L’uomo negli occhi della bambola – Le Reborn Dolls

Si ritiene che le bambole siano il giocattolo più antico mai ritrovato sin ora, dato che gli archeologi ne hanno rinvenuto un esemplare in una tomba dell’antico Egitto, datata più di 2000 anni fa. Pur presentando innumerevoli evoluzioni, che ne hanno mutato forma e materiale, la bambola è divenuta sempre più non solo l’inseparabile compagna di molte bambine e prezioso cimelio da collezione, ma anche oggetto carico di significati personali, culturali e rituali.

Dagli anni Sessanta del boom economico le bambole verranno prodotte industrialmente su vasta scala, mentre la pop art darà il via al fenomeno dell’iperrealismo, genere di pittura e scultura che cerca una riproduzione fotografica della realtà nei suoi minimi particolari, concentrandosi molto sulle figure umane: è del 1959 la famosissima Barbie, punta di diamante del colosso dei giocattoli Mattel.

Appare a questo proposito significativo che negli anni Novanta, nello stesso periodo in cui noti artisti dell’iperrealismo contemporaneo iniziarono la loro attività, si sia sviluppato negli Stati Uniti il fenomeno del Reborning.

Esso consiste nello smembrare le classiche bambole industriali per farle poi “rinascere”, attraverso un lungo e complicato processo di lavorazione artistico-artigianale, in repliche estremamente realistiche di bebé in carne ed ossa.

I modelli più sofisticati, che possono arrivare a costare anche 20.000 €, sono dotati addirittura di particolari meccanismi che simulano il battito cardiaco.

La fotografa Rebecca Martinez ha lavorato a lungo nei contesti in cui le Reborn Dolls vengono create e “adottate”, sottolineando il forte coinvolgimento empatico percepibile quando le persone entrano in contatto con questi oggetti per la prima volta. Anche gli individui più scettici, tenendo tra le braccia una di queste bambole, iniziano a trattarle in maniera protettiva come se fossero neonati reali, senza averne coscienza.

Questa reazione impulsiva del corpo fa si che queste materialità iper-antropomorfe vengano caricate contemporaneamente di elementi positivi e negativi, in un confine tra affetto e ribrezzo.

Le Reborns erano nate originariamente per i collezionisti; tuttavia oggi vengono acquistate da genitori single, sterili o che soffrono la sindrome del nido vuoto, e soprattutto da madri e padri di bambini nati morti o deceduti nei primi anni di vita, che ne commissionano un esemplare identico al figlio perduto.

Sono questi ultimi casi a richiamare all’attenzione la relazione tra animato e inanimato e il legame con la morte.

L’elaborazione del lutto è una caratteristica che accomuna tutti gli esseri umani, tuttavia è svolta con modalità e pratiche culturalmente differenziate. La separazione causata dalla morte può essere in alcuni casi superata grazie alla conservazione e sacralizzazione di oggetti appartenenti al defunto, o addirittura di parti di quest’ultimo, che fungono da elementi perpetuatori della memoria.

In questo senso le Reborns, conservando spesso al loro interno le ceneri del neonato a cui la loro forma “si ispira”, potrebbero costituire una reliquia funzionale al superamento di una perdita.

Che succederebbe se, con l’aiuto della tecnologia, acquisissero capacità che per il momento sono solo simulate dai loro “amministratori”? Esse continuerebbero ad essere cimelio utile a ricordare e piangere i defunti, o la loro artificiosità potrebbe concorrere a creare ulteriori disagi e illusioni a chi ha subito gravi perdite e traumi?

Non bisogna dimenticare che un essere umano non potrà mai essere totalmente replicato artificialmente, in quanto ciò che più ci caratterizza è la nostra umanità, fatta di emozioni, sensazioni, desideri, esperienze ed errori. Molte volte diamo per scontato tale elemento, eppure nessuno di noi è in grado di comprenderlo (e quindi riprodurlo) fino in fondo.

Arnold Van Gennep, famoso antropologo francese vissuto a cavallo fra gli scorsi due secoli, sosteneva che il ciclo di vita dell’essere umano fosse costituito da una serie di tappe, a partire dalla nascita fino alla morte; il passaggio da una all’altra di queste tappe si configura come un vero e proprio rituale, comportando per l’individuo che lo vive un cambiamento di status.

I riti di passaggio sono fondamentali, dal momento che permettono al singolo di strutturare il corso della sua vita, ma anche di entrare a far parte di un determinato gruppo al fine di garantire la coesione sociale. La teoria di Van Gennep si delinea in tre fasi:

  • riti di separazione o preliminari – facilitano il distacco dell’individuo dalla precedente situazione di vita o, nel caso di una perdita, da una persona cara.
  • riti di margine o liminari – comportano una situazione di sospensione che separa due tappe di vita.
  • riti di aggregazione o postliminari – permettono il definitivo ingresso dell’individuo in un nuovo “territorio”, rendendo effettivo il passaggio.

I genitori-possessori delle reborn dolls si ritrovano, a mio avviso, intrappolati nella fase liminale. L’entrata in una nuova tappa di vita, in seguito per esempio alla morte di un figlio, è facilitata attraverso la creazione rituale di una copia antropomorfa del caro perduto; tuttavia queste persone rimangono ancorate ad una soglia tra vita e morte, stringendo fra le braccia un involucro di esistenza immutabile.

Il caso delle bambole rinate appare come l’ennesimo esempio del nostro progressivo rintanarci in una dimensione privata. Le vicende ed i sentimenti che cataloghiamo come negativi vengono sempre più vissuti in solitudine, in quanto considerati fonte di vergogna, stigma, derisione o compatimento; spesso soffocati e perciò raramente elaborati in maniera costruttiva.

Teorizzando i riti di separazione, Van Gennep attribuiva un ruolo chiave al gruppo sociale nel sostenere l’individuo, aiutandolo a superare il trauma del passaggio. Tuttavia oggigiorno la società appare sempre più qualcosa di distante, quasi evanescente, ed il singolo, abbandonato a se stesso, si trova spesso a percorrere terreni incerti e scivolosi.

 

Fonti:

  • Damiani Sara, «Giocare con le cose morte». Reborn dolls, arte ed empatia, Bologna, Piano B – Arti e culture visive, V. 1, N. 2 (Too True to Be Good. Il problema della somiglianza nell’arte contemporanea), 2016.
  • Parbuono D., Sbardella F. (a cura di), Costruzione di Patrimoni. La parola degli oggetti e delle convenzioni, Bologna, Pàtron Editore, 2017.
  • Van Gennep A. , I riti di passaggio [1909], Torino, Bollati Boringhieri, 1981.
  • http://www.artericerca.com/Articoli%20Online/La%20Bambola%20nel%20corso%20dei%20secoli.htm

 

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Sara Miola

Studentessa magistrale di Antropologia Culturale e Etnologia, mi piace definirmi come una "trentina naturalizzata messicana". Con una predilezione per le Americhe, mi interesso soprattutto di antropologia alimentare e del turismo, ma anche di sessualità e del rapporto fra uomo e tecnologia.

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