“Libertà è partecipazione” – Le elezioni da un punto di vista antropologico

Un articolo a quattro mani di Simone Foresti e Lorenzo Preda

Il contesto dell’UE e accenni storici

Nella sua canzone (messa in link alla fine dell’articolo e di cui se ne consiglia l’ascolto durante la lettura) Gaber afferma un dato di fatto: i cittadini di una democrazia dispongono di  un potere che, nella storia dell’umanità, mai era stato concesso ai vari popoli. La democrazia non è morta, ma di sicuro è per sua natura da proteggere e custodire con cura in quanto spesso potenzialmente messa in pericolo, non solo per le svolte autoritarie che stanno accompagnando gli ultimi tempi (ed i vanti di “democrazia illiberale” nati proprio dal cuore dell’Europa Unita), ma anche per il rischio di Indifferenza con la “I” maiuscola da parte dei cittadini.

Questo fenomeno, frutto della sensazione e del timore che “non cambi mai nulla”, è tra i più grandi nemici del nuovo millennio. Alla pari del riscaldamento globale, per capirci. È lecito essere disillusi e può essere lecito anche non avere fiducia nelle istituzioni, ma questo non giustifica né la paura né il disimpegno. Nel momento di massima debolezza, infatti, sono i cittadini stessi ad essere chiamati a risollevare le proprie sorti (certo non senza l’aiuto e l’impegno della Politica – anch’essa, possibilmente, con la metaforica iniziale maiuscola).

Il voto è un diritto inalienabile, potentissimo e delicato che consente alle persone di prendere in mano le proprie vite e decisioni per il futuro. Per non cadere in generalizzazioni e vacui idealismi, si pensi brevemente al fatto che molte dittature si sono instaurate a seguito di votazioni. A volte manipolate, altre disincentivate anche con la forza, il valore simbolico dell’elezione è praticamente innegabile.

Tutto questo per ricordare che il 26 maggio si sarà chiamati a votare per il rinnovo del Parlamento Europeo. Ma facciamo un passo alla volta. Innanzitutto è sempre utile ricordare di come il progetto “UE” rappresenti qualcosa a prima vista relativamente datato, ma sempre tanto importante. Il Manifesto di Ventotene (1944), ad esempio, è un documento estremamente potente. Nato dagli spasmi dell’ultima guerra mondiale, incarna in sé il proposito di un’Europa Unita (ma implicitamente anche un’umanità).

La necessità di ricostruire ciò che durante l’affermarsi dei totalitarismi era stato distrutto nel Vecchio Continente trovò espressione nella stipulazione innanzitutto di diversi accordi commerciali e di carattere frontaliero da parte di Stati al contempo causa e vittime del conflitto. Questi intenti furono alla base del “Trattato di Roma” del ’57 con l’istituzione della CEE (Comunità Economica Europea).

Il “Trattato di Maastricht” (1992) pose fine a questo accordo, ribadendo e rafforzando le interazioni tra gli stati-attori da un punto di vista economico e scientifico. Successivamente all’introduzione della moneta unica (2002) si stabilì ufficialmente l’UE, rinforzata poi con il “Trattato di Lisbona” del 2007. L’Unione Europea è un organismo complesso e atipico in quanto, sebbene unifichi diverse nazioni, non costituisce una forma federale politicamente coesa ad esempio da un atto costituente.

Diverse istituzioni agiscono direttamente o indirettamente sul funzionamento dell’Unione: una di queste serve a regolamentarne il piano giuridico (La Corte di Giustizia dell’Unione Europea) e altre due il piano economico (La Corte dei Conti Europea e la Banca Centrale Europea). Altre costituiscono organismi prettamente politici quali La Commissione Europea, organo esecutivo e promotrice del processo legislativo; e il Consiglio Europeo, composto da un rappresentante per ogni Stato, che sia Capo di Stato (democrazie presidenziali), o di Governo (democrazie parlamentari).

Le due istituzioni che esercitano la funzione legislativa sono: Il Consiglio dei Ministri (o Consiglio dell’Unione Europea) che, formato da rappresentanti ministeriali di ogni governo, detiene il potere legislativo insieme al Parlamento Europeo con funzioni che qualcuno paragona a quelli di una “Camera Alta” (come il Senato italiano); e Il Parlamento europeo, secondo quest’ottica la “Camera Bassa” dell’Unione. All’interno di questo quadro politico ed istituzionale, le volontà politiche dei cittadini europei espresse tramite le elezioni trovano concretezza nel lavoro del Parlamento, eletto con cadenza quinquennale tramite suffragio popolare diretto. E proprio per questo si è chiamati a votare il prossimo 26 maggio.

 

Piccola guida al voto e sistema parlamentare UE

 

 

politica
Il parlamento europeo in seduta.

 

 

Se le maggiori problematiche del nostro tempo quali i cambiamenti climatici, le disuguaglianze e le migrazioni di massa, le nuove tecnologie ed il mondo del lavoro in costante evoluzione ci riguardano tutti in quanto esseri umani ed abitanti del pianeta (come è giusto che sia); d’altra parte se consideriamo il peso politico sul piano globale dell’Europa Unita, il suo livello di integrazione economica (ed in parte anche monetaria), la storia comune e la concreta capacità di azione in campo anche di politiche sovranazionali dei propri cittadini, non possiamo che ammettere di essere chiamati anche in quanto Europei a dire la nostra in occasione delle prossime elezioni.

Come si diceva, il risultato del voto troverà rappresentazione nei seggi parlamentari, distribuendo in modo proporzionale quei valori, visioni del mondo e tentativi di risposta ai quesiti di cui sopra, secondo le preferenze espresse alle urne. In particolare, poiché le questioni sociali, politiche ed economiche; così come le decisioni strategiche in materia di commercio, ambiente, confini e diritti; e gli investimenti e le grandi riforme di interesse e carattere europeo necessitano di essere dibattuti, analizzati ed affrontati soprattutto – per l’appunto – a livello Comunitario al fine di sviluppare risposte politiche comuni, il voto stesso si distribuisce su un unico spettro politico europeo.

Detto più semplicemente, se si immagina un parlamento Nazionale come una Camera solitamente costituita da un numero ragionevolmente basso di gruppi politici, che potremmo etichettare in modi quali “estrema sinistra”, “centro-destra”, “verdi”, “regionalisti” e simili, ci è facile ritrovare  la stessa suddivisione nel Parlamento dell’Unione: i deputati sono infatti disposti a seconda dei valori che rappresentano e non in base alla loro nazionalità.

Ad esempio, è probabile che una politica rappresentante di una visione cristiano-conservatrice eletta in una circoscrizione del centro di Madrid si trovi in accordo con un altro politico conservatore eletto – ad esempio – a Francoforte e che si allei con questo per sostenere le stesse politiche o la stessa idea di Stato ed Europa, contrastando magari quelle espresse da una “coppia” politica formata da un autonomista verde Catalano alleato con un’ecologista Bavarese.

In questo caso i due tedeschi ed i due spagnoli non avrebbero alcun interesse ad unirsi politicamente in quanto connazionali, e secondo lo stesso concetto i partiti nazionali si uniscono a livello europeo formando i partiti europei e i gruppi parlamentari europei. La distinzione tra questi due concetti non è complessa, ma risulta comunque fondamentale per comprendere il mondo delle istituzioni europee.

Tutti i parlamentari eletti il 26 maggio dovranno entrare a far parte di una fazione del Parlamento (in linguaggio più tecnico “iscriversi ad un gruppo parlamentare”) per poter discutere ed emendare le varie proposte di regolamenti e direttive. Prima che l’Unione Europea diventasse tale, le Comunità CECA e CEE disponevano già di un’assemblea comune, rinominata dal 1962 Parlamento Europeo e fin dal 1953 la politica europea vide come necessaria la formazione di gruppi a seconda della comune ideologia. Fino al 1979 i parlamentari furono inoltre dei semplici delegati nominati dai Parlamenti nazionali: solo con le prime Elezioni Europee si ebbe un Parlamento Europeo eletto dai cittadini.

 

 

Un riassunto degli accordi europei nel corso della seconda metà del ‘900.

 

 

Attualmente come ad allora, le liste di partiti i cui simboli si ritrovano sulle schede elettorali devono essere presentate e votate a livello nazionale, nonostante poi a Bruxelles o Strasburgo i parlamentari si uniscano come spiegato in gruppi europei. Ad esempio, in Italia “+Europa” ed “Italia in Comune” presenteranno per le elezioni 2019 una lista unica a seguito della loro coalizione.

Una volta eletti (ad esempio, con il 5% dei voti Italiani), questi occuperanno grossomodo la percentuale di seggi corrispondenti al 5% dei posti riservati agli eurodeputati Italiani. L’Italia nel 2019 dovrà assegnare ai propri partiti 76 seggi, Malta 6 e la Repubblica Ceca 21 (in base al numero di abitanti). In questo caso, la lista di +Europa e di Italia in Comune riceverebbe 4 seggi al Parlamento Europeo, dove si dovrà unire ad altri partiti affini per formare un Gruppo. Per la cronaca, una ipotesi verosimile è che questi entrino a far parte del Gruppo A.L.D.E. (di cui parleremo dopo) insieme a tutti gli altri interessati a farvi parte eletti nelle varie liste nazionali.

Questo meccanismo relativamente macchinoso riflette la natura dell’Unione Europea come di unione politica incompleta in quanto a metà strada tra la semplice alleanza di nazioni indipendenti ed uno stato federale. Alcune proposte di modificare ed uniformare le liste e i sistemi di voto a livello europeo sono state presentate, ma non hanno mai trovato approvazione anche a causa di forze politiche promotrici di un conservatorismo nazionale innanzitutto politico e dunque riluttanti all’idea di un’integrazione politica europea completa.

Ad ogni modo, attualmente, al fine di formare un  gruppo politico europeo si deve disporre di almeno 25 deputati provenienti da non meno di un quarto degli stati membri, Regno Unito compreso (28/4=7). I deputati che non appartengono a nessun gruppo politico (per scelta o per rifiuto del gruppo stesso di accoglierli) vengono collocati tra il gruppo dei “non iscritti”.

Inoltre, i partiti presenti in ogni Stato membro sono spesso un’espressione nazionale di partiti europei. Ad esempio, il Partito Democratico costituisce la componente italiana del PES – Partito Socialista Europeo. Al Parlamento, gli eurodeputati del PES (e quindi anche gli italiani del Partito Democratico) siedono in un Gruppo chiamato The progressive Alliance of Socialists and Democrats (“S&D”): di fatti il centro-sinistra europeo.

Quasi tutti gli appartenenti a questo gruppo sono membri anche del PES, come i parlamentari eletti con il Parti Socialiste francese, l’SPD tedesco, appunto il Partito Democratico italiano e così via. Tuttavia, vi sono partiti quali il Partito Democratico di Cipro, Sinistra Italiana ed altri ancora, i quali hanno preferito non federarsi nel partito europeo PES (o non vi sono stati accettati), ma i cui deputati hanno chiesto di svolgere il proprio ruolo di europarlamentari nel gruppo di centro-sinistra “S&D”.

Può anche succedere che un partito politico Europeo decida di chiamare il relativo Gruppo Parlamentare con il proprio nome, come nel caso dell’European People’s Party (“EPP”). Forza Italia, ad esempio, è federato nell’EPP ed i suoi parlamentari lavorano in una fazione dell’ emiciclo (ovvero un Gruppo Parlamentare) omonima al partito europeo.

 

I Gruppi Europei

Durante l’ultima legislatura le varie tendenze politiche sono state rappresentate da 7 gruppi parlamentari, eccezion fatta, ovviamente, per quello dei non iscritti:

  • GUE/NGL: Sinistra unitaria europea + Sinistra verde nordica

Tendenzialmente il gruppo degli euro-comunisti, socialisti ed ecologisti di sinistra. Spesso in opposizione alle politiche economiche avanzate dalla Commissione.

Esempi celebri: Podemos (Spagna), SYRIZA (Grecia);

  • S&D: Alleanza progressista dei Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo

Che raccoglie i socialdemocratici, liberalsocialisti e liberaldemocratici europei. È stato il secondo gruppo per dimensione ed ha visto il proprio candidato Martin Schulz come primo Presidente del Parlamento Europeo della legislatura.

Esempi celebri: Partito Democratico (Italia), PSOE (Spagna), SPD (Germania);

Ovvero ecologisti ed esponenti del regionalismo/autonomismo progressista.

Esempi celebri: I Verdi(Germania), Sinistra Rep. di Catalogna (Spagna), Scottish National Party (UK);

  • ALDE: Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa

Gruppo dei liberali, dei centristi, e dei progressisti sostenitori tendenzialmente del liberismo economico. Esso si è dimostrato spesso un alleato di S&D ed EPP.

Esempi celebri: Ciudadanos (Spagna), Liberali e Democratici Fiamminghi di G. Verhofstadt (Belgio);

  • EPP: Partito popolare europeo

Omonimo del partito europeo, rappresenta i popolari, democratici cristiani e i liberalconservatori. Gruppo più esteso dell’emiciclo, ha contribuito ad indicare la persona di Jean-Claude Juncker alla presidenza della Commissione ed è stato tra le fazioni che più ne hanno sostenuto le politiche.

Esempi celebri: CDU di Angela Merkel (Germania), Forza Italia, Les Républicains (Francia);

  • ECR: Gruppo dei “Conservatori e Riformisti” europei

Ovvero la destra conservatrice cristiana, patriottica e sovranista contraria all’eurofederalismo, ovvero ai progetti di integrazione politica europea. Generalmente a favore della devolution dell’Unione Europea a Stati alleati o confederati.

Esempi celebri: Fratelli d’Italia, Diritto e Giustizia (Polonia) e Conservative Party (UK);

  • EFDD: Europa della Libertà e della Democrazia diretta

Euroscettici che non desiderano schierarsi  ideologicamente in modo esplicito, almeno sulla carta. Gruppo rappresentativo di forze autodefinitesi né di destra, né di sinistra ma anti-sistema.

Esempi celebri: MoVimento 5 Stelle (Italia), UKIP di Nigel Farage (UK), Korwin (Polonia);

  • ENF: Gruppo Europa delle Nazioni e della Libertà

Nazionalisti e populisti di destra fortemente anti-immigrazione, uniti in partiti europei ed in questa coalizione parlamentare con l’obiettivo di contrastare l’apertura dei confini e la progressiva perdita di caratteristiche culturali e sociali identitarie a livello europeo, nazionale o locale.

Esempi celebri: Front National (Francia), Lega (Italia), Partito per la Libertà (Olanda).

Vi è una buona possibilità che, nonostante possibili cambiamenti nelle proporzioni e nei rapporti di forza all’interno del parlamento, la distribuzione degli eurodeputati nei Gruppi rimanga simile in termini di numero di fazioni e di caratteristiche di queste, sulla falsa riga di quanto appena descritto, ma poiché i Gruppi Parlamentari vengono costituiti solo una volta insediato il Parlamento ed aperta la prima seduta, si tratta solamente dei pronostici.

Per i liberali, la più grande speranza sarebbe ovviamente che Macron con “La République En Marche!” scegliesse di entrare a far parte dell’ALDE dopo le elezioni. Tuttavia, è possibile che egli cerchi di formare un nuovo gruppo parlamentare di centristi fortemente pro-europa che sostengano esplicitamente i suoi piani di concreta riforma istituzionale europea, attraendo alcuni esponenti proprio dall’ALDE, oltre che dal PPE ed S&D.

Contrario al sistema di alleanze di liste nazionali, il movimento paneuropeo di sinistra “DiEM25 – Democracy in Europe Movement 2025” di Yanis Varoufakis si presenterà con lo stesso simbolo e programma sotto il nome di European Spring in tutti gli Stati membri nei quali l’organizzazione è stata in grado di raggiungere i requisiti (in termini di firme ed affini) per presentare la propria lista. Discorso analogo quello relativo a Volt Europa, giovane movimento progressista più trasversale.

Il MoVimento 5 Stelle aveva tentato nel 2017 di entrare nel gruppo ALDE, ma la formazione politica Italiana era stata rifiutata ed era rimasta tra gli euro-scettici. Più di recente, tuttavia, è emerso dall’interno del movimento in alcune occasioni il desiderio di formare una fazione anti-establishment smarcandosi però dagli alleati europei di destra dell’ultima legislatura.

 

 

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Composizione del parlamento europeo nel corso degli anni.

L’antropologia politica nel contesto delle elezioni

In questo ambiente estremamente complesso e delicato, l’antropologia politica può essere uno strumento interessante come lente attraverso la quale filtrare gli eventi. Questa branca delle discipline sociali nasce principalmente nell’orizzonte accademico britannico dove si era interessati a studiare le strutture di potere nelle varie società, spostando lentamente il discorso verso quelle occidentali.

Uno degli elementi che merita sicuramente una breve analisi è il modo in cui i vari partiti nazionali si uniscono e dialogano tra di loro sul piano internazionale. In un’ottica di “comunità europea” infatti, sembra che avvenga una saldatura autonoma tra le varie parti per via di un interesse comune, rafforzando e unendo tra di loro i contesti politici dei vari paesi.

Ricordando ancora la peculiarità dell’esercizio politico dell’Unione e senza dimenticare i vari limiti che questa ancora presenta, le varie correnti partitiche che si muovono in questo crogiolo democratico danno moto a un dibattito energico su diversi temi quali: immigrazione, sicurezza (inter)nazionale, economia e ricerca scientifica.

Si rischia quindi la strumentalizzazione di una causa comune all’interno dei vari partiti per fini prettamente nazionali (o anche nazionalistici). Le minacce di uscita dall’Unione (la Brexit unico caso, per ora) sono sbandierate secondo determinate strategie, ma poche di queste sono condivise tra i vari partiti in questione. Vien da pensare come i vari componenti del fronte degli euro-scettici portino avanti politiche contrarie all’integrazione europea particolarmente differenti tra loro e tutte uniformate alle necessità del relativo dibattito politico interno.

Si presenta qui un paradosso non indifferente: questi partiti, sebbene contrari all’idea di Europa Unita, si trovano a collaborare su un piano internazionale, per di più europeo. Sembra quindi che le varie argomentazioni non si possano scindere dal piano di una politica unita per quel che riguarda il Vecchio continente.

Viene da porre la prima domanda a questo punto: se la storia dei vari paesi europei è sempre stata un intreccio di popoli e culture, che vantaggio pratico avrebbe tornare a una serie di “stati autonomi” senza alla base di ciò un dialogo solido ed un dibattito critico e informato a livello popolare? E qualora queste condizioni si verificassero, i ventilati vantaggi della dis-integrazione europea risulterebbero davvero tali?

Da una prospettiva ancora più ampia, si può porre la seguente problematica: in un contesto mondiale dove le grandi potenze (politiche, economiche e militari) come Cina, Russia ed USA ci rendono testimoni di una serie di frizioni estremamente sensibili, che peso potrebbero avere i vari paesi europei da singoli? E quali invece un’Unione Europea con un’agenda politica ben definita?

Si ritorna quindi al punto iniziale: i popoli. Si parla molto di populismi, di necessità di ritorno ai popoli sovrani al centro dei loro stati nazione, ma la verità è che i popoli1Tale termine indica in questo contesto sia come nazioni, che abitanti di alcuni particolari territori ed ancora come insiemi di individui. al centro degli stati democratici (nei limiti del politicamente possibile e delle disillusioni post-elettorali) lo sono sempre stati, seppur a volte non riuscendo a riconoscere il profondo valore e la forma politica che hanno le loro decisioni. I vari “cantori” di questa rivoluzione per riportare la politica nelle mani dei cittadini non fanno altro che cavalcare un’onda di malcontento facilmente strumentalizzabile.

A questo punto si potrebbe rivelare utile un concetto delle scienze sociali: l’agency. Per certi versi si tratta di uno strumento di analisi sorpassato o comunque rischioso da utilizzare se non si è consapevoli della sua non-staticità, ma anzi del forte dinamismo.

 

 

Le recenti manifestazioni per i cambiamenti climatici sono un perfetto esempio di agency su larga scala.

 

 

Con agency si definisce la possibilità del singolo di esercitare una capacità di azione sulla realtà che lo circonda, entro i limiti possibili. Una delle sue espressioni più comuni possono essere le decisioni rispetto ai consumi, il suffragio o anche la “non-scelta”.2Come esempio: la stessa decisione di non votare provoca potenzialmente una serie di reazioni a catena che influenzano inevitabilmente la vita del singolo individuo, come pure la decisione di non comprare un dato prodotto e così via.

Tuttavia, viene più da pensare che la vera fiducia non sia stata persa nei confronti della politica ma nei confronti degli uomini stessi. Finché la gente non riconoscerà il valore intrinseco alle loro scelte, si voterà con confusione e non si farà altro che alimentare il malcontento.

Il dialogo politico è cambiato nel corso degli anni e proprio per questo non vuol dire che non potrà cambiare ancora, anzi. Sta tuttavia ai singoli comprendere l’importanza delle proprie idee e di come queste possano trovare efficace espressione nel voto. Le prossime elezioni europee saranno un prezioso indicatore di come la politica mondiale sarà influenzata nei prossimi anni. Ma quali che siano i risultati, bisognerà impegnarsi per far sì che questi non siano un disimpegnato traguardo di democrazie stanche.

Per concludere, sembrano un monito sempre attuale le parole dell’incipit del manifesto di Ventotene:

“La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l’uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita.”

Che questi “centri di vita” inizino a far sentire la propria voce con forza e convinzione.

 

 

 

 

Link Utili:

Sito dell’UE (Ita)

Sito dell’UE (Eng)

Sito del Parlamento europeo

UE su wikipedia

Manifesto di Ventotene (Pdf)

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