Le serpi e il santo

In quest’articolo mi piacerebbe illustrare l’importanza del ruolo che spesso altre specie animali ricoprono nelle nostre “trovate culturali” – se mi si può far passare il termine – e il potere delle simbologie ad esse legate. Il mio soggetto sarà il celebre serpente, colto come simbolo religioso assorbito dall’influenza cattolico-cristiana in una cerimonia rituale abruzzese.

E’ da poco trascorso un anno dalla mia visita al nebbioso paesetto di Cocullo per una visita rapida ma densa di sensazioni tra le viuzze del borgo, stranamente affollato in quella giornata di primo giovedì di maggio.

Esito fortunato di una telefonata casuale, si parte sotto la pioggia verso il paese dove è possibile osservare il famoso rituale dei “serpari” (raccoglitori e domatori di serpenti che si occupano degli animali nel periodo precedente al rito e durante quest’ultimo, per poi assicurarsi della loro messa in libertà nelle campagne) nel giorno della ricorrenza di San Domenico, un evento collettivo di sincretismo religioso che oggi ha trovato una risonanza su scala internazionale.

Il viaggio in macchina termina con una salita sul cocuzzolo sul quale si scorgono le prime antiche case lasciate respirare dalla cappa di nebbia, esageratamente intasata di macchine e altri mezzi.

In questo giorno gli abitanti di Cocullo conoscono uno strano (e forse anche un po’ aggressivo) riverbero di vita esterna, di macchine fotografiche, di lingue straniere, di pranzi al sacco e fantomatiche figure di giornalisti in calzoncini e cappellino, il cui dono dell’ “ubiquità” desta alquanto la nostra invidia.

Comunque sia, sarebbe meglio spiegare prima di tutto in cosa consiste il rituale.

Gli antichi popoli italici delle regioni del centro Italia, conosciuti sotto i nomi di Umbri, Marsi ed altri ancora, solevano concepire le loro esistenze e le cose del paesaggio che li circondava come manifestazioni di un ordine cosmico, in cui una rilevante importanza era data alle energie del mondo “ctonio”, ovvero “tellurico”, sotterraneo, cuore pulsante dei flussi vitali, che emergendo dal grembo prodigo e oscuro della terra si consumano nei fenomeni naturali, vita umana compresa.

E’ importante rilevare che il periodo di cui si parla è precedente alla spinta culturale scaturita dall’egemonia del credo cattolico nel centro Italia. I culti religiosi che si articolarono seguendo questo schema di pensiero, dunque, prevedevano l’emergere di figure antropomorfe dominatrici di forze primordiali.

Ci concentreremo quindi sulla divinità- madre Angizia, a cui alcuni storici fanno risalire le origini del culto, la cui figura, assorbita e reinterpretata da molti gruppi sociali del passato, presenta tuttavia caratteristiche ricorrenti, la più importante delle quali è l’associazione analogica tra la madre e la terra, sacre e occulte fonti di vita. La fertilità, sia della terra che dell’essere femmina, costituiva un punto che è impossibile non tenere in considerazione.

Figlio della Terra per eccellenza, suo conoscitore più profondo, custode  sfuggente dei suoi segreti è il serpente. Il serpente è un’entità che molti gruppi sociali concepiscono come sacra, potente o comunque legata ad una dimensione extraumana.

La serpe presenta in se la dualità del sacro e del profano: da un lato ha personalità negativa, striscia sul suolo impuro della terra e cela in se la sua forza fatale, il veleno. Dall’altro però esso è capace di cambiare pelle, il che presuppone una rinascita, una capacità rigenerativa che lo accomuna a tutte le grandi forze cicliche della natura: il sole, le stagioni, il periodo mestruale, la nascita che segue la morte.

Inoltre, il serpente conoscerebbe il linguaggio delle entità del sottosuolo, e per questo la dea Angizia sarebbe spesso identificata come la dea dei serpenti, protettrice del veleno e di conseguenza delle arti curative.

Lo status di sacralità di quest’animale scaturisce dal suo duale potere: uccidere e guarire. Le cose considerate sacre hanno in sé un’inscindibile complementarietà di pericolosità e saggezza. Non è poi da dimenticare che in un territorio roccioso e rigoglioso di vegetazione come quello abruzzese, dove le pratiche quotidiane e domestiche erano intimamente legate al suolo, la presenza dei serpenti velenosi (come le vipere) fosse particolarmente sentita.

Ed ecco come il serpente sopravvive nel significato sociale delle persone del XIX secolo. Naturalmente nel corso del tempo le visioni del mondo delle comunità sociali vengono riplasmate da molteplici fattori, come, per suggerirne uno tra i tanti, il summenzionato ruolo egemone della Chiesa Cattolica nei confronti dei culti locali.

Questa visione del mondo dominante ha, come tutte le concezioni dominanti, definito nella mente delle persone cosa sia l’ortodossia e cosa l’eterodossia. Nel linguaggio corrente eterodossia si sente più spesso come “paganesimo”. Per questo del rituale dei serpari, tutt’oggi classificato come cristiano, si dice che «conservi in se tracce di antichi culti pagani».

Il serpente, personaggio ambiguamente potente, viene reinterpretato e demonizzato, e della sua connotazione di saggio spirito della terra viene spesso rimosso il lato benefico. E’ dunque oltremodo interessante come questo frammento di memoria familiare di un piccolo agglomerato di persone venga riscritta nel tempo, resistendo e adattandosi.

L’elemento sincretico che il curioso semi informato (o come lo ero io, per nulla informato) non può non notare è la centralità della figura di un santo, San Domenico appunto, protettore del paese.

Monaco benedettino vissuto a cavallo dell’anno 1000, originario di Foligno, la cui figura fu legata alla nobiltà romana, fu predicatore e riformatore, divenne protettore di Cocullo e di Villalago e a lui la tradizione religiosa cristiana ha associato il culto delle reliquie (è praticata l’adorazione di uno dei suoi denti molari e un ferro della sua mula).

Il gesto simbolico della donazione del proprio dente trovava terreno culturale tutt’altro che riluttante, dato che i malefici denti del serpente erano così impressi nelle rappresentazioni della collettività. La tradizione vuole che quest’atto da parte del santo abbia posto il seme per una nuova forma di culto ibrida, e la dea-madre Angizia si conservò, mutando nella simbiosi che l’Abate Domenico e i sacri rettili manifestano nel rituale.

San Domenico, impersonificato in una statua lignea di medie dimensioni, rappresenta così la protezione contro le malattie dei denti e contro il morso delle serpi. Per chi proviene da un background cristiano cattolico, l’associazione tra una figura beatificata e il Serpente può risultare talvolta curiosa. Eppure non c’è limite alle combinazioni di ciò che pensiamo (e mettiamo in atto).

La cerimonia inizia la mattina presto nella via principale del paese intasato di turisti e locali. Il fermento cerimoniale, in realtà, inizia molte settimane prima, allo sciogliersi delle nevi, da quando i “serpari” hanno cominciato ad inerpicarsi tra rocce e cespugli per stanare i rettili  ancora addormentati. Le specie favorite sono quelle non velenose delle campagne circostanti: il pacifico cervone, anche chiamato “succiavacche”, un bellissimo animale lento, elegante, striato di giallo e di grosse dimensioni, il biacco, piccolo e nervoso, tutto nero o picchiettato, il primo tra i suoi cugini a destarsi dal torpore del calore del sacco o della tasca dove è tenuto, alquanto litigioso, e il saettone, dai colori del sottobosco.

I serpenti vengono tenuti e nutriti dal “serparo”, figura della comunità il cui ruolo è ereditabile di padre in figlio, che in tempi passati ricopriva il compito di sciamano, in quanto mediatore di messaggi e segreti tra le entità del mondo sotterraneo e gli esseri umani. Tali individui sarebbero stati immuni al morso dei rettili ed esperti nelle pratiche magico-curative. E’ opinione diffusa che molti dei serpenti catturati abbiano partecipato più e più volte al rituale, e che quindi lo conoscano.

La cerimonia prevede il “viaggio” della statua lignea del santo lungo la via principale del paese, portata a spalla su una portantina. Prima di cominciare il cammino, i fedeli nella chiesa del paese tirano con i denti una campanella per scacciare il rischio di malattia ai denti, e verso mezzogiorno i “serpari” collocano delicatamente i serpenti sulla statua, avvolgendo completamente la figura. Quell’intrico vivente costituirà una specie di bozzolo che resterà ben saldo al corpo del santo per tutta la durata del rito.

Gli sciamani che si incontrano oggi sono vestiti da trekking e amano i turisti, e appena scorgono qualche curioso leggermente a disagio che fissa con sguardo vacuo il groviglio che si agita tra le loro mani, si avvicinano con un sorriso insinuante e appena possono depongono un serpentello (o più di uno) sulle spalle e intorno al collo del malcapitato. I serpenti, soprattutto quelli di dimensioni maggiori, sono storditi dall’aria pungente e dal rumore, e roteano le testoline eleganti e docili, quasi con fare interrogativo. Nessun ribelle tenta di districarsi dalla statua del santo e fuggire, semplicemente paiono tutti attendere la fine come se il copione rituale fosse loro noto. Ogni anziana signora del paese ripone questa fiducia arcana negli animali.

Mi ricordo di un ragazzo che gironzolava con una vera e propria selva di biacchi tra le mani, tutti neri e lucidi e innervositi dalla calca e resi piuttosto eccitabili dal calore. Ci avviciniamo all’interessante soggetto, che tutto sorrisi e scusandosi ripone con amore il groviglio nervoso in un sacchetto.

«Il biacco è un diavoletto quando gli passa il sonno» ci spiega mostrandoci le mani alquanto bucherellate di morsi.

Il clima che si respira è anche grazie ai turisti un clima di festa, e indubbiamente la presenza di rettili vivi e curiosamente disinvolti tra la gente rappresenta un elemento di spettacolo che assorbe in sé tutta l’attenzione. La banda del paese suona e tutte le figure religiose dal prete ai bambini sfilano insieme alla statua. Ragazze in abiti tipici portano in ceste sulle loro teste i pani benedetti, in dono. Al termine del passaggio del santo e il suo rientro in chiesa, i “serpari” raccolgono nuovamente le bestie nei loro sacchi di cotone e quando tutto sarà concluso le riporteranno nel posto dove le hanno trovate. Sgusciati nelle loro tane, ritorneranno nel loro mondo segreto, prima che un altro anno passi.

Fonte: Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD), del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Progetto PACI (Progetto integrato per il Patrimonio Culturale immateriale e la Diversità Culturale), sezione Video, Il Folklore un bene culturale vivo, codice di catalogazione nazionale “ICBSA”.

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