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L’imbroglio della guerra etnica in Bosnia

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La guerra in Bosnia (1992-1995) è considerata l’emblema delle cosiddette “nuove guerre”, dove a combattere non è più un esercito militare permanente al servizio di uno Stato; non ci sono più soldati in uniforme che si distinguono a prima vista dai civili; le strategie belliche non si sviluppano più attorno alle carte morfologiche di un territorio per decidere come colpire gli avversari.

Con le nuove guerre, il campo di battaglia è il territorio umano. Il deposito delle munizioni è il popolo e a tavolino non si studia la geografia ma le condizioni culturali dell’odio. L’uso strumentale delle informazioni crea nuovi miti e vince chi porta dalla sua parte l’opinione pubblica. In molti casi, i media hanno sostenuto il concetto di “guerra etnica” parlando di serbi, croati, e musulmani come di cani e gatti: divisioni e rivalità etniche, con origini molto antiche, che rendevano impossibile la convivenza. In realtà, le società bosniaca e jugoslava hanno costituito per secoli un’unica ricca cultura, dove confluivano pacificamente lingue e comunità religiose diverse.

La crisi economica e politica degli anni Ottanta, dopo la morte di Tito, peggiorò con la nascita dell’Unione europea che, di fatto, escluse i partner commerciali dell’est e del sud Europa. Mentre la popolazione diventava sempre più povera e insicura, i nuovi partiti politici si configuravano come “partiti nazionali” caratterizzati da sentimenti vittimistici e di puro risentimento verso l’alterità. Scopi politici ed economici, con il bisturi del nazionalismo, hanno reinventato versioni della storia e confini culturali con l’obiettivo di disgregare “etnicamente” la compagine sociale.

Milosevic è stato il primo a diffondere i messaggi nazionalisti con un ampio uso dei mezzi di comunicazione: il popolo serbo fu travolto dalla guerra virtuale molto prima che la guerra reale iniziasse. Milos Vasic, giornalista serbo indipendente, dichiarò nel 1991 “immaginate che le televisioni americane vengano affidate per cinque anni al Ku klux klan: scoppierebbe la guerra etnica anche negli USA”.
La guerra in Bosnia non è stata una guerra civile ma una guerra contro la popolazione civile.

Nel 1969 l’antropologo norvegese Fedrik Barth, scomparso poco più di un anno fa, gettò le basi del cosiddetto “paradigma etnico” nel quale dimostrò la difficoltà oggettiva di stabilire, in qualunque parte del mondo, blocchi di culture statiche e ben definite per lingua, tradizioni, credenze e territorio. Possiamo eventualmente parlare di “etnicità” ovvero del sentimento che ci porta a identificarci con una realtà sociale fatta di pratiche e simboli: è l’idea di appartenenza, che può corrispondere o meno a eventi storici concreti e che nulla ha a che fare con la genetica. La guerra in Bosnia spesso viene definita “imbroglio etnico” perché è stata raccontata come un irriducibile scontro tra etnie, senza sapere di cosa realmente si stesse parlando.

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I saccheggi di città e villaggi, il fuoco dei cecchini, lo stupro di massa e altre forme di atrocità sono note come “pulizia etnica”. Diversamente dalla guerriglia, che dipende dal sostegno del popolo, la pulizia etnica si fonda su paura e odio in grado di trasformare lo stesso popolo in un’arma da guerra.

Per la miopia della Comunità internazionale la questione da risolvere era come dividere il territorio e marcare i confini tra i belligeranti. Non capì che il conflitto non era tra i galli dello stesso pollaio (gruppi nazionalisti) ma contro la popolazione civile.
Dopo vent’anni e altre nuove guerre, l’approccio internazionale, sia politico che mediatico, rimane lo stesso: le nuove guerre vengono considerate conflitti “tra Stati” o tra gruppi che aspirano alla dignità di Stati. E i conflitti più cruenti (vedi Rwanda) vengono trattati come “un ritorno al primitivo dove si ammazzano tra loro”.
Ma l’introduzione manipolatoria delle etichette per affermare un’identità chiusa, tracciabile, quasi biologica è un’invenzione politica che non agisce per sostenere la popolazione ma per rimuoverla assieme ai potenziali oppositori.

 

I giornalisti possono essere considerati criminali di guerra?

 

Bibliografia:
Mary Kaldor – Le nuove guerre. La violenza organizzata nell’età globale, Carocci editore (2001)

Ph Umberto Sartorello – Sarajevo 2017

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