fbpx

L’invisibilità della bulimia: parole e immagini

Vorrei condividere con HomoLogos un progetto a cui ho lavorato durante il mio scambio Overseas presso la ANU, in Australia, per un corso di antropologia medica: ogni gruppo in cui eravamo stati divisi doveva scegliere un tipo di disturbo mentale su cui svolgere una ricerca, per poi creare un volantino informativo, un podcast oppure un video della durata di qualche minuto (sul genere degli spot per la salute pubblica), un sito web, una pagina sui social (abbiamo optato per Facebook), e un documento che tenesse traccia di tutte le fasi del nostro lavoro.

Inoltre, dovevamo trovare una proposta di sostegno alternativo alla terapia di base tramite la Virtual Reality (VR), che si tratta di un ambiente virtuale in cui una persona può attivamente interagire attraverso l’utilizzo di strumenti appositi.

Il tutto era stato fatto con l’intenzione di sensibilizzare il pubblico al tema della salute mentale, per rimuoverne lo stigma e per trovare vie alternative da cui approcciarla. Sono venuti fuori lavori molto interessanti, tenendo conto del fatto che la classe era formata non solo da antropologi, ma anche da studenti di medicina, biologia, psicologia, arti visive, etc. Era un ambiente molto vario di cui questo lavoro ha giovato notevolmente.

Il mio gruppo ha scelto di concentrarsi sulla bulimia. Trattasi di un disturbo dell’alimentazione che non è molto conosciuto, e che è molto difficile da individuare, anche per le persone che hanno parenti o amici che ne soffrono. È meglio quindi darci un’occhiata da vicino in modo da capire più nello specifico di cosa si tratta. Per fare ciò, ho deciso di concentrarmi sui fattori che passano spesso inosservati quando si parla di questa malattia e sulle parole e immagini che sono emerse in molte delle testimonianze, per poi chiudere con una breve spiegazione dell’ambiente virtuale che abbiamo creato.

Le informazioni qui riportate provengono dalla letteratura consultata e dalle testimonianze che abbiamo raccolto. In fondo all’articolo ho lasciato il link al sito che abbiamo creato e soprattutto il link al podcast, di cui consiglio l’ascolto. Si tratta della testimonianza di una signora, Alex, che per anni ha convissuto con la bulimia e che ha deciso di condividere la sua esperienza con noi.

Il nostro lavoro è stato poi valutato e commentato durante una presentazione pubblica, sponsorizzata dal centro di salute universitario.

 

Uno sguardo generale

“Un mostro”. Questa è stata la parola che diverse persone che ne hanno sofferto hanno utilizzato per descrivere la bulimia. Un mostro invisibile che ti fa credere di avere il controllo sul tuo corpo, ma che in realtà ti comanda. Il peggio è quando non la si vede più come un mostro, ma come una parte di sé. Il mostro lo si vuole sconfiggere, ma quando lo si percepisce come parte della personalità, lo si accetta, o poco si fa per combatterlo.

Ovviamente ogni persona la vive in maniera diversa, essendo una malattia che, oltre ad avere svariate origini, rientra nella categoria dei disturbi mentali, per cui ogni individuo la fa “propria” in qualche modo. Per non dilungarmi troppo su definizioni generali, ho inserito qua sotto il volantino informativo che abbiamo creato, in modo che ci si possa fare un’idea generale di questo disturbo.

 

Infographic

 

Stiamo parlando dunque di un disturbo del comportamento alimentare, come l’anoressia, ma che consiste in un ciclo di alternanza tra l’assunzione compulsiva di grandi quantità di cibo (il cosiddetto “binge eating”), anche non in presenza di fame, e la conseguente rimozione del cibo ingerito attraverso vomito forzato, lassativi, esercizio fisico eccessivo o digiuno prolungato (o una combinazione di questi).

 

Una parentesi antropologica

Questo articolo non è propriamente antropologico, eppure l’antropologia si può nascondere un po’ ovunque. Questo disturbo infatti, come molti altri, è anche frutto della cultura e della società in cui viviamo. Se ci spostiamo in un diverso contesto culturale, possono cambiare i metodi terapeutici e possono variare il tipo e la quantità di cibo ingerite, visto che, per esempio, in alcune società ci sono determinati tipi di alimenti da evitare. Infine, ce ne sono altre ancora in cui questo disturbo potrebbe essere del tutto inesistente (anche nella nostra, se si guarda a qualche secolo fa), per cui l’essere “grasso” o addirittura obeso viene considerato come un segno di ricchezza e benessere.

Il tipo di società e di periodo storico in cui viviamo può dunque largamente influenzare il nostro rapporto con il cibo e con il nostro corpo. Sia in questo secolo, ma soprattutto nello scorso, hanno quindi avuto molta influenza le riviste di moda, oggi per lo più sostituite dai social, raffiguranti ragazze di magrezza estrema ed elevate a statuto di bellezza ideale. Come racconta Alex nel podcast, nell’attraversare prima l’anoressia e poi la bulimia, era alimentata anche dall’idea di essere “the skinniest girl in the world” (rimando al podcast indicato alla fine dell’articolo).

Leggi anche:  Un Dinosauro contro la Paura - Marti Bas e Arthur Kleinman, per una nuova percezione del cancro

 

Bulimia nelle persone adulte

Sebbene il confine tra disturbi alimentari sia molto labile, per cui può capitare che una persona bulimica sia prima stata anoressica ad esempio, la bulimia è un disturbo generalmente meno conosciuto rispetto all’anoressia. Questo è stato uno dei motivi che ci ha spinto a volerne parlare. Una delle ragioni per cui può passare più facilmente inosservato, è il fatto che le persone che ne soffrono generalmente tendono ad essere di peso normale o anche leggermente in sovrappeso, quindi non suscitano la medesima attenzione che può dare una persona visibilmente anoressica.

Si tratta un po’ dello stesso principio secondo cui si fa fatica a considerare le persone che praticano solamente “binge eating”- con dunque problemi di obesità – affette da disturbi alimentari, in genere quindi associati con la magrezza estrema.

In particolare, abbiamo provato a concentrarci sugli adulti che soffrono di questo disturbo, vista la tendenza della maggior parte della ricerca che abbiamo consultato a concentrarsi sui giovani. Vi è infatti lo stigma che rappresenta le ragazze in fase adolescenziale e di giovane età come i soggetti più a rischio. Pur essendo questo un fattore da tenere presente, non bisogna dimenticare nemmeno la fetta di persone adulte (e di sesso maschile) che soffrono di disturbi alimentari.

Sono casi che però passano molto più facilmente inosservati. Basti pensare al fatto che una persona adulta e indipendente, che abiti da sola o in famiglia, è generalmente più libera di gestire i propri consumi come meglio crede. Anche se, da ricordare, il fenomeno del “binge eating” (non trovo una traduzione italiana che renda meglio questa definizione di mangiare in maniera compulsiva), con un briciolo di attenzione raramente passa inosservato, vista la quantità di cibo (e di cibo spazzatura) richiesta.

Inoltre, fattore che riprenderò anche nella prossima sezione, le persone della scorsa generazione, hanno vissuto l’inizio della loro malattia in un periodo in cui non vi era ancora la stessa attenzione psicoanalitica ai disturbi mentali che si può trovare oggi. E si sa, affrontare problemi così grossi quando si è ormai adulti, può risultare molto difficile.

 

Parole, pensieri e immagini ricorrenti

Trance. Questa è una delle parole che ho trovato più spesso nelle testimonianze di persone che soffrono di bulimia: nel momento in cui mangiano fino allo sfinimento, vi è la descrizione di una sensazione di stordimento, di una sorta di caduta in uno stato di trance, in cui non ci si rende esattamente e razionalmente conto di ciò che sta accadendo. Nel momento in cui si finisce col “binge eating”, scatta il senso di colpa, il rimprovero nei confronti di se stessi e i meccanismi riparatori, per rimuovere il cibo ingerito.

I leave work and go shopping for food. I begin eating before I get home, but it is secret, with the food hidden in my pockets. Once I’m home proper eating begins. I eat until my stomach hurts and I cannot eat any more. It is only at this point that I snap out of my trance and think about what I have done.1(Cooper, P. J. 1995: 6)

Solitudine. Come molti altri disturbi, si tratta di una malattia che spinge la persona che ne soffre ad isolarsi. Generalmente, quando un gruppo di persone si riunisce, è facile che vi sia coinvolto anche del cibo, per cui spesso si preferisce evitare questi incontri. Inoltre, è un disturbo di cui non si riesce facilmente a parlare, per vergogna di se stessi, per il disgusto che si teme di provocare nelle persone e per il convincimento di non avere problemi e di avere la situazione sotto controllo. Anche il controllo è una parola che abbiamo ritrovato spesso nelle testimonianze di varie persone: nel momento in cui si è perso il controllo sulla maggior parte della propria vita, il cibo dà l’idea di qualcosa che possiamo ancora controllare. Nessuno ci può costringere a mangiare, né come e quando farlo.

“Emotional eating”. Un altro motivo per cui abbiamo ritenuto interessante concentrarci su individui adulti, è il fatto che, come già menzionato prima, l’attenzione per questo tipo di problemi nel secolo scorso non era molta, per cui quando si trattava di bulimia ci si concentrava su un unico fattore: il problema con il cibo. Lasciando quindi perdere il fatto che il rapporto con il cibo possa dipendere da fattori altri, più nascosti e che non hanno a che fare direttamente con l’alimentazione in sé. Spesso si tratta solamente di un sintomo che galleggia in superficie, nascondendo qualcosa di più profondo.
Quindi ci possono essere parecchi adulti che si sono trascinati per anni questo disturbo e che adesso o si trovano a fronteggiarlo con gli strumenti della terapia moderna, oppure che decidono di conviverci.

Leggi anche:  Cosa fare in quarantena? L'idea di tre antropologi e filmmaker

 

Virtual Reality

Attraverso l’utilizzo della Virtual Reality come supporto alla terapia2Non essendo professionisti ovviamente abbiamo cercato di rinforzare l’idea che si tratta unicamente di un semplice aiuto aggiuntivo alla terapia che una persona dovrebbe normalmente seguire, un qualcosa che può essere utilizzato nei momenti in cui la persona si trova da sola o non ha la possibilità di incontrare il terapeuta., ci siamo concentrati sull’idea di voler rompere il ciclo prima menzionato: ci possono essere dei picchi nella sofferenza, in cui una persona bulimica può decidersi di sfogarsi sul cibo e su ciò che poi consegue. Si dovrebbe quindi cercare di concentrare quell’insieme di emozioni, sensazioni e pensieri negativi in attività che distraggano corpo e mente e che piacciano naturalmente alla persona che le pratica. Come scrive anche Cooper,

It is important to have plans prepared for what you will do if things go wrong. […] It is very useful to have a list of things you could do instead of eating […] and when you feel an urge to eat you would then start working your way through the list until the urge passed.3Cooper, P. 1995: 113

Purtroppo non è sempre così facile come sembra, si tratta di un disturbo mentale e, come riportato in diverse testimonianze, quando l’impulso da “binge eating” arriva, è difficile resistergli, come difficile è non ascoltare i pensieri che giungono dopo. Si tratta comunque di un percorso che può essere attuato volta per volta, con l’aiuto di tutti i mezzi necessari. La nostra VR consisteva semplicemente in una fotografia a 360 gradi di un paesaggio, e alla persona sperimentante veniva data la possibilità di scegliere tra un tipo di meditazione guidata, che aiuta a rilassarsi e ad evitare tipi di “pensiero ruminante”, e il “tilt brush”, uno strumento che permette di dipingere e agire nello spazio 3D della VR.

 

 

bulimia
Virtual Reality

 

In questa parte abbiamo collaborato con degli studenti di arti visive che ci hanno aiutato con la parte tecnica. Attraverso il “tilt brush”, quindi, una persona può cercare di distrarsi, creare una realtà altra, disconnettendosi temporaneamente dal mondo e tenendosi occupati in un’attività pratica che lasci ampio spazio allo sfogo e alla fantasia.

 

bulimia
Virtual Reality

 

Perché nel logo del nostro sito c’è una fenice?

Per disegnare il nostro logo, siamo partiti – di nuovo – dall’immagine del ciclo, nel nostro caso rappresentato dalla testa in cui tutto si forma e da cui la fenice riesce a liberarsi. La fenice, uccello mitologico che muore per poi rinascere dalle proprie ceneri rappresenta la possibilità di rialzarsi e di rinascere nel momento di una caduta. C’è l’idea quindi di qualcosa che si ripete, che ritorna, quindi ci possono essere i rischi di nuove ricadute, ma c’è anche sempre la possibilità di rialzarsi, rompendo questo ciclo di cui si è diventati prigionieri.
Secondo alcune teorie in psicologia, ogni colore dovrebbe corrispondere ad un’emozione, dunque i colori sulle ali dovrebbero rappresentare le diverse emozioni che ci caratterizzano, che fanno parte di noi e da cui a volte ci sentiamo guidati, comandati, e di cui possiamo imparare a diventare padroni.

 

Sono consapevole che questo breve testo non ricopre assolutamente tutte le sfaccettature di questa malattia, perciò rimando alla bibliografia e al podcast che abbiamo fatto, in modo da lasciare parlare Alex in prima persona. Per eventuali ulteriori informazioni sul nostro progetto rimando al sito.

 

Link al sito web e al podcast:

 

Altri articoli di Chiara che ti potrebbero interessare:

 

Bibliografia:

  • Abramson, E. (1993) ​Emotional Eating. A Practical Guide to Taking Control ​ , Lexington Books.
  • Banasiak, S. J., Paxton, S. J., and Hay, P. (2005), “Guided self-help for bulimia nervosa in primary care: a randomized controlled trial” ​Psychological Medicine ​ 35 (1283 – 1294), Cambridge University Press.
  • Cooper, P. (1995), ​Bulimia nervosa and binge eating disorder: A guide to recovery, New York University Press.
  • Eating Disorders Recovery Specialists (2017), ​How Does Art Therapy Help in Eating Disorder Recovery? ​ – https://eatingdisorderspecialists.com/art-therapy-help-eating-disorder-recovery/
  • Fairburn, C.​ ​ (1995)​, Overcoming binge eating, ​ The Guilford Press.
  • Gilbert, S., 1986, ​Pathology of eating. Psychology and treatment ​ , Silverstone.
  • Huon, G. F., and Brown, L. B. (1988), ​Fighting with Food. Overcoming Bulimia Nervosa ​ , New South Wales University Press.
  • Kang, Y. (2019), “Examining interpersonal self-transcendence as a potential mechanism linking meditation and social outcomes” ​Current Opinion in Psychology 15: 115-119.
  • Stapleton, P. (2012), “Explainer: Anorexia and Bulimia” ​The Conversation.
  • Yu, J., Agras, W. S., and Bryson, S. (2013), “Defining Recovery in Adult Bulimia Nervosa” ​Eating Disorders. The Journal of Treatment & Prevention ​ 21 (5): 379 – 394.
Facebook Comments

Chiara Tellarini

Ciao a tutti, mi chiamo Chiara e sto concludendo la magistrale in Antropologia presso l'Università di Bologna. I miei attuali maggiori interessi riguardano la salute e l'ambiente in prospettiva antropologica, tematiche che ho avuto la possibilità di approfondire soprattutto grazie a specifiche esperienze di studio e di lavoro all'estero.