fbpx

L’essenziale è visibile sul feed? Il “guardare” nell’era di Instagram

Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi. L’essenziale è invisibile agli occhi, ripeté il Piccolo Principe per ricordarselo. 

Antoine de Saint-Exupéry ci insegna che quello che conta davvero nella vita va oltre le apparenze e la superficialità. Riprendendo le sue parole (forse con una buona dose di disillusione), vorrei capire come l’utilizzo quotidiano di un social come Instagram influenzi la percezione visiva. Cosa significa guardare oggi, in un mondo che non sapremmo pensare senza immagini? Cos’è “l’essenziale” che cerchiamo? Instagram non è certo l’unico social basato sulla condivisione di immagini. Anche Flickr e Pinterest sono stati creati per raccogliere fotografie e creare bacheche personalizzate.

Ma la particolarità di Instagram sta nella sua natura universale e individualistica: quasi tutti abbiamo un profilo che delinea la nostra identità con pochi tratti, una foto, poche righe di biografia e un insieme di scatti raggruppati in un preciso reticolo. Un diario visuale per la comunicazione della quotidianità. I due fondatori del social, Kevin Systrom e Mike Krieger, lo adattarono alla contemporaneità: istantaneità la parola d’ordine. Un flusso continuo di immagini, foto e brevi video per il consumo immediato.

Un’antropologia della sensorialità

Trattandosi di una produzione visuale, non possiamo ignorare come ne viene coinvolta la vista. Che cosa significa guardare nell’era di Instagram? Ma prima di tutto, che significato assume il senso della vista nella concezione di costruzione della persona? Parafrasando Kathryn Linn Geurtz, l’ordine sensoriale di una cultura è uno dei primi e più basilari elementi nel renderci esseri umani. Il sentire è infatti legato alle modalità di essere nel mondo e di percepirlo: i sensi sono educati dall’ambiente culturale.

Abitando l’ambiente intorno a noi attraverso il corpo (e quindi gli organi di senso), acquisiamo un modo di vedere, di toccare, di udire che non è universale ma sempre culturalmente mediato. Bourdieu parlava di habitus incorporato come «sistemi di schemi di percezione, valutazione e azione», attraverso cui ci rapportiamo con il mondo. Com’è che si dice, ognuno ha il proprio modo di vedere le cose: un vedere che comprende le azioni, i pensieri, i giudizi.

Instagram
Credits: © nytimes.com

Il modello sensoriale occidentale prevede una gerarchia per cui la vista è, da sempre, il senso predominante. Pensiamo alla filosofia illuminista. Il lume della ragione dissipa le tenebre dell’oscurantismo: un’opposizione luce/ombra che ricalca quella fra bene e male e costruisce il nostro sistema di pensiero, razionale e votato all’attività dell’intelletto.

L’occhio della mente. Aristotele apriva così la sua Metafisica: Per natura, tutti gli uomini desiderano vedere… perché la vista, tra i sensi, è quella che, presentando un maggior numero di differenze, ci fa conoscere di più. E il nostro Malinowski deve aver fatto proprio questo pensiero piantando letteralmente la sua tenda in un villaggio delle Trobriand, in Melanesia, per osservare il modo di vivere dei nativi locali.

Ma la vista non è l’unico modo di percepire il mondo attraverso il corpo. Per i Bahaya, popolazione della Tanzania nord-occidentale, l’olfatto assume un significato culturalmente e socialmente rilevante; il termine ejikunda indica l’odore di qualcosa di marcio, torbido.

Puoi nascondere la tua vera natura agli occhi delle persone, ma non al loro naso: ejikunda è anche chi è senza morale, chi puzza particolarmente perché si è macchiato di qualche grave colpa nei confronti della comunità. Secondo questa “morale olfattiva” (Pennaccini, 2013:47) il corpo dell’individuo diventa metafora della convivenza sociale.

L’oggettività dell’osservazione è stata messa in discussione proprio da Malinowski, che in Teoria scientifica della cultura (1944) scriveva che guardare è selezionare, classificare, scegliere qualcosa. A sostegno di questa ipotesi, sappiamo dalle neuroscienze che l’occhio non riproduce fedelmente la realtà, ma la interpreta sulla base di un modello di pensiero culturalmente definito.

L’ambiente inoltre, “disturba” continuamente la vista di qualcosa, rendendola un’esperienza contestualmente situata; non c’è mai niente di completamente isolato da osservare. Lo psicologo statunitense James Gibson, negli anni Settanta parlava di ottica ecologica: il mondo intorno a noi è tale in quanto percepito e modificato dagli esseri umani che lo abitano e che sono a loro volta influenzati. La vista umana è integrata in un sistema sensoriale che interagisce con l’ambiente circostante.

Leggi anche:  Business da orfanotrofio: il caso della Cambogia
Come guardiamo?

Se riprendiamo la questione iniziale di come la vista è influenzata dall’uso di Instagram, comprendere i significati culturali attribuiti ai sensi ci permette di pensare criticamente al ruolo di un social basato sulle immagini. Come guardiamo, ora che Instagram fa parte della nostra vita? Social media come questo hanno semplificato e democratizzato la produzione e la comunicazione visuale.

Tutti  hanno la possibilità di creare contenuti e esprimere infiniti modi di essere della propria persona (cfr supra): Daniel Murray parla di una «colonizzazione radicale del campo visivo» (Murray, 2015:509), in cui il corpo si ritaglia una nuova presenza portando con sé un nuovo linguaggio comunicativo. Le “storie del sé” (Enli, Thumim, 2012:91) hanno da sempre trovato canali espressivi; pensiamo al diario, alle lettere, alle fotografie di famiglia.

Instagram può essere considerato come una strategia per ricrearle attraverso i selfie, mettendo in campo una diversa rappresentazione dell’io, che negozia e si adatta ai modelli culturali. L’auto-rappresentazione non esiste in un vuoto culturale (Caldeira, De Ridder, Van Bauwel, 2018:26). È una dinamica relazionale radicata nella cultura, e quindi si riappropria, spesso inconsciamente, degli immaginari che veicolano una specifica idea di persona.

Instagram
Credits: © Narcissism 2.0, Davide Bonazzi

Com’è strutturata questa dinamica? La nostra agency si rivela nel momento in cui siamo noi a decidere di postare una specifica foto che ci ritrae, scegliendo posa, vestiti, espressione del viso. Spesso cerchiamo di presentarci in una veste idealizzata, positiva: Enli e Thumim parlano di “pratiche promozionali”. L’accesso alla realtà è quindi limitato, perché di noi mostriamo solo aspetti positivi e desiderabili.

Se abbiamo il potere di costruirci, questo non è mai del tutto nelle nostre mani: ci affidiamo a delle idee da replicare, modificare, risignificare. Tuttavia, il potere alla base di queste rappresentazioni non è un potere imposto “dall’alto verso il basso”. Piuttosto, è, nella concezione di Foucault, qualcosa che non è né centralizzato né uniforme, ma che attraversa l’intera società.

Possiamo ampliare questa visione considerandolo come una forza che si propaga dall’alto della costruzione degli immaginari sociali, che si diffonde a macchia e che ritorna verso l’alto, rinnovata, attraverso le nostre significazioni, la produzione di modelli attraverso il corpo. Se su Instagram mettiamo in campo un continuo gioco di specchi tra noi e gli altri, che cosa significa assistervi?

La vista sembra essere portata all’estremo: si guarda e basta, qualsiasi cosa. E la geometria stessa del social è complice: reticoli li ordinati in cui guardare gli altri e la loro vita. O come ce la rappresentano. Cerchi colorati attraverso cui rimanere aggiornati sugli ultimi dettagli quotidiani. Se lo consideriamo come una forma di voyeurismo digitale, è un guardare per trovare quello che ho già in mente e voglia di vedere, cioè qualcosa di diverso dalla mia vita, accontentandosi della superficie e dell’estetica d’insieme. Egoistico e autoreferenziale.

Lo smartphone come un contemporaneo kinetoscopio? Thomas Edison inventò il precursore del proiettore cinematografico nel 1888. Era composto da una grande cassa sulla cui sommità era posto un oculare attraverso cui si poteva guardare immagini in movimento girando una manovella.

L’atto del guardare era ancora un’esperienza privata e individuale (il kinetoscopio venne presto dedicato all’industria pornografica), prima che le proiezioni pubbliche dei Lumière cambiassero per sempre il significato del cinema. Come su Instagram, guardiamo il mondo rimanendo da soli. Il nostro sguardo si riproduce sempre uguale e vuoto, scrollando in bacheca finché batteria scarica non ci separi.

La riflessione sulla vista si potrebbe estendere a considerare il ruolo degli oggetti nella contemporaneità ipertecnologica come protesi sensoriali (Maldonado, 1987:117) che accompagnano i sensi nelle attività quotidiane, come il guardare attraverso gli smartphone. Oggi la quotidianità è comoda e va interrogata per comprendere come usiamo il nostro corpo avendo a disposizione letteralmente ogni cosa che ci evita sforzi e fatiche.

L’uomo comfort sperimenta una prima, diversa e nuovissima fenomenologia percettiva data dal cambiamento di relazione con l’ambiente circostante (Boni, 2019:11).

La sensorialità si perde o si modifica, assopendosi, con l’uso costante di oggetti tecnologici che aiutano molte delle attività del corpo? Comodità è controllo affinché non ci siano imprevisti e svolte negative, è intervento e superiorità dell’uomo sull’ambiente. «Comodo è un valore sociale associato al positivo, al giusto» (Boni, 2019:29). Sarebbe interessante approfondire la questione problematizzando la natura culturale di questo aspetto: siamo tutti comodi allo stesso modo? Quanto possiamo capire delle disparità sociali ed economiche nel mondo osservando la comodità?

Leggi anche:  C'è vita dopo la morte? L'afterlife digitale e i memoriali su Facebook

La vista, paradossalmente, è il senso meno penalizzato dalla tecnologia. È continuamente stimolato, ma il coinvolgimento corporeo è limitato, evanescente: la produzione visuale è continua e frenetica, non facciamo in tempo a guardare! E per questo, siamo continuamente alla ricerca di immagini, complice il linguaggio appetibile e sempre nuovo di Instagram. Anders parla di iconomania: sappiamo che qualcosa di nuovo da consumare c’è, sempre. «Diventiamo ricettori di visioni strategicamente prodotte in un altrove indefinito» (Boni, 2019:68), com’è appunto lo spazio dei social.

Cornici di socialità

Possiamo davvero demonizzare la tecnologia digitale? È chiaro che l’uso costante ha cambiato il modo in cui ci relazioniamo al nostro corpo, ma senza cadere in dicotomie di valore autentico/feticcio possiamo problematizzare le dinamiche che emergono dalla vita offline e online. Miller guarda criticamente al concetto di autenticità che non è mai assoluto ma sempre culturalmente mediato. Non esiste una vita pura, autentica anche se pensiamo agli oggetti tecnologici come qualcosa che la corrompono.

Perché la gente pensa che l’uso delle tecnologie digitali ci faccia perdere qualcosa di noi stessi? Non è certo la prima volta che le società temono perdere l’umanità di fronte a una nuova tecnologia. Tra queste c’è l’idea che le tecnologie digitali riducono la nostra capacità di pensare, riducendo la nostra la capacità di attenzione attraverso la delega di funzioni cognitive come la memoria ai nostri dispositivi digitali (Miller, 2016:98).

Sicuramente la vita che “conduciamo” su Instagram è un’appendice di quella reale: i concetti di online e offline restano sempre separati nell’opinione comune sui media digitali. Ma se pensiamo ai social come a una socialità complementare a quella reale, è chiaro che questa dicotomia non basta. Anche su Instagram mettiamo in scena una serie di comportamenti che riproducono un certo tipo di relazioni e che non avrebbero senso nella vita reale: per esempio, ricambiare un follow o un like, bloccare qualcuno, mettere il profilo privato.

Goffman parla di “frames” come cornici di senso in cui tutti agiamo, definita da norme e codici comportamentali che cambiano a seconda del contesto. Online e offline sono due realtà complementari in cui avviene la nostra quotidianità. E se siamo ormai inseriti a pieno anche in quella di Instagram, abbiamo imparato ad educare il nostro corpo a diversi modi di essere, e i nostri occhi ad un nuovo modo di guardare. 

 

Altri articoli che ti potrebbero interessare:

Bibliografia:

  • Bernardi, S., 2007, “Il cinema prima del cinema. Il mondo come spettacolo”, L’avventura del cinematografo. Storia di un’arte e di un linguaggio, Venezia Marsilio, pp. 15 – 31.
  • Boni, S. (2019), Homo Comfort, Milano, Elèuthera.
  • Caldeira, S., De Ridder, S., Van Bauwel, S., 2018, “Exploring the Politics of Gender Representation on Instagram: Self-representations of Femininity”, in Journal of Diversity and Gender Studies, 5:1, pp. 23-42.
  • Enli, G., Thumim N., 2012, Socializing and Self – Representation online: Exploring Facebook, in Observatorio (OBS) Journal, 6:1, pp. 87-105.
  • Gusman, A., 2013, “Sensazioni”, Pennaccini, C. (a cura di), La ricerca sul campo in antropologia. Oggetti e metodi, Roma Carocci, pp. 29 – 49.
  • Martin H., Gutton, H., Hutton, P. (a cura di), 1992, “Un seminario con Michel Foucault. Tecnologie del sé”, Torino Bollati Boringhieri (ed. or. 1988 Technologies of the Self: A Seminary with Michel Foucault, Amherst University of Massachussets Press).
  • Jolly, M., 2018, “Transforming Place, Time and Person: Mobile Telephones and Changing Moral Economies in the Western Pacific”, The Moral Economy of Mobile Phones. Pacific Islands Perspectives, ANU Press, pp. 139 – 148.
  • Miller, D., 2016, How the World Changed Social Media, UCL Press.
  • Murray, D., 2015, “Notes to self: the visual culture of selfies in the age of social media, in Consumption Markets & Culture, 18:6, 490-516.
  • Pennaccini, C., 2013, “Immagini”, Pennaccini, C. (a cura di), La ricerca sul campo in antropologia. Oggetti e metodi, Roma Carocci, pp. 187 – 220.
Facebook Comments