Libertà è Partecipazione, confini sfocati tra uomo e natura

Da un’opera intitolata “Le funzioni mentali  delle società inferiori”, scritta nel 1911, non ci si aspetta molto altro che un contributo ulteriore alla teoria evoluzionistica.  Eppure Lucien Levy-Bruhl sorprende il pubblico con la parte centrale della sia teorizzazione, che si trova di fatto a dialogare col concetto di “rappresentazioni collettive” tipiche della Scuola di Durkheim. 

Quest’ultimo aveva messo in evidenza come molti aspetti della realtà fossero di fatto costruiti socialmente, tramite la formazione di una sorta di “coscienza collettiva”. Non solo l’ambiente influisce sull’uomo, ma soprattutto l’uomo sull’ambiente, non prendendo su di sé categorie spontanee già esistenti, ma assimilandole dalla struttura sociale in cui nasce, cresce e vive.

In questo Mauss, anch’egli orbitante di fatto attorno alla Scuola, farà un passo ulteriore, sostenendo come vi siano anche condizioni ambientali cui l’individuo, e con esso la società, non possono sottrarsi. Lo spiega in particolare nel suo “Saggio sulle variazioni stagionali delle società eskimesi”, del 1905, in cui mette in risalto come estate ed inverno presentino tipologie di religiosità molto diverse. Per meglio dire l’estate non ha religione, perché impegna ogni uomo e donna nelle attività produttive, mentre l’inverno invece, caratterizzato da una generale inattività forzata, è ricco di cerimonie, ritualità, danze, incontri. In questo modo l’ambiente impone il proprio ritmo alla società, lasciando comunque a quest’ultima il compito di crearsi la propria percezione del mondo.

Successivamente Levy-Bruhl, personaggio eclettico e versatile nei suoi studi, contribuisce al dibattito con le sue riflessioni sulle “funzioni della mente”, interessandosi sul perché i popoli altri ragionassero in un modo che agli occidentali appariva così assurdo. Qual’era il motivo di questa differenza così netta? Cosa mancava o avanzava?

 

 

Levy-Bruhl
Ritratto di Lucien Levy-Bruhl

 

 

La risposta arriva appunto nella sovra-citata opera, in cui ci si aspetterebbe di trovare un magro e cieco contributo alle correnti evoluzionistiche del tempo, rimanendo invece colpiti dal contrario. Quello che emerge dalla lettura è infatti come l’autore riesca a cogliere appieno e cerchi di riabilitare un modo di intendere la realtà, e in particolare il rapporto con la natura, come semplificato, subordinato, non qualificato. Invece, proponendo la distinzione tra un pensiero logico, nato e cresciuto assieme all’uomo occidentale, e un pensiero prelogico, presente ad un livello preliminare e tipico di altre civiltà, non fa che affermare la validità e la spendibilità di quelle che erano le rappresentazioni mentali di altre culture.

In questo senso, prendendo appunto ad esempio il concetto di natura,  abitualmente saremmo tentati di porlo in una chiave dicotomica, che noi stessi abbiamo teorizzato e costruito opposto a noi, la società. Invece, per come Levy-Bruhl interpreta la questione, è possibile che esistano svariati modi di intendere il mondo che sottostanno alla “legge di partecipazione”, che vede uomini, animali, cose coesistere su uno stesso piano, senza alcun controsenso.

Esempio pratico, citato da Levy-Bruhl in opere successive: i Bororo del Brasile, studiati prima da von den Steinen e poi da Crocker, sono convinti di essere dei pappagalli, e non solo durante il sonno o dopo la morte. Peculiarità ulteriore è che le donne invece non si ritrovano in questa comunanza, che potrebbe spiegarsi col fatto che la società si pone come matrilineare e matrilocale, e sono le donne ad avere il controllo sulla gestione della casa e, tra le altre cose, a prendersi cura degli Arara. Questi bellissimi pappagalli sono dotati di un piumaggio di un rosso acceso, lo stesso colore di cui gli uomini bororo si dipingono per le danze cerimoniali.

 

 

Levy-Bruhl
Uomini Bororo durante una danza tradizionale.

 

 

Vorrei per un momento spostare l’attenzione su altre culture e usanze. Una che mi viene in mente, associata al mondo naturale, sono le “huacas” sulle Ande. Elementi del paesaggio, come un lago, una montagna, un ghiacciaio, diventano oggetto di un culto, ma soprattutto soggetto in una relazione attiva con la popolazione. Solitamente vi è un “do ut des” continuo tra gli abitanti del luogo e le huacas, che in una contrapposizione dualistica (ma non dicotomica) sono distinti e favoriscono chi li rispetta e porta loro doni, mentre puniscono le cattive azioni portando carestie, disastri naturali, malattie. Sono tuttavia legate in maniera continuativa all’uomo, riempiendone la quotidianità e invadendone gli spazi mentali.

Questo è uno dei tanti esempi che ci parlano di come è vissuta la comunione con la natura in altre civiltà, al punto da confondere i confini tra l’individuo/società e la natura/ambiente. Portando altri esempi dalla mia esperienza personale non posso mancare di citare due luoghi in cui ho potuto osservare fenomeno simili: il Senegal e l’India.

In Senegal il baobab, albero nazionale, assume un’importanza tale da non poter essere, in nessuna circostanza, sradicato. Se ad esempio si trova sul corso di una strada, che viene asfaltata, ci sono alte probabilità che diventi il centro di un’improbabile rotonda. Questo è dovuto principalmente alla convinzione che nei baobab risiedano antichi spiriti, buoni e malvagi, che non debbano venire contraddetti. Ecco spiegata la tirannia di questi alberi sul paesaggio, tanto più apprezzabile quanto più si coglie l’importanza della conservazione delle piante su un suolo che diventa sempre più arido. Allo stesso modo la mancata costruzione di un ponte che colleghi il continente all’isola di Gorée viene giustificata col rifiuto all’accesso da parte degli spiriti, laddove la costruzione richiederebbe lavori protratti nel tempo e un considerevole inquinamento del mare, e in Senegal i più poveri vivono di pesca.

 

 

Levy-Bruhl
Albero di Baobab recintato in una cittadina di mare.

 

 

Parliamo per un momento anche dell‘India, che tratterò più ampiamente in seguito. La Repubblica Federale ha istituito, accanto agli ospedali di medicina “allopatica” (ossia che seguono il modello di medicina occidentale), una serie di altre strutture in cui invece si fa uso di cure tradizionali. Si tratta principalmente di naturopatia, con però in aggiunta nozioni su antichi rimedi erboristici scoperti e trattati dai Siddha. Questi erano anticamente asceti nonché medici, e ritenevano che nella natura stessero le soluzioni per qualsiasi problema di salute. Tutt’ora ci si approccia a qualsiasi genere di malattia curando con molta attenzione la dieta e il cibo che si assume. In particolar modo dove sono stata, nel Tamil Nadu, riconnettersi con la natura, oltre che il mantenimento della tradizione, stanno diventando istanze molto comuni tra i giovani, che ci tengono a rivendicare la propria appartenenza al territorio come a un passato più spontaneo e proprio. Vi sono in queste rivendicazioni non poche contraddizioni, considerando il livello di inquinamento attuale, su cui però il governo del Tamil Nadu ha deciso di intervenire promuovendo l’utilizzo di borse di tela e bandendo invece quelle di plastica dai negozi. Certo, la produzione della plastica è tutt’altro che impedita. Vi è una giustificazione a questo approccio, nonostante tutto, che si origina dal rapporto con la natura pre-esistente in questi luoghi, quello che Levy-Bruhl avrebbe chiamato un prelogismo. In un’epoca precedente, in cui tutto era organico e non vi erano vere e proprie materie di scarto, tutto proveniva e tornava alla terra, sempre all’interno del ciclo vitale di uomo e natura, perennemente interconnessi. Questo ci parla di tempi in cui ancora non c’erano sostanze in grado di avvelenare il suolo, in cui ogni tipo di prodotto animale (inclusi gli escrementi) non andava sprecato, in cui l’acqua veniva raccolta in grandi bacini scavati dall’uomo presso ogni centro urbano. Ancora oggi nei villaggi si vive una simbiosi col mondo naturale, ma le innovazioni della modernità finiscono per destabilizzarne i principi regolatori.

 

 

Levy-Bruhl
Incisione raffigurante un Siddha nella sua comunione con la natura.

 

 

Gli esempi precedenti non possono che farci riflettere. Il concetto di “legge di partecipazione”, che fa riferimento al prelogismo, è stato senz’altro molto utile in passato per stabilire che intendere il mondo naturale come non distinto dall’umano poteva essere valido quanto contrapporre natura e uomo. Ad oggi però possiamo fare un passo ulteriore, constatando che ciascuna cultura, con le proprie costruzioni sociali dovute alla “coscienza collettiva”, sotto l’influsso di dinamiche ambientali ma soprattutto in base a tendenze creative che ancora in parte sfuggono alla nostra comprensione, riesce a declinare il rapporto con luoghi, cose e animali in un proprio particolare modo. In parole povere, oggi possiamo vedere una molteplicità di interpretazioni diverse, che in parte avvalorano le teorie di Levy-Bruhl, ma ciascuna a suo modo.

 

 

Bibliografia:

  • Crocker J. C., 1985. Vital Souls: Bororo Cosmology, Natural Simbolism and Shamanism. University of Arizona Press, Tucson;
  • Durkheim, 2009. Il dualismo della natura umana e le sue condizioni sociali. ETS, Pisa;
  • Levy-Bruhl, 1911. Les fonctions mentales dans les societes inferieures. Felix Alcan Editeur, Parigi;
  • Mauss, 1905. Essai sur les variations saisonnières des sociétés eskimos. Anné Sociologique, Parigi;
  • Whyte D. G., 1998. The Alchemical Body: Siddha traditions in medieval India. University of Chicago Press, Chicago.
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