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Le zone grigie dei diritti: l’AIDS nei Paesi in Via di Sviluppo*

#HIV #AIDS #Africa #Antropologia

Il reportage 2017 di Unicef mette in evidenza che ogni anno 120 mila bambini e adolescenti muoiono per cause legate all’ AIDS, inoltre circa 160 mila sono contagiati dall’HIV.

Dal 2000, grazie ai programmi di cura, sono stati evitati circa due milioni di nuovi casi nella trasmissione madre-figlio del virus.
Ciò nonostante, Unicef sottolinea che ancora il 43% di essi non ha avuto l’accesso ai giusti trattamenti antivirali: i progressi ci sono ma sono lenti, gli investimenti sono necessari. Secondo Lo Statistical Update on Children and AIDS dello scorso anno, si conta che nel 2030 ci saranno 3,5 milioni di nuove infezioni.

“Ce n’è sicuramente moltissima di povertà nel mondo in cui viviamo. Ma più terribile è il fatto che così tante persone – tra cui i bambini con un retroterra disagiato- siano costrette a condurre un’esistenza miserabile e precaria e a morire prematuramente. Questa situazione vale in generale per i bassi salari, ma non solo per quelli. Riflette anche l’insufficienza dell’assistenza sanitaria e dell’alimentazione, la deficienza nei piani di sicurezza sociale, e l’assenza di responsabilità sociale e cura nel governare.” (Amartya Sen, 1998, in Antropologia medica, p.284)

L’AIDS è una minaccia costante che tuttavia permea a dismisura nei Paesi non occidentali: il fondo degli USA specifica che la forza del virus “risiede nell’ignoranza delle sue vittime”[1] dunque nella non prevenzione e talvolta nella negazione della sua esistenza, come nel caso del Sud Africa di Mbeki all’inizio del 2000, dove il presidente resistette alle pressioni internazionali denunciando gli antivirali come un’invenzione occidentale con gravi effetti collaterali [2].

 

#HIV #AIDS #Africa #Antropologia
Reportage sull’AIDS/HIV secondo la World Health Organization

 

Tuttavia, ad oggi, il Sudafrica ha il programma che racchiude più pazienti contro la lotta all’AIDS. I piani d’azione internazionali dei governi sono stati attuati nella maggior parte dei Paesi in Via di Sviluppo con l’obiettivo di debellarla definitivamente. Allo stesso tempo, nel 2016 si registrò il decesso di 55 mila bambini, il 91% di questi nell’Africa Subsahariana.

Il virus continua a permeare e la causa non sembra risiedere nella sfiducia dei governi locali nei confronti della visione sulla malattia dell’Occidente: questo, al contrario, sembrerebbe più una conseguenza.

Secondo Giosuè De Salvo, tra i vari incarichi anche coordinatore di Food for World- dalla Sicurezza alla Sovranità Alimentare, il problema risiede nell’accesso ai farmaci e nella ricerca.
Le lotte e gli obiettivi delle Organizzazioni umanitarie hanno un potere relativo.
L’AIDS, la malaria e la tubercolosi sono tutt’ora e ancora le malattie del “Terzo Mondo*”[4].

De Salvo parla di un vero e proprio “apartheid sanitario” specificando che la sanità lavora attraverso i confini geografici che separano i paesi ricchi da quelli poveri. In effetti, secondo il Lancet [3]  tra le nuove medicine approvate tra il 1975 e il 2004 solo ventuno erano sviluppate per combattere l’AIDS e le altre malattie regine della povertà.

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La miseria continua a sussistere ed è legata a uno scarso interesse nel voler cambiare le sorti delle popolazioni che vivono costantemente nel disagio, che sperimentano guerre, catastrofi ambientali, epidemie e morti premature.
La povertà si rispecchia nella diseguale distribuzione delle risorse, nell’alimentazione, nell’educazione, nel funzionamento dell’apparato sanitario.

Le condizioni di diseguaglianza e d’inferiorità economica e sociale si perpetuano nell’ inaccesso alle cure e nelle mancate strutture ospedaliere nei territori in cui la miseria si perpetua.

L’accesso alle cure, che su carta è un diritto fondamentale umano sancito dalle Nazioni Unite e caposaldo dall’Oms, è nella pratica profondamente negato.

Per citare alcuni casi, il 3 aprile 2009 ci fu un risarcimento di una delle più grandi società operanti nella ricerca, nella produzione e nella commercializzazione dei farmaci, la Pfizer, allo Stato nigeriano di Kano per la sperimentazione del Trovan (doveva essere un rimedio alla meningite).
Nel 1996 su duecento bambini, undici morirono e gli altri subirono delle menomazioni a livello psico-fisico.
La Pfizer fu accusata della violazione dei principi medici ed etici stipulati nella Dichiarazione di Helsinki del 1964.

Nel 1997, quando il Sudafrica contava cinque milioni di malati di HIV su una popolazione complessiva di trentacinque milioni di abitanti, Mandela firmò il “Medicines Act” con il fine di promuovere delle cure a basso costo. La legge fu bloccata per tre anni dagli Stati Uniti che appoggiarono trentanove case farmaceutiche contro il decreto.
Grazie alle denunce di Medici Senza Frontiere e Oxfam, il 19 aprile 2001 fu ordinato il ritiro del ricorso.

Ancora per tre anni, il Sud Africa, uno dei Paesi con il più alto tasso di povertà assoluta e malati di AIDS, si vide chiudere le porte verso l’accesso alle cure. La sfiducia e la diffidenza nei confronti dei governi occidentali di Mbeki, se letta in quest’ottica, potrebbe avere delle spiegazioni in più.

La storica violenza nei confronti dei territori utilizzati come colonie occidentali si rispecchia nelle esperienze e nelle vite delle popolazioni ancora discriminate così come nella percezione della malattia. Questa violenza, secondo l’antropologo e medico americano Paul Farmer, è resa strutturale, non è esercitata direttamente da nessuno poiché si riscontra nei tenori di vita, nell’accesso alle risorse e nei costi eccessivi delle cure mediche, nella marginalizzazione e nelle ineguali speranze di vita e di rischio che variano in base alla posizione sociale.

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Ad Haiti, dove Farmer lavora, l’unico ospedale dell’isola in cui le cure sono gratuite si trova nella capitale, a Port-Au-Prince, mentre le strutture ospedaliere sparse nel territorio richiedono un costo troppo elevato per la maggior parte della popolazione che vive costantemente in estrema povertà.
La sanità percorre i confini geografici, politici e sociali: la cortina di ferro tra le malattie della miseria e la sanità dei bene-stanti svela come la violenza si perpetui tutt’oggi nelle differenze culturali.

 

Fonti:

-Antropologia Medica, a cura di Ivo Quaranta, Raffaello Cortina Editore, 2006

-La cura e il potere, a cura di Pellecchia e Zanotelli, Firenze ed.it, 2010

-Farmer, Un’antropologia della violenza strutturale, trad. di Ivo Quaranta,

 

Note:

[1] www.unicef.it/doc/332/dieci-cose-da-sapere-su-hiv-e-aids.htm
[2]
www.internazionale/pete-vernon/2016/07/18/amp/sudafrica-aids-conferenza-internazionale
[3]Chirac e Torreele, 2006:1560-1561 in La cura e il potere, 2010, p.47
[4]Accesso ai farmaci e ricerca nei Paesi in Via di Sviluppo, Giosué De Salvo, La cura e il potere, 2010, p.69-77

 

* in questo articolo si utilizzano termini quali “Paesi in Via di Sviluppo” e “Terzo Mondo” con fini prettamente divulgativi. 
Tali termini non sono riconosciuti come validi dalla comunità accademica.

      -V.Sbocchia