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L’identità, arma nucleare contro l’umanità

Qualunque riflessione o pseudo risposta “all’urgenza immigrazione” deve fare i conti con la povertà culturale prodotta dai confini dell’identità.

La cultura, in senso antropologico, dà a ogni società un insieme di strumenti e mezzi utili ad affrontare la complessità del mondo, riducendolo a complicato. La cultura è perciò un’arma potente che “decomplessifica” tutto ciò che ci circonda.

Alberto Gandolfi, studioso della complessità, sostiene che «la complessità è ovunque. Dalla ditta in cui lavoriamo al clima terrestre. Da un batterio all’economia mondiale. Dal bosco di castagno dietro casa alla cultura di un popolo. Noi stessi siamo dei sistemi complessi, lo sono i nostri organi, le nostre cellule… ci portiamo addosso per tutta la vita, racchiuso nella calotta cranica, il sistema più complesso e meraviglioso che si conosca: il cervello umano. Eppure, la nostra ignoranza sul fenomeno della complessità è abissale» (Gandolfi 1999: 7).

Un sistema complicato, a differenza di uno complesso, rende controllabile e gestibile ciò che non lo è, attraverso l’invenzione delle categorie. Ordinare il mondo significa dominarlo, sgravandolo dalla complessità.

Il meccanismo di “decomplessificazione” prevede quindi l’uso delle categorie che, più sono rigide e più funzionano. Alcune società tradizionali come quella dei cacciatori-raccoglitori – che tra l’altro ha caratterizzato la maggior parte della storia dell’umanità – antepongono le relazioni alle categorie: rinunciano ai contenitori e si aprono alla ricchezza dell’imprevisto, dell’ignoto, dell’inspiegabile.

L’anomalia cognitiva, che impedisce di spiegare qualunque fenomeno naturale o sociale, apre alla ricchezza del riconoscimento. In questo caso, riconoscimento significa aprirsi all’esistenza di ciò che non si conosce, aprirsi all’estraneità di ciò che non ci appartiene e nutrirsi del diverso attraverso la relazione.

Lo sa bene il popolo Lele del Congo, studiato a fondo da Mary Douglas, che affronta l’inclassificabilità del pangolino (un animale che ha le squame come un pesce ma si arrampica sugli alberi, sembra un rettile ma allatta, è mostruoso ma timidissimo) decidendo di nutrirsene durante i riti di iniziazione.

La cultura delle relazioni contempla quindi non solo le relazioni umane ma anche quelle con la natura, con le piante e gli animali, con gli eventi climatici e con le divinità.

La cultura delle categorie invece “sfronda” la complessità, tagliando fuori tutto ciò che non rientra in un ordine. (Remotti 2010: 127)

Questa “sfrondatura” avviene anche a livello neuronale, come descritto dallo studio di Jean-Pierre Changeaux sull’epigenesi per stabilizzazione selettiva delle sinapsi: l’esposizione agli stimoli di alcune intercessioni sinaptiche piuttosto che altre provoca, sulla scia dell’adattamento darwinismo, l’eliminazione di quelle poco usate. Nell’apprendimento selettivo e categorico, quindi, favoriamo la formazione di alcune combinazioni sinaptiche piuttosto che altre.

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Il concetto di identità, su cui si basa la società occidentale, è un esempio significativo di categoria “sfrondante” la complessità. Un mondo complesso ci mette inevitabilmente di fronte al “disagio della scelta” perché, come sostiene Ludwig Wittgenstein, non c’è una via maestra, una direzione di sviluppo principale; esistono soltanto deviazioni, in quanto ogni scelta è deviante, ovvero alternativa, rispetto a tutte le altre possibili. Nascono quindi esigenze razionali come la coerenza, la continuità, la definibilità: bisogni (o insicurezze) che spingono all’affermazione identitaria.

Ma cosa intendiamo per identità? In questo contesto ci limitiamo a considerare l’identità di tipo sociale, che divide e ordina le persone all’interno di un rigido insieme di contenitori. Ma l’approccio “solitarista” di un sistema artificiale di classificazione mette a dura prova la natura degli esseri umani, perché non considera la pluralità trasversale all’interno dell’identità di ogni singola persona.

Come dice Armantya Sen, premio nobel per l’economia nel 1998, «lo stesso individuo può essere cittadino britannico, originario della Malaysia, con caratteristiche somatiche cinesi, agente di borsa, non vegetariano, asmatico, linguista, amante del body buiding, poeta, contrario all’aborto, appassionato di bird watching, astrologo e convinto che Darwin sia stato creato da Dio per mettere alla prova gli ingenui» (Sen 2006: 45).

In questo caso è palese l’appartenenza a molteplici Noi e riconoscerlo significa essere consapevoli che l’identità (se esiste) è frutto di una serie di combinazioni che potrebbero entrare in contraddizione (ma non necessariamente in conflitto) tra loro. L’identità non può restare identica a se stessa, è mutevole. Ma soprattutto, e questa è la “minaccia” più potente, gli svariati Noi contenuti nell’identità sono spesso simili a quelli degli Altri.

L’approccio “solitarista” che negli ultimi trent’anni è stato dato alla parola “identità” ha provocato una povertà culturale di portata mondiale (Remotti 2010: 134). Si difende la sostanza monolitica del Noi (la civiltà occidentale, il mondo cristiano, lo Stato ebraico, ecc.) da quella degli Altri (la civiltà islamica, il Terzo Mondo, i migranti, ecc.), perché tutto ciò che è diverso da Noi rappresenta un pericolo. Ci si appella al concetto di appartenenza e si rivendica il diritto di riconoscimento.

Lo fanno soprattutto alcuni leader politici con proclami che attecchiscono facilmente in un clima di incertezza e di miseria culturale: spacciano per “governo del popolo”, appellandosi a tutte le categorie possibili del Noi (dai cassaintegrati ai maipensionati), quello che in realtà risulta essere un “governo sul popolo”. La recente politica del Noi, artefice del cosiddetto “nuovo razzismo”, continua a produrre “detenuti rigidamente imprigionati in angusti contenitori” (Sen 2006: 14) miniaturizzando l’essere umano.

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Una comprensione più chiara e profonda delle pluralità dell’identità consente di avvicinarci all’Atro come nostro simile. Diverso ma con degli aspetti, delle realtà, in comune. I confini tra Noi e gli Altri si sfumano (fuzzy), non restano netti e invalicabili, fino ad arrivare all’intersezione nel concetto di NoiAltri.

NoiAltri presuppone un’apertura alla complessità intesa come arricchimento, soprattutto attraverso le relazioni, la vicinanza, la conoscenza e la convivenza. Il simile avvicina e il differente arricchisce. L’unione di NoiAltri, la condivisione di parti comuni e la comprensione della differenza (il riconoscimento nel senso hegeliano), può generare effetti sorprendenti anche in termini evolutivi.

Ciò significa che «i valori che si raccolgono sotto l’etichetta dell’identità (omogeneità, coerenza, stabilità, permanenza, compattezza, definitezza) tutto sommato giocano a sfavore della vitalità dei sistemi.» (Remotti 2010: 45)

In quest’ottica, parole come “integrazione” e “tolleranza”, spesso usate con un’accezione positiva, risuonano come insulti. Lo dice anche Goethe: “tollerare dovrebbe essere una fase di passaggio. Dovrebbe portare al rispetto. Tollerare è offendere.”

Integro se aggiungo senza l’obbligo di mescolare, tollero se chiudo un occhio senza farmi coinvolgere. Cavalcare questi valori come possibilità di accoglienza e apertura agli Altri, ai migranti per esempio, corrisponde a una deriva piuttosto diffusa che potremmo chiamare “la scelta del meno peggio”. Ma cos’è peggio?
La tolleranza zero. L’aiutiamoli a casa loro. L’America first.

 

Bibliografia

Gandolfi Alberto 1999: Fornicai, imperi, cervelli. Introduzione alla scienza della complessità, Torino, Bollati Boringheri

Hegel Georg Wihelm Friedrich 2000: Fenomenologia dello spirito, Milano, Bompiani

Huntington Samuel 1997: Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Milano, Garzanti

Remotti Francesco 1990: Noi, primitivi. Lo specchio dell’antropologia, Torino, Bollati Boringhieri

Remotti Francesco 2010: L’ossessione identitaria, Roma-Bari, Laterza

Sen Amartya 2006: Identità e violenza, Roma-Bari, Laterza

Wittgenstein Ludwig 1974: Ricerche filosofiche, Torino, Einaudi

 

https://tintewis-e80e5.firebaseapp.com/40/Identità-e-violenza.pdf

http://www.homologos.net/se-gli-altri-non-ci-fossero-depersonificare-il-pensiero

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Lorena Tumari

Provengo dal mondo della pubblicità, dove nasco come copywriter. Oggi, all'analisi del consumatore, preferisco lo studio dell'essere umano e delle sue culture.