Le origini della prigione

Dai supplizi al carcere

La privazione della libertà è considerata quasi come la naturale conseguenza della commissione di un reato. In realtà il carcere è un’invenzione piuttosto recente e va considerato in stretta connessione con le dinamiche sociali ed economiche. In effetti, «nel medioevo, la prigione rappresentava solo un luogo nel quale veniva custodito l’imputato in attesa del processo» (Melossi, Pavarini 1977: 75). Nei sistemi di produzione pre-capitalistici il carcere in quanto pena non esiste, nel senso che la pena non è ancora considerata come semplice privazione della libertà. La pena vera e propria consisteva in pene pecuniarie, ammende, confische ma soprattutto pene fisiche: i supplizi.

Solo tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, sotto la spinta del pensiero illuminista, si compiono i primi passi verso l’umanizzazione della pena. I supplizi diventano allora intollerabili e vengono sostituiti dal carcere che inizia ad affermarsi gradualmente come unica pena. Questo cambiamento va tenuto in stretta connessione col cambiamento sociale ed economico. «L’affermarsi del capitalismo impone la concentrazione dei mezzi di produzione nella mani di una classe e la costituzione di una nuova classe di non proprietari» (Marx 1976: 514).

I crimini violenti vengono sostituiti dai delitti contro la proprietà. Le città cominciano a popolarsi di migliaia di lavoratori, così nasce l’esigenza di controllare o contenere questi nuovi fenomeni sociali. Dal XIX secolo in Europa le prigioni diventano la norma. Costante di questi istituti è l’impronta rieducativa fondata sulla solitudine, il lavoro forzato, l’umiliazione e l’indottrinamento religioso. Da mero strumento di custodia dell’imputato, il carcere ha modificato nel tempo la sua funzione rimanendo legato al funzionamento della società stessa. «Come potrebbe, la privazione della libertà, non essere la pena per eccellenza in una società in cui la libertà appartiene a tutti nello stesso modo?» (Foucault 1976: 252). In più permette una quantificazione esatta della pena.

 

Fabbrica di criminali

In realtà il fine della prigione non è la privazione della libertà in sé, ma la trasformazione dell’individuo. La prigione è “onnidisciplinare”, nel senso che deve rendere conto di tutti gli aspetti del singolo: la sua storia, la sua condotta, il suo addestramento, la sua attitudine al lavoro ecc. Come mette in luce Foucault (1976), il meccanismo carcerario ha la funzione di operare delle trasformazioni sugli individui che vi entrano ricorrendo a tre grandi schemi: politico-morale, fondato sull’isolamento e la gerarchia; economico, della forza applicata al lavoro obbligatorio; tecnico- medico, basato sull’idea di guarigione e normalizzazione.

La solitudine è la condizione primaria per la sottomissione, così come il lavoro penale che non serve né a un profitto né a formare un’abilità, ma solo a costruire un rapporto di potere, una forma di subordinazione. La prigione diventa anche luogo di osservazione sui detenuti. Sorveglianza ma anche conoscenza. E’ necessario formare un sapere clinico sui condannati.
La prigione riceve un condannato ma ciò su cui la giustizia deve applicarsi non è l’infrazione di una legge, ma un personaggio. Compito dell’apparato carcerario non è concentrarsi sul reato in sé, ma effettuare una vera e propria opera di rieducazione del “delinquente”.  Deve risalire non solo al crimine ma alle cause del crimine, alla posizione sociale del criminale, alla sua storia, alla sua educazione ecc.

Questa introduzione del biografico è fondamentale poiché fa esistere il criminale prima del crimine. Si stabilisce una criminologia qualificando scientificamente, non tanto l’atto in quanto delitto, ma sopratutto l’individuo in quanto delinquente. Si può dire allora che la prigione fabbrica delinquenti, nel momento in cui ha dato alla giustizia criminale una serie di soggetti che vanno conosciuti, studiati, valutati, misurati e considerati come anomalie, deviazioni. Il passaggio dai supplizi al carcere rappresenta un semplice cambiamento tecnico, il passaggio da un’arte di punire a un’altra. Si ha la necessità di interrompere quei riti pubblici e di porre i condannati nel segreto delle celle. Ciò che si nasconde dietro l’organizzazione dell’istituzione penale è la trasformazione di chi commette occasionalmente un delitto in delinquente attraverso tutto il complesso burocratico che continua a seguire i condannati anche dopo aver scontato la pena.
«Bisogna allora supporre che la prigione non è destinata a sopprimere le infrazioni, ma piuttosto a distinguerle, organizzarle, distribuirle, utilizzarle; che esse mirino non tanto a rendere docili coloro che sono pronti a violare la legge ma che tendono a organizzare la trasgressione delle leggi in una tattica generale di assoggettamento» (Foucault 1976: 300).

 

 

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Tribunale dell’Inquisizione, Francisco Goya

Il carcere come strumento di controllo sociale

La penalità non reprime le illegalità, le gestisce. Si può parlare di una giustizia di classe nel momento in cui questi meccanismi si applicano al servizio di una classe: quella dominante. Ed è proprio contro il regime della proprietà fondiaria instaurato dalla borghesia nel XIX secolo, nella lotta politica con lo scopo di cambiare la struttura del potere, nel passaggio alle lotte operaie che si sviluppano i nuovi illegalismi. Nasce una coscienza di classe: la consapevolezza di lottare contro la legge e allo stesso tempo contro la classe che l’ha imposta.
L’organizzazione e il controllo delle illegalità non avrebbe potuto funzionare senza lo sviluppo dei controlli di polizia. Prigione e polizia permettono un controllo e una differenziazione degli illegalismi. La polizia fornisce alla prigione soggetti che hanno commesso un’infrazione, questa li trasforma in delinquenti, che continueranno ad essere bersagli della polizia anche dopo aver scontato la pena.

La storia dell’istituzione carceraria dimostra come questa si sia sempre adeguata alle diverse finalità che, nel tempo, hanno connotato la pena. L’idea di giustizia è fortemente legata alle condizioni sociali ed economiche di un dato momento storico.
Durkheim (1971) considerava il reato come un oltraggio morale. Partiva dall’idea che ogni società è tenuta insieme da un nucleo fondamentale di valori così importanti da assumere una connotazione di sacralità. La pena, altro non è che una manifestazione di indignazione e rabbia da parte della società verso chi commette il crimine.
Per Foucault, la pena è una forma di potere, uno strumento di controllo sociale attraverso il quale eliminare, controllare, forgiare i criminali o potenziali  tali. I condannati alla pena carceraria non verrebbero semplicemente rieducati, ma riprogrammati, annullati e poi ricostruiti: il carcere diviene così l’istituzione più viva del potere del controllo sociale.

 

 

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Bibliografia:

  • Durkheim, E. (1971). La divisione del lavoro sociale. Milano: Edizioni di Comunità.
  • Foucault, M. (1976). Sorvegliare e punire. Torino: Einaudi.
  • Marx, K. (1977). Il capitale. Roma: Newton Compton.
  • Melossi, D., Pavarini, M. (1977). Carcere e fabbrica. Bologna: il Mulino.
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Claudio Riga

laurea triennale in Scienze Antropologiche presso AlmaMaterStudiorum Bologna laurea magistrale in Antropologia Culturale ed Etnologia presso AlmaMaterStudiorum Bologna attualmente Master di 2 livello in Cooperation and Development presso IUSS Pavia

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