fbpx

L’istituzionalizzazione della medicina tradizionale in Cina

cina

Processo di unificazione nazionale cinese: riconoscimento delle minoranze etniche e istituzionalizzazione della medicina tradizionale cinese

Un articolo di Daniela Morandini

Introduzione

L’obiettivo dell’articolo è quello di fare una breve analisi dell‘atteggiamento della Repubblica Popolare Cinese nei confronti delle minoranze etniche del Paese per comprendere i fini politici e sociali delle decisioni attuate dal governo, soprattutto nel corso degli anni ’50 del secolo scorso.

In seguito alla caduta della Dinastia Quing nel 1912 i nazionalisti cinesi dovettero affrontare il tema della costruzione di uno Stato-nazione cinese, nel quale l’ideale da perseguire era l’integrazione dei diversi gruppi etnici: la Cina è un territorio vasto ed eterogeneo, abitato da una moltitudine di gruppi etnici geograficamente separati, con apparati culturali, linguistici e politici spesso diversi tra loro.cc

cina
Mappa della Cina – Fonte: Wikipedia

È interessante osservare, all’interno di questa politica di nation building, un atteggiamento particolare nei confronti della medicina, che prima vede l’abolizione delle sue pratiche tradizionali e, successivamente, un’istituzionalizzazione delle pratiche all’interno della formalizzata Medicina Tradizionale Cinese.

Qual è la motivazione di questo atteggiamento apparentemente contraddittorio?

 

Il progetto comunista di catalogazione etnica

La Repubblica Popolare Cinese produsse dei grandi cambiamenti dal punto di vista sociale e intellettuale. La disciplina antropologica era considerata una pseudo-scienza alta e borghese che nascondeva le ideologie capitaliste occidentali, in quanto l’antropologia culturale traeva i suoi principi soprattutto dagli studi delle scuole statunitensi.

Nel periodo del PCC (Partito Comunista Cinese) si passò a chiamare la disciplina semplicemente “etnologia“. L’etnologia era, infatti, considerata una sottoclasse delle scienze storiche, utile quindi a risolvere le questioni etniche che si ponevano lungo la strada verso il socialismo reale, utilizzata come strumento del governo nella sua opera di catalogazione delle minoranze.

Lo sviluppo delle discipline etnologiche nel corso degli anni ’50 in Cina è strettamente legato all’influenza sovietica, anche in seguito alla sottoscrizione, nel febbraio del 1950, del Trattato di cooperazione e alleanza fra Cina e Unione Sovietica.

cina
Fonte: www.leftcom.org

L’antropologia cinese trasse da quella sovietica soprattutto la capacità di integrare alla prassi disciplinare l’antropologia marxista e, come nella Russia sovietica, la scienza antropologica fu suddivisa in quattro classi distinte: etnologia, linguistica, archeologia e antropologia fisica (Hongbao et al, 2014).

Tra il 1950 e il 1952, ben 126 specialisti russi si recarono in Cina per prestare consulenza negli istituti di ricerca e negli ambiti accademici, rendendo predominante l’influenza russa nella formazione dei nuovi etnologi.

Uno degli etnologi russi che lasciarono un’impronta profonda fu Nikolai Nikolaevič Cheboksarov (1907-1980). Secondo Cheboksarov il compito principale dell’etnologia cinese doveva essere quello di mettersi il più possibile al servizio dello studio e della catalogazione delle innumerevoli minoranze etniche cinesi (Blum, 2000).

Fonte: bridgingchinagroup.com

Nel 1952 fu fondata la Divisione di Ricerca dell’Istituto Centrale delle Minoranze a Beijing, presso la Minzu University, che da allora rimase il fulcro degli studi etnologici cinesi. Il lavoro di ufficializzazione delle 56 etnie cinesi riconosciute avvenne quasi interamente tra il 1950 e il 1964.

cina
Poster di propaganda cinese – Fonte: Il Post

Furono chiamate al lavoro squadre di etnologi, affiancati da storici, linguisti, filosofi e molte altre figure, per perseguire l’obiettivo comunista della diffusione dei principi di uguaglianza tra le varie nazioni della Nuova Cina, all’interno di un’indagine chiamata “Classificazione delle Minoranze“, Minzu Shibie 民族识别 (Crocenzi, 2011).

L’atteggiamento nei confronti delle minoranze può essere cronologicamente suddiviso in tre fasi, che seguono i cambiamenti politici e sociali in una fase di enormi mutamenti storici:

  1. fase di transizione dal 1949 al 1954, durante la quale la recente RPC, nel suo progetto di nation building e di modernizzazione del paese, è concentrata sull’integrazione delle etnie minoritarie con l’etnia maggioritaria Han (che rappresentava circa il 92% della popolazione) per promuovere una coesistenza pacifica;
  2. fase moderata dal 1954 al 1957, inizia con l’adozione della nuova Carta Costituzionale, in cui è chiaramente espressa la politica di autonomia regionale per le minoranze. Sono anni caratterizzati da una forte fiducia, apertura e moderazione;
  3. fase radicale dal 1957 al 1976, anno della morte di Mao Zedong e fine della Rivoluzione culturale.

Il lavoro di classificazione delle minoranze, minzu shibie, doveva seguire le direttive del PCC nel promulgare i concetti di uguaglianza e autonomia regionale; si trattava soprattutto di conferire uno statuto legale e un nome ufficiale ai vari gruppi sociali, in seguito a ricerche di campo condotte dagli etnologi con interviste riguardanti l’identità di gruppo della popolazione.

L’ascesa del PCC segnò un fondamentale spartiacque nelle politiche nei confronti delle minoranze, provenienti da un passato ostile e discriminatorio che aveva provocato, negli abitanti, l’abitudine radicata di mentire o celare la propria vera discendenza.

Leggi anche:  Gaì: la lingua perduta dei pastori

Nel 1953, dopo un lungo lavoro etnografico di analisi e selezione, si arrivò alla catalogazione di 38 gruppi sociali differenti, ognuno con un proprio nome e un proprio statuto. I lavori continuarono negli anni successivi, fino ad arrivare all’odierno numero di 56 gruppi etnici. Queste minoranze occupano il 50-60% del territorio compreso negli attuali confini cinesi.

Il terreno sul quale venivano svolte le analisi etnologiche era quello della cultura stalinista, alla quale la Nuova Cina si stava ampiamente ispirando. Il concetto di nazione staliniana si basava su quattro elementi fondamentali: la lingua, il territorio, la vita economica e la conformazione psichica di un popolo.

Era una teoria nata in seno alla visione marxista dell’evoluzione della società (primitive, schiaviste, feudali, capitaliste, socialiste) e applicata a un mondo, quello sovietico, che stava compiendo il suo passaggio dallo stato capitalista a quello socialista, essendo quest’ultimo diretta conseguenza e risultato del precedente.

Donne di etnia Miao – Fonte: luomoconlavaligia.it

Tra le molte differenze che caratterizzavano i due mondi, cinese e sovietico, vi era dunque anche questo, fondamentale nell’uso della definizione di nazione: gran parte della società cinese era ferma ancora allo stato pre-capitalista, in quanto proveniente da un recente passato feudale.

Gli etnologi cinesi affrontarono, quindi, con spiccata flessibilità la teoria di Stalin: i quattro elementi di definizione della nazione furono interpretati come quattro stadi diversi nel cammino dell’evoluzione di una comunità verso lo status di nazione.

Se le varie comunità cinesi non possedevano interamente le quattro caratteristiche, ma solo alcune di esse, era quindi perché si trovavano ancora sulla scala che le avrebbe portate inevitabilmente al più alto concetto di nazione, ma non per questo non meritavano di non essere riconosciute nel loro status di comunità.

Il grande progetto di classificazione doveva mettere ordine nel processo di costruzione di una Nuova Cina che aveva bisogno di una nuova stabilità sociale. Gli obiettivi nei confronti delle minoranze erano:

– implementare l’autonomia regionale, trasferire i concetti di uguaglianza e di unità tra le varie nazioni, comprendere l’identità dei gruppi rimasti nell’ambiguità della definizione;

– trasferire i modelli di edificazione economica di stampo socialista nelle zone in cui tali modelli non erano ancora arrivati;

– studiare le lingue e i dialetti diversi presenti nei vari territori e occuparsi dell’istruzione;

– formare dei funzionari di partito e del personale tecnico-scientifico tra gli individui appartenenti alle minoranze.

 

E per quanto riguarda il rapporto con la Medicina Tradizionale Cinese?

Un ambito che permea la storia della vita cinese e di tutte le sue minoranze etniche è quello della sanità e della medicina. La medicina cinese si fa risalire, nei suoi albori, all’epoca della dinastia Xia (2207- 1766a.C), sebbene i documenti e i reperti storici che documentino questa notizia siano molto frammentari.

Tavola anatomica cinese – Fonte: Wikipedia

La paternità del sapere medico cinese è attribuita, attraverso un corredo di miti e leggende pervenute in occidente, all’imperatore giallo Huang Di (2698-2597 a.C.). Durante il “Periodo dei regni combattenti” (453 a.C. al 221 a.C.), si vede l’emergere delle teorie fondanti la medicina tradizionale cinese: yinyang, wu-hsing (5 fasi), cinque sapori, cinque colori, il sistema delle corrispondenze, Qi, diagnosi del polso, i canali o meridiani, punti di agopuntura.

Il periodo di massima fioritura della medicina cinese si ebbe con la dinastia Han (206 a. C.-220 d.C.); in questo periodo furono redatti i quattro classici della medicina cinese, considerati ancor oggi i testi fondamentali: Huang Di Nei Jing (Classico dell’imperatore giallo), Nan Jing (Classico delle difficoltà), Shang Han Za Bing Lun (Il libro dei danni causati dal freddo e di altre malattie, oggi suddiviso in Shan Han Lun e Jin Gui Yao Lue e Shen Nong Ben Cao Jing.

Facendo un balzo storico in avanti, è possibile osservare un periodo di profondo mutamento della medicina cinese nel suo incontro con l’Occidente, tra pregiudizi e contaminazioni. In Cina, infatti, cominciò a diffondersi la pratica della medicina occidentale in seguito alle Guerre dell’Oppio (1839-1842); parallelamente, andava espandendosi un clima di ostilità e di repressione nei confronti delle pratiche tradizionali, che sopravvissero a livello popolare, sebbene impoverite e circoscritte, ma in modo che la tradizione non venisse brutalmente estirpata.

In una tradizione di pluralismo e sincretismo di innumerevoli aspetti culturali, non è raro trovare interlocutori che si esprimono in questo modo:

Il problema non è: agopuntura o “medicina occidentale”; non vi è una lotta tra gli scienziati cinesi che studiano l’agopuntura e quelli che hanno studiato l’insulina.1(J. Myrdal, G.Kessle, Un villaggio cinese nella rivoluzione culturale, pag. 96)

Ma il pluralismo storico cinese si scontra, in quel periodo, con un mondo esterno che richiama concetti di modernità e di cultura differenti, e la Cina si trova a dover trasformarsi, con tutte le sue idiosincrasie, in un nuovo modello di nazione che possa essere forte e competitiva sul piano globale.

Leggi anche:  Rifiutare un figlio per colpa dell'oroscopo
Fonte: medicinatradizionalecinese.blogspot.com

Durante la Prima Repubblica, la medicina cinese è accusata di essere una medicina superstiziosa e ne viene ordinata la sostituzione con la Medicina Occidentale.

L’apertura della Cina ad un universo nazionalista, infatti, doveva passare, secondo il partito, attraverso l’abbandono di tecniche che potevano far apparire la nazione ancora retrograda e lontana dall’avvento di un’unità nazionale conforme alla modernità e di una presenza della Cina sul piano globale.

Nonostante il mutare delle condizioni politiche, la medicina cinese sopravvisse, isolata soprattutto nelle campagne e nelle aree rurali, segno che una tradizione profondamente innescata nelle comunità non può essere rovesciata tramite un’azione politica arbitraria.

La prima metà del XX secolo fu un periodo molto turbolento per la Cina, che si vide diventare campo di mutamenti e scontri politici di notevoli dimensioni. La sanità, ovviamente, subì dei grossi contraccolpi: la durata di vita media era allora di 35 anni, con un tasso di mortalità infantile di oltre 250/1000 nati vivi.

Il primo ottobre 1949, Mao Zedong dichiarò in piazza Tiananmen la nascita della Repubblica Popolare Cinese, decretando la fine di un periodo molto turbolento.

Con Mao, si assiste ad una rivalutazione della medicina cinese tradizionale, che va ad inserirsi nel piano di pluralismo e di integrazione che permetterà alla Cina di costituirsi come un moderno “Stato multietnico unitario”, quindi uno Stato-nazione con delle sue peculiarità e con la possibilità di essere governato dai principi comunisti di Mao Zedong e del PCC.

Il pluralismo deve divenire il punto di forza della Cina, ma affinché possa essere governato, deve anche essere gestito: una nazione frammentata nei suoi aspetti sociali e culturali non può essere diretta dai principi di uguaglianza del comunismo; nei confronti dell’esterno, d’altra parte, tale frammentarietà non la renderebbe credibile. La RPC, dunque, attua nei confronti delle pratiche e dei saperi medici tradizionalmente radicati nel territorio cinese una vera e propria istituzionalizzazione.

cina
Fonte: cinaoggi.it

Il sapere medico viene raccolto, analizzato e sistemato in un corpus di dottrine particolari e credibili. Mao commissionò il lavoro di standardizzazione delle sue applicazioni a dieci medici e istituì ventisette facoltà di Medicina Tradizionale Cinese.

La scelta della reintegrazione della MTC era legata alla scelta politica di Mao di porsi sul piano mondiale con un nuovo tipo di comunismo, diverso dagli altri e fondato sul patriottismo e sulla cultura locale.

Ma il progetto non terminò subito, e nel corso degli anni ’50 le scelte in campo medico videro altri cambiamenti: nel 1958, Mao decise di condurre la Cina verso zhong xi yi jiehe, che tradotto significa “integrazione tra la medicina dell’Est e la medicina dell’Ovest”. Il nuovo piano era quello di condurre il futuro svolgersi della medicina cinese in una strada che beneficiasse sia del rigore della medicina occidentale sia dei saperi di quella cinese (Malighetti, 2014).

 

Conclusioni

I primi anni di governo della RPC, videro lo svolgimento di una serie di interventi necessari a condurre la Cina da quello che era considerato un passato tradizionale e retrogrado ad un futuro fatto di modernità e innovazione.

Il pluralismo, caratteristica fondamentale del territorio cinese in tutto il corso della storia, è stato preso come elemento per avvalorare l’idea di nazione cinese. Il grande progetto di nation building implementato da Mao ha dovuto, quindi, ricorrere a strumenti e concetti etnologici e antropologici, a partire da idee di modernità, integrazione, pluralità.

La Cina è stata riconosciuta e costruita, usando elementi tratti dal suo bagaglio storico, come “Stato unitario multietnico”, nel quale il senso di nazione risiede proprio nella capacità di integrazione e convivenza di innumerevoli modelli culturali e differenti sistemi di pratiche.

Il progetto di catalogazione etnica e la standardizzazione della MTC sono due risultati di una pianificazione statale che ha fatto del pluralismo il carattere di forza nella costruzione di un’identità nazionale cinese moderna.

 

Bibliografia:

  • Hongbao, W. Jianmin, Z. Haiyang, 2014, Storia dell’antropologia cinese, ed. ita. a cura di A. Pia, trad. ita. a cura di T. Previato, V. Punzi, G. Zoccatelli, Seid Editori, Firenze;
  • Malighetti, 2014, Antropologie dalla Cina, Seid Editori, Firenze;
  • The Common Program of the Chinese People’s Political Consultative Conference, 1949, First Plenary Session of the Chinese People’s PCC, Peking, September 29th;
  • Crocenzi, 2011, Etnia e nazionalità: l’unità pluralistica della nazione cinese, in Mondo Cinese 147, 3;
  • Weston, L. Jensen, 2000, China beyond the headlines, Rowman & Littlefield;
  • Myrdal, G.Kessle, 1974, Un villaggio cinese nella rivoluzione culturale, Einaudi, Nuovo Politecnico 45.