L’efficacia simbolica: tra sciamanesimo e malocchio

Articolo estratto da una tesi di laurea
Pierpaolo Chiti
Antropologia, Religioni, Civiltà Orientali
Alma Mater Studiorum, Bologna
2018/2019

 

L’efficacia simbolica

Quello di efficacia simbolica fu un concetto introdotto da Lévi-Strauss in merito a una ricerca condotta tra i Cuna di Panama, rivolta a mostrare tramite quali azioni lo sciamano potesse indurre la guarigione nei suoi pazienti. Il caso analizzato dall’antropologo è quello di una donna con complicazioni legate al parto: tramite il canto, lo sciamano ripercorre le esperienze vissute dalla paziente e le sue sofferenze. La prospettiva tramite il quale vengono esplicate le difficoltà della partoriente è quella secondo cui gli spiriti si siano impossessati della sua anima, che verrà liberata dallo sciamano compiendo un viaggio metafisico nell’aldilà. Il canto, il ritmo calzante e le parole utilizzate rappresentano la sofferenza della donna e hanno

«come obiettivo pratico la manipolazione simbolica del corpo della sofferente nell’intento di ridurre il dolore fisico che la tormenta. […] In definitiva l’efficacia della cura consiste nel costruire una rete simbolica che rende pensabile una situazione che si presenta all’inizio nei termini del dolore fisico e dell’afflizione.» (Pizza, 2005:206-207)

La terapia sciamanica ha dunque lo scopo di esplicare il dolore tramite un linguaggio che, anche se non compreso dalla paziente poiché esoterico, si rileva efficace poiché adoperato da una figura ritenuta in grado di guarire tramite la messa in atto di un rituale coinvolgente e istituzionalizzato all’interno della comunità. La sofferenza, che inizialmente si presenta come inspiegabile e che viene vissuta con tormento, viene esplicata, compresa e metabolizzata mediante le azioni dello sciamano, attuate all’interno di un sistema coerente e dotato di veridicità, che non viene messo in dubbio e che, secondo Lévi-Strauss, presenta delle analogie con la cura psicoanalitica (Pizza, 2005:208).

 

 

Claude Lévi-Strauss: efficacia simbolica
Claude Lévi-Strauss

 

 

È qui di vitale importanza sottolineare altresì l’efficacia terapeutica indotta dal canto e dalla musica, presente anche nell’analisi del tarantismo pugliese condotta da De Martino (2013 [1961]), un canto che protegge, rassicura e ristabilizza l’equilibro posteriormente a una crisi. Come si è già evidenziato, la non riuscita del rito non indurrà i pazienti a mettere in dubbio il proprio sistema di credenze, bensì troverà una risposta razionale all’accaduto: la mancata guarigione non si deve tanto al non funzionamento del rito quanto all’inefficacia della performance sciamanica nel mantenere alta l’attenzione del pubblico.

Non è il rituale terapeutico in sé a essere inefficace ma l’incapacità dell’uomo nell’attuarlo correttamente (Pizza 2005:212). Dunque, ciò che rende funzionante il rito non è solamente la proiezione sciamanica delle sventure dei pazienti, ma il rapporto biunivoco che si costruisce tra il guaritore e i profani: quest’ultimi partecipano attivamente al processo di guarigione, e credendo fermamente nell’efficacia rituale, avviano un processo proiettivo tramite il quale fanno proprie le parole e le gesta apparentemente incomprensibili dello sciamano (Pizza, 2005:210), dotandole di senso e di significato e permettendo loro di funzionare.

 

Il malocchio e la sua efficacia terapeutica

Allo stesso modo, la forza nella guarigione dal malocchio si deve all’efficacia della guaritrice nel mettere in atto una serie di orazioni esoteriche il cui funzionamento risiede nell’autorità dell’operatore magico. La trasmissione delle formule avviene per lo più oralmente: quest’ultime non possono essere conosciute dai “profani”, e la scelta dei neofiti deve essere accurata a fronte della messa in atto della terapia da parte di individui incapaci. La ricerca condotta da Marcogiuseppe ad Anzi, in Basilicata, rivela come ancora oggi, sia nelle zone descritte al tempo da De Martino come in molte altre, la credenza nel malocchio partecipa attivamente alla costruzione della rappresentazione sociale della malattia, tanto da spingere gli abitanti di Anzi a rivolgersi a un operatore magico ogni qualvolta si presentino sintomi che variano dal mal di testa, alla nausea fino alla sonnolenza. Quando si crede si essere affetti da malocchio, gli intervistati ammettono che i farmaci non possono avere nessun effetto benefico, perché la radice del male si riscontra nell’invidia: è dunque presente una netta separazione tra le malattie curabili dalla biomedicina e i malesseri che solo una guaritrice può sanare.

 

 

Piatto contenente acqua e olio: tipici elementi presenti nella pratica del malocchio

 

Il linguaggio mantiene un’importanza riscontrabile sia dal punto di vista individuale che sociale: l’individuo colpito da malocchio guarisce grazie alle orazioni e alle gesta compiute dall’operatore magico, ma la malattia è frutto di un apprezzamento che viene ascoltato da altri soggetti (Marcogiuseppe, 2018:31-34). La forza delle parole ha una doppia natura, positiva e negativa, a seconda delle situazioni e degli scopi per cui vengono utilizzate. La loro efficacia diviene essenziale nel far ammalare e nel promuovere una cura, come nel modo in cui i soggetti affrontano la sofferenza e la guarigione.

 

La crisi del paradigma biomedico

A questo riguardo, anche le preghiere svolgono un ruolo principale nelle situazioni di crisi. In uno studio condotto da Leibovici si presero in esame un totale di quasi quattromila pazienti divisi in due gruppi, con lo scopo di analizzare se l’uso delle preghiere influenzassero i risultati sulla cura. A distanza di dieci anni, i risultati furono presentati all’interno della comunità scientifica: sebbene il tasso di mortalità si presentava simile in entrambe le categorie, la durata della degenza in ospedale e la percezione del dolore risultava minore nel gruppo in cui l’istanza ospedaliera fu accompagnata dall’orazione delle preghiere (in Lazar and Johannessen, 2006:188).

I limiti della biomedicina appaiono chiari laddove l’approccio dicotomico mente/corpo e il rapporto poco confidenziale e intimo che si svolge nella maggior parte dei casi tra medico e paziente non sono in grado di far fronte ai bisogni, alle incertezze e alle dinamiche che si creano quando si affronta una malattia, riducendo quest’ultima a un mero processo fisico senza prendere in considerazione l’interezza dell’esperienza.

In Occidente le medicine tradizionali e alternative sono una realtà sempre più richiesta e presente. La legittimità acquisita dalle pratiche “New Age”, come l’ayurveda, l’omeopatia o l’agopuntura evidenzia la volontà di ricercare altri punti di prospettiva secondo cui vivere e affrontare la sofferenza che non sia solo quello biomedico, soprattutto tra pazienti colpiti da malattie quali il tumore o l’AIDS (in Lazar and Johannessen, 2006:28). La “crisi” a cui il modello medico ufficiale sta assistendo riguarda per lo più la sua egemonia, in luce di una affermazione di plurimi sistemi medici su cui poter fare affidamento e tramite cui esplicare e affrontare il dolore. Sebbene queste nuove pratiche siano frutto del riadattamento occidentale di terapie mediche proveniente dall’Oriente (come l’agopuntura o l’ayurveda), la messa in discussione dell’egemonia biomedica ha aperto una nuova sezione tramite cui la percezione sulle medicine tradizionali è cambiata notevolmente.

 

 

 

Bibliografia:

  • De Martino E., 2007 [1948], Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo. Torino, Bollati Boringhieri
  • De Martino E., 1982 [1959], Sud e magia. Milano, Feltrinelli
  • De Martino E., 2013 [1961], La terra del rimorso. Milano, Il Saggiatore
  • Johannessen H., Lazar I. (a cura di), 2006, Multiple Medical Realities. Patients and Healers in Biomedical, Alternative and Traditional Medicine. New York, Berghahm Books
  • Marcogiuseppe M., 2018, La parola come azione. Il malocchio in una comunità del Sud «Antrocom Online Journal of Anthropology» vol. 14. n. 2:pp. 27-38
  • Pizza G., 2005, Antropologia medica. Saperi, pratiche e politiche del corpo. Roma, Carocci Editori
Facebook Comments
Valentina Sbocchia

Valentina Sbocchia

Laureata in Antropologia, Religioni, Civiltà Orientali a Bologna, sono ora studentessa in Antropologia Medica e Salute Globale presso la Rovira i Virgili a Tarragona.

Translate »