di oggi. Attraverso la capacità di immaginare, le persone possono cercare di affermare la propria presenza – come direbbe De Martino – il proprio esserci nel mondo, esprimendo, in una certa misura, la propria agency e adeguandosi agli scenari che immaginano.

 

Postal utopia: burocrazia e gioco

L’ulteriore passo che compie Graeber nel parlarci della sua utopia of rules sta nell’individuare il rapporto che sussiste fra burocrazia e gioco. Se è vero che da un lato tutto si può dire, tranne che la burocrazia sia divertente, ma a prima vista «meccanica e impersonale la negazione di qualsiasi possibilità di giocosità» (Graeber, 2015: 190), è pur vero che spesso abbiamo l’impressione, quando abbiamo a che fare con la burocrazia, di essere all’interno di una specie di gioco.

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A me viene in mente una scena di Le dodici fatiche di Asterix (1976) di René Goscinny e Albert Uderzo, in cui Asterix e Obelix devono affrontare la fatica di farsi rilasciare il lasciapassare A38 da un ufficio pubblico – la «Casa che rende folli» – dell’Impero Romano.

Dopo un lungo ed estenuante rimbalzare da uno sportello all’altro, i due galli, sull’orlo della follia, su iniziativa di Asterix decidono di sconfiggere i romani usando la loro stessa arma: la burocrazia. L’avventura finisce con i due galli che escono, lasciapassare A38 alla mano, da una «Casa che rende folli» ormai preda essa stessa della follia.

 

 

Emerge qui chiaramente il tema del gioco. Il gioco, per Asterix e Obelix, nasce dalla burocrazia, dall’esagerazione delle sue implicazioni. I giochi, per Graeber, sono creati dalla burocrazia. Basta pensare a questo semplice fatto: quando ci accingiamo a iniziare un gioco da tavolo la prima cosa che facciamo è leggere il regolamento.

 

 

Ogni gioco ha le sue regole e, spesso, dei parametri misurabili, dei valori quantificabili. È vero anche che «in quasi tutte le situazioni in cui ci troviamo ci sono regole […] ma queste regole sono raramente esplicite, e spesso ce ne sono alcune che possono entrare in conflitto fra loro in qualsiasi momento» (2015: 191).

 

L’utopia delle regole

Non è facile, dunque, destreggiarsi tra le norme implicite che regolano la nostra vita “là fuori”. I giochi, però, ci danno la possibilità di superare quest’ambiguità: «ognuno sa esattamente quali sono le regole. E non solo, le persone le seguono davvero. E seguendole, è anche possibile vincere! Questa […] è la sorgente del piacere» (Graeber, 2015: 191).

Ecco perché Graeber ci parla di una utopia of rules: «I giochi sono una specie di utopia delle regole» (2015: 191). Un gioco ci permette di vivere un’esperienza che nella vita di tutti i giorni non possiamo vivere. Entriamo dunque in un mondo fantastico, e per di più sorto dall’immaginazione di qualcuno.

Del resto, la stessa creazione di un’utopia corrisponde, in un certo qual modo, a un gioco. Basti pensare al primo inventore di Utopia, Tommaso Moro. L’umanista inglese, infatti, nel creare la propria isola di Utopia si dedicava a un fine gioco letterario. La descrizione di quell’isola rimane un gioco, certo un gioco serio, con le sue regole, ma pur sempre un gioco.

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Gioco come game e gioco come play

Sappiamo, però, che oltre al gioco (game) che non esiste senza le sue regole, c’è un gioco (play) che può esserci anche in assenza totale di regole. Un gioco che si costruisce sull’imprevisto, aperto all’improvvisazione. Qui le regole, tornano implicite, ed è questo implicito, insieme all’apertura all’imprevisto, che carica questo tipo di gioco di potenzialità creativa. Tutto può succedere.

Riecco quindi l’ambiguità, l’incertezza e lo spauracchio, insieme alla potenzialità creativa, di una forza pericolosa: «Perché questa creatività senza limiti permette anche una potenzialità casuale di distruzione» (Graeber, 2015: 192). È qui che la burocrazia edifica ed esercita la propria attrazione: sulla paura di questo tipo di gioco.

 

Le due utopie odierne e il successo della burocrazia

Il gioco regolarizzato (game) si basa sull’idea che all’interno di esso un individuo sia “libero da” un’ambiguità di regole implicite e conflittuali; il gioco aperto all’imprevisto (play), invece, si basa sull’idea che al suo interno un individuo sia “libero di” fare potenzialmente ciò che vuole. È su queste due idee diverse di libertà – “libero da” e “libero di” – che si costruiscono due utopie diametralmente opposte che Graeber ci illustra.

Da una parte, una antiautoritaria che, nell’enfatizzare la sua sintesi creativa e l’improvvisazione, vede la libertà in ultima analisi in termini di gioco (play), dall’altra parte, un tacito repubblicanesimo che vede la libertà nella possibilità di ridurre ogni forma di potere a un insieme di regole chiare e trasparenti3Graeber, 2015: 204.

 

Occupy London protest, London, UK, 15/10/2011. (Photo by: PYMCA/UIG via Getty Images)

 

Del resto, «chi non ha mai sognato un mondo in cui ognuno conosce le regole, gioca secondo le regole e può anche vincere? Il punto è che è una fantasia utopica tanto quanto un mondo di assoluto free play» (2015: 205). E, in ultima analisi, è proprio la paura di questo free play, capace di improvvisare, di adattarsi, di accogliere in sé l’imprevisto, a suscitare la nostra attrazione per la burocrazia e, quindi, il suo stanco trascinarsi.

 

Bibliografia:

  • Appadurai A., 2012, Modernità in polvere, Cortina Raffaello, Milano [ed. or. Appadurai A., 1996, Modernity At Large: Cultural Dimensions of Globalization, University of Minnesota Press, Minneapolis].
  • Graeber D., 2015, The Utopia of Rules. On Technology, Stupidity, and the Secret Joys of Bureaucracy, Melville House, Brooklyn, London.
  • Sala D. (a cura di), 2010, Moro. Utopia, Giunti, Firenze, Milano.
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Alvise De Fraja

Sono Alvise, sono nato a Mestre e da cinque anni vivo e studio a Bologna (dopo una breve parentesi a Padova). Mi sono laureato in Antropologia, Religioni, Civiltà Orientali nel 2019 e ora frequento la magistrale in Antropologia Culturale ed Etnologia per continuare a dover spiegare cos'è l'antropologia a nonni, nonne, zii (materni, ma non solo) e zie di tutto il mondo. Credo che HomoLogos sia un modo valido per farlo. Per quanto mi riguarda, sono un cultore dei viaggi a piedi e del risotto e mi piace molto fare teatro, ritengo sia un "qualcosa" con un enorme potenziale euristico. Mi piace leggere i romanzi francesi di oggi e quelli russi di ieri. In ogni caso 42.