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Le FDLR: dal genocidio del Rwanda ai ribelli Hutu in Congo

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Il recente attacco ad un convoglio dell’ONU nei pressi di Goma, che ha causato la triste morte del giovane ambasciatore Luca Attanasio, ha riportato brevemente l’attenzione dei media italiani sulle dinamiche di conflitto nelle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo (Nord Kivu e Sud Kivu).

Dalle prime indagini atte a far luce sul caso, sembra essersi trattato di un fallimentare tentativo di rapimento ad opera del gruppo armato Forces Démocratiques pour la Libération du Rwanda (FDLR), un tempo conosciuto come Interahamwe.

Tuttavia, ben poco si è parlato dei presunti responsabili o delle cause delle guerre del Congo, optando per un ritratto convulso e confuso di rituali magici della Lord’s Resistance Army, di milizie Mayi-Mayi «comandate da stregoni», di rivalità etniche, di richezze minerarie depredate e della collettiva dose di sofferenza locale1QUIRICO D., 23/02/2021, Stregoni, bambini-soldato e tagliagole del Califfato in guerra per coltan e oro, «La Stampa»..

Per tentare di sopperire a questa mancanza, dunque, sarà necessario ripercorrere brevemente alcuni dei principali processi storici e politici che hanno innescato ed alimentato il conflitto, portando maggior attenzione sulle FDLR e sulle ragioni della loro guerriglia.

Si tratta di uno dei più importanti e longevi movimenti ribelli attivi nella zona che, pur essendo ormai al tramonto, rappresenta ancora oggi una delle più urgenti sfide alla stabilità della regione.

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Prevalentemente composte da rwandesi e congolesi di etnia Hutu in opposizione all’influenza Tutsi nel Kivu, le milizie delle FDLR hanno sottoposto la popolazione civile a saccheggi e massacri per decenni, mentre gli alti vertici del gruppo sono stati incriminati dell’infausto genocidio rwandese dalla Corte Penale Internazionale.

Infatti, le radici storiche, politiche ed ideologiche delle FDLR risalgono direttamente allo sterminio dei Tutsi in Rwanda, la strage che ha detonato il conflitto nel Congo orientale e trascinato tutta l’Africa dei Grandi Laghi in una spirale di crisi e violenza ancora irrisolta.

 

Il genocidio del Rwanda: da vittime a carnefici

Nel piccolo stato del Rwanda, principalmente popolato da Hutu e Tutsi, tra l’aprile ed il luglio del 1994 si è consumata una delle più drammatiche tragedie del secolo scorso: quasi ottocentomila persone, tra Tutsi e Hutu moderati, vennero brutalmente e sistematicamente assassinate per mano di una maggioranza Hutu genocidaria, istigata da anni di politiche spregiudicate, risentimento, paura e odi razziali2cfr. Chrétien, 2008, 2014; Fusaschi, 2000; Uvin, 1998; Vidal, 2008.

Similmente a quanto avvenuto per altri “conflitti etnici” sul continente3AMSELLE J.-L., M’BOKOLO E. (a cura di), 2008, L’invenzione dell’etnia, Roma, Meltemi., l’ostilità fra Hutu e Tutsi in Rwanda (e non solo,4MOSCA M., 2014, In nome dell’etnia. Costruzioni identitarie e genocidio in Burundi, Milano-Udine, Mimesis.) risale al processo di etnicizzazione avvenuto in epoca coloniale attraverso l’invenzione, la co-costruzione e la cristallizzazione dei diversi gruppi identitari e sociali.

Nello specifico, le identità sociali di Hutu e Tutsi, precedentemente fluide e paritarie, vennero investite dalle logiche razziali e di dominio dell’amministrazione coloniale e dei missionari cattolici. In questo modo, la struttura socio-politica precoloniale venne rigidamente etnicizzata e gerarchizzata, generando una privilegiata élite Tutsi da istruire e cooptare per il comando contrapposta ad una maggioranza Hutu da impiegare come manodopera a basso costo.

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L’accesso diseguale al potere ed alle sue risorse, l’esasperazione di una politica basata ossessivamente sull’etnia e l’umiliazione provata da generazioni di Hutu stigmatizzati come “razza inferiore” scavarono una frustrazione sociale che mostrò le sue drammatiche ripercussioni anche dopo l’indipendenza.

L’interiorizzazione del modello razziale introdotto dagli europei culminò, nel 1960, con la schiacciante vittoria elettorale del PARMEHUTU, un partito filo-Hutu che interpretava e proponeva i Tutsi come capro espiatorio di tutti i mali del Rwanda.

Con la crisi economica degli anni Ottanta e il drastico impoverimento della società rwandese, la corrente politica più estremista, denominata Hutu power, fomentò atti di rappresaglie e violenze anti-Tutsi in tutto il paese, costringendo i più a fuggire oltre i confini.

A quel punto, entrambe le fazioni si armarono: dai campi profughi dei Tutsi rifugiati in Uganda nacque l’esercito ribelle del Rwandan Patriotic Front (RPF), mentre gli alti ranghi del governo rwandese e dell’esercito nazionale costituirono una milizia filo-Hutu chiamata Interahamwe (‘attaccanti solidali’ in kinyarwanda).

I soldati del RPF tentarono, allora, numerose incursioni dall’Uganda con l’obiettivo di riprendere il potere nel paese natio, diffondendo tra gli Hutu il terrore paranoico che dietro ogni Tutsi potesse annidarsi un segreto sostenitore dei ribelli in complotto per sterminarli5cfr. Appadurai, 2017: 37-67.

La sera del 6 aprile 1994, l’attentato che uccise il presidente Hutu Juvénal Habyarimana, di cui i Tutsi del RPF furono accusati, fornì il casus belli per una “soluzione finale” già premeditata, organizzata e propagandata da tempo – situazione che ha fatto parlare di «nazismo tropicale»6cfr. Chrétien, 2014: 15.

La macchina genocidaria divenne inarrestabile: nel giro di poche ore, i soldati dell’esercito rwandese e delle milizie dell’Interahamwe, accompagnati da centinaia di migliaia di cittadini Hutu, impugnarono il machete dando inizio allo sterminio di Tutsi ed oppositori. Uomini, donne e bambini, amici, colleghi di lavoro o vicini di casa vennero inseguiti e massacrati nel corso di vere e proprie battute di caccia, tanto macabre e brutali quanto perfettamente organizzate.

Infine, sebbene l’avanzata del RPF riuscì a fermare il genocidio, la riconquista del Rwanda da parte dell’esercito Tutsi scatenò l’esodo nel vicino Congo (all’epoca Zaire) di oltre un milione di Hutu terrorizzati dalla possibilità di una vendetta etnicida.

Tuttavia, ad affluire nei campi profughi allestiti dalle Nazioni Unite nelle regioni del Nord Kivu e Sud Kivu non furono solo famiglie di civili Hutu, ma anche una buona parte dell’esercito rwandese e delle milizie dell’Interahamwe ancora armate e determinate a riprendersi il potere.

 

Le guerre del Congo: intervento rwandese, predazione delle risorse e proliferazione delle milizie

Mentre gli alti quadri del vittorioso RPF andarono a comporre la nuova classe politica rwandese, restituendo de facto il potere ad un’élite Tutsi, ciò che rimaneva delle milizie genocidarie riuscì rapidamente a riorganizzarsi e a tentare nuove incursioni in territorio natio.

Naturalmente, per il nuovo governo di Kigali (capitale del Rwanda) era troppo rischioso lasciare che a pochi chilometri dai propri confini si ricreassero milizie filo-Hutu in competizione per il trono. Così, nel 1996, i soldati del RPF attaccarono i campi profughi in Kivu e riportarono parte dei superstiti sotto il loro controllo.

Malgrado l’attacco, seguiti delle famiglie Hutu rimaste, le milizie dell’ex-Interahamwe riuscirono nuovamente a fuggire e trovarono rifugio nelle vaste foreste equatoriali della regione, come il Parco nazionale del Virunga, aprendo la strada ad una nuova stagione di guerre.

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La minacciosa presenza dei ribelli Hutu in Kivu ha innescato, infatti, una serie di conseguenze politiche, sociali, economiche ed umanitarie disastrose, portando alla Prima guerra del Congo (1996-97); alla Seconda guerra del Congo (1998-2003); ed infine, alla zona grigia di guerriglia post-transizione (2003-2006) ancora in corso. Tuttavia, i motivi della guerra sono molteplici e si sommano ed alimentano reciprocamente7JOURDAN L., 2010, Generazione Kalashnikov. Un antropologo dentro la guerra in Congo, Roma-Bari, Laterza..

Innanzitutto, il Congo si è trovato al centro di interessi economici e geo-politici transnazionali. In particolare, l’Uganda ed il Rwanda hanno adottato una politica invasiva ed aggressiva nei suoi confronti, fomentando movimenti ribelli al suo interno e sfruttando l’instabilità del paese per innalzare il proprio potere d’influenza e depredare le risorse di cui il Kivu è estremamente ricco (soprattutto oro, diamanti e coltan).

A ciò si aggiungono le problematiche specifiche locali, come la povertà estrema, l’abbandono da parte di uno stato ormai al collasso, l’alto tasso di disoccupazione e l’aggravarsi delle tensioni interetniche che ha principalmente colpito le comunità di Hutu e Tutsi congolesi (localmente chiamati Banyarwanda).

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Questi fattori congiunti hanno creato le condizioni perfette per una massiccia proliferazione di milizie in competizione per le aree minerarie più ricche e per la supremazia politica, spesso composte da giovani e bambini che hanno trovato nell’arruolamento l’unica alternativa ad una vita di fame e miseria.

In altre parole, il conflitto si è trasformato in un’opportunità estremamente redditizia per i politici, i signori della guerra ed i soldati coinvolti, svelando la prosecuzione della guerra come vero obiettivo della stessa.

Fra le tante milizie in cui affluirono i giovani congolesi con lo scoppio della guerra, molti ingrossarono le file dell’ex-Interahamwe che, nel 2000, ribattezzò il movimento Forces Démocratiques pour la Libération du Rwanda (FDLR) e la propria ala armata Forces Combattantes Abacunguzi (FOCA).

Dal punto di vista politico, le FDLR hanno richiesto per anni un negoziato di pace che prevedesse la formazione di un nuovo governo inter-etnico in Rwanda, nonché l’amnistia ed il rimpatrio delle comunità di profughi Hutu in Congo dal ‘94. Tuttavia, il presidente rwandese Paul Kagame ha sempre rifiutato queste trattative, alimentando la volontà delle FDLR/FOCA di riprendersi il paese con la forza.

Sebbene il loro manifesto politico proponga la riconciliazione attraverso una soluzione pacifica, assieme alle FDLR sono sopravvissute anche le vecchie ostilità etniche che avevano contraddistinto la dottrina dell’Hutu power e l’operato dell’Interahamwe in Rwanda8ALDEN C., ARNOLD M., THAKUR M., 2011, Militias and the challenges of post-conflict peace: Silencing the guns, London, Zed Books..

Vedendosi negati il perdono ed il ritorno in patria, i ribelli Hutu hanno tentato di ritagliarsi un proprio spazio nel nuovo contesto sociale, adottando un uso sistematico della violenza per inserirsi nell’economia di guerra congolese e per respingere i numerosi tentativi di cattura da parte dell’esercito congolese e di quello rwandese.

Naturalmente, il prezzo più caro lo hanno pagato le popolazioni locali, soprattutto le comunità di Tutsi congolesi presenti in Kivu, sottoposte ai numerosi massacri, stupri di massa, arruolamenti di giovani e bambini, rapimenti e saccheggi compiuti per anni dalle FDLR9HUMAN RIGHTS WATCH, 2009, “You will be punished”: Attacks on civilian in the Eastern Congo..

Mentre dal versante opposto, per contrastare tutto questo, il Rwanda ha tacitamente sostenuto e fomentato i vari movimenti di ribellione che si sono formati tra i clan Tutsi del Kivu – come il CNDP e l’M2310STEARNS J., 2012, From CNDP to M23: The evolution of an armed movement in eastern Congo, Usalama Project Report, London/Nairobi, Rift Valley Institute. – con l’obiettivo di sradicare le FDLR e difendere la propria gente.

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Ad ogni modo, la popolazione civile non ha solamente subito ed osteggiato le FDLR, talvolta anche organizzandosi militarmente11STEARNS J., 2013, Raia Mutomboki: The flawed peace process in the DRC and the birth of an armed franchise, Usalama Project Report, London/Nairobi, Rift Valley Institute., ma, in certi casi, hanno accolto, sostenuto e collaborato attivamente con loro, in particolare le comunità di Hutu congolesi.

Questo perché, col tempo, in Kivu si è affermato un diffuso sentimento anti-Tutsi, visti da molti congolesi come gli stranieri invasori che hanno innescato la guerra per cinici interessi personali. Paradossalmente, è proprio dall’ostilità verso i rwandesi che sono nati i più grandi alleati delle FDLR, ovvero le milizie di auto-difesa locale chiamate Mayi-Mayi12MWAKA BWENGE A., 2003, Les Milices Mayi-mayi à l’Est de La Republique Démocratique du Congo: Dynamique d’une Gouvernementalité en Situation de Crise, «Revue Africaine de Sociologie», 7, 2, pp. 73-94..

In altre parole, non soltanto le FDLR si collocano al centro di una rete intricata di tensioni nazionali ed internazionali, ma sono divenute parte integrante dello scenario bellico, politico, sociale ed economico del Congo orientale, rendendo sempre più labili ed inadeguate le categorie di “stranieri”, “esiliati” o “rifugiati”.

Nel tempo, infatti, il gruppo stesso è mutato: oltre alla catena di comando ancora risalente all’Interahamwe ed alle componenti locali affiliate alle FDLR, oggi la maggior parte dei suoi membri sono i figli ed i nipoti degli Hutu che fuggirono dal Rwanda dopo il genocidio, nati e cresciuti in Kivu assieme alle proprie famiglie. Estranei alle stragi del Rwanda, ma fin troppo familiari con quelle del Congo.

 

Il fantasma del genocidio: revisionismo storico, costruzioni identitarie e legittimazioni di guerra

Dopo aver ripercorso brevemente le radici storiche, politiche e sociali della guerra in Congo, ci soffermeremo ora, per così dire, sulle dinamiche interne alla “comunità FDLR”, spostandoci quindi sul punto di vista degli attori sociali coinvolti ed analizzando come viene plasmato, condiviso e riproposto il discorso politico ed ideologico tra i ribelli.

Innanzitutto, sebbene il genocidio del Rwanda sia un tragico quanto inopinabile fatto storico, la maggior parte dei membri delle FDLR contesta tale visione attraverso l’articolazione di una contro-narrativa storica13cfr. Hedlund, 2015; 2017.

Infatti, i combattenti reclamano la legittimità delle loro azioni sostenendo che il “vero genocidio” sia stato commesso dall’esercito filo-Tutsi del RPF, da loro incolpato dell’attentato che uccise il presidente Habyarimana; dell’innesco della macchina genocidaria che spinse milioni di persone ad impugnare il machete; ed infine del massacro di centinaia di Hutu in Rwanda ed in Congo.

Questo non suscita eccessivo scalpore dato che, come hanno già dimostrato numerosi studi antropologici, la memoria storica è divenuta un terreno conteso di centrale importanza nella problematica vita politica del Rwanda post-genocidio14JOURDAN L. (a cura di), 2014, Il Rwanda a vent’anni dal genocidio, «Afriche e Orienti», 3..

L’antropologa Liisa Malkki ha denominato questo processo “mitico-storia”; ovvero un meccanismo di costruzione identitaria basato sulla reinterpretazione del passato, talvolta arricchita di metafore o riferimenti religiosi, capace di significare il presente e di fornire i mezzi con cui leggere il mondo ed agire in esso15MALKKI L.H., 1995, Purity and Exile: Violence, Memory, and National Cosmology among Hutu Refugees in Tanzania, Chicago, Chicago University Press, pp. 55-104 . Non si tratta né di mitologia, né di storia, ma di «narrative fortemente morali finalizzate ad educare, spiegare, prescrivere e proscrivere»16cit. ivi., 94.

L’importanza di questo fenomeno non andrebbe sottostimata siccome, al contrario, risulta fondamentale per comprendere le FDLR. All’interno degli accampamenti, infatti, la costruzione e la costante circolazione di una “mitico-storia Hutu” dà forma ad una ideologia politica precisa, riproduce una rigida dicotomia Hutu/Tutsi (“vittime in esilio”/ “vincitori malvagi”), legittima la violenza dei combattenti, plasma la visione del mondo dei ribelli e del loro posto in esso.

In altre parole, attraverso ripetizioni orali, performances quotidiane, danze rituali e canti di guerra17HEDLUND A., 2015, “There Was No Genocide in Rwanda”: History, Politics, and Exile Identity among Rwandan Rebels in the Eastern Congo Conflict, «Conflict and Society», 1, 1, pp. 23-40., i membri delle FDLR propagandano, affermano e rappresentano una propria narrativa che li vede come vittime della storia: dapprima oppressi dai “perfidi” Tutsi durante il periodo coloniale, successivamente cacciati dal Rwanda durante l’avanzata delle truppe del RPF, ed infine relegati ad una vita in esilio nelle foreste congolesi, in attesa di un trionfante ritorno in madrepatria.

Come si può facilmente intuire, questo discorso può trovare facile consenso presso comunità che risentono fortemente della nuova vita in Congo e delle sue difficoltà. Infatti, la maggior parte dei membri delle FDLR lamentano le difficili condizioni esistenziali a cui sono stati costretti dalle “persecuzioni del RPF”: la sofferenza della dura vita in foresta, la nostalgia per la propria terra d’origine, il senso di ingiustizia, di abbandono, di esclusione e di solitudine.

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In aggiunta, così come avvenne ventisette anni fa in Rwanda, il terrore di essere vittime di un complotto etnicida Tutsi continua a creare le condizioni perfette per una violenza preventiva e paranoica. Infatti, il ritorno in patria è precluso, oltre che dal senso di colpa per le atrocità commesse, dal timore di essere uccisi o arrestati per i crimini del genocidio, dunque, la lotta armata si presenta come unica soluzione.

Naturalmente, l’isolamento e la marginalità a cui i membri delle FDLR sono sottoposti non fanno che racchiudere la circolazione delle idee al suo interno ed accrescere il loro potenziale persuasivo senza trovare smentite.

Tuttavia, è sulle nuove generazioni di combattenti, spesso i più giovani ed i bambini, che l’ideologia impartita dal resto del gruppo trova più accordo. Questo perché, come abbiamo visto, oggi le FDLR/FOCA sono prevalentemente composte da Hutu rwandesi di seconda e terza generazione, nati sul suolo congolese ed estranei ai fatti del genocidio rwandese.

Dal loro punto di vista, la violenza sembra rappresentare uno strumento di riscatto dalle accuse per uno sterminio da loro mai commesso, ma che ne preclude comunque il ritorno dall’esilio. Inutile dire che, in questo modo, il confine tra ‘vittima’ e ‘carnefice’ si fa labile quanto quello di ‘innocente’ e ‘colpevole’.

La frustrazione di essere erroneamente accusati di genocidio emerge chiaramente da un bambino soldato delle FDLR che afferma: «Sappiamo che Kagame sta tentando di ucciderci, e la sua propaganda [lascia intendere che] siamo genocidari. Non lo siamo; siamo cresciuti qui [nella foresta congolese]. Cosa possiamo fare? Dobbiamo combattere»18cit., Hedlund, 2017: 731.

In definitiva, alla base della violenza delle FDLR vi è il tentativo di fare i conti con la pesante eredità del proprio passato, con la nuova vita d’esilio nel Congo ed il suo significato, in cui la guerra per riconquistare la madrepatria diviene un qualcosa in cui credere e per cui combattere.

Tuttavia, la lotta protratta delle FDLR sembra sempre più delinearsi come una campagna militare eterna ed utopica, dato che l’invasione del Rwanda in un trionfante ritorno redentivo, probabilmente, non avverrà mai.

Come affermano gli antropologi Morten Bøas e Kevin Dunn, il movimento FDLR «è smarrito in un ambiente inospitale, ma cerca ancora di offrire la speranza di un futuro alternativo attraverso la costruzione di cosmologie su sé stessi e, soprattutto, sul ‘paradiso perduto’: il Rwanda»19cit. Bøas, Dunn, 2013: 96.

 

Conclusioni

Malgrado le infinite campagne militari condotte ed i numerosi studi pubblicati nel tentativo di fornire una soluzione al problema20cfr. Bafilemba, Muller, 2013; International Crisis Group, 2003; 2009, sconfiggere le FDLR nel Congo orientale rimane un’impresa incompiuta.

Sicuramente la loro definitiva sconfitta non basterebbe a riportare la pace nel Kivu, ma avrebbe buone possibilità di offrire una via d’uscita da uno stallo politico, come abbiamo visto, estremamente problematico e distruttivo.

D’altronde, l’unica scappatoia possibile al “braccio di ferro” tra il governo filo-Tutsi di Kigali e i ribelli Hutu del Kivu sembra essere la resa di una delle due parti: il perdono ed il rimpatrio dei combattenti FDLR o la loro disfatta finale. Con tutta probabilità, la seconda opzione è la più plausibile.

Infatti, pur essendo sopravvissuto a lungo e tenacemente, negli anni il gruppo armato ha conosciuto diversi momenti di crisi e, sicuramente, oggi si è ridotto di forza numerica e bellica in maniera quasi irreversibile21SOCIAL SCIENCE RESEARCH COUNCIL (SSRC), 2014, FDLR: Past, Present, and Policies.

Numerosi vertici della catena di comando sono stati catturati, processati o assassinati, primi fra tutti il rappresentante politico Ignace Murwanashyaka (arrestato in Germania nel 2006 per crimini contro l’umanità e contrabbando d’armi) ed il comandante Sylvestre Mudacumura (ucciso in Kivu nel 2019 dall’esercito nazionale congolese).

Purtroppo, però, i dati provenienti dal Congo orientale e la storia di lunga resistenza delle FDLR suggeriscono di non sottovalutare la pericolosità delle milizie rimaste22KIVU SECURITY TRACKER, 2020, Heightened Risk of Regional Tensions, Monthly Report N. 34, come dimostrato dai numerosi attacchi e saccheggi ancora in corso nel Kivu di cui l’incidente di Luca Attanasio potrebbe essere stato un triste quanto emblematico esempio.

 

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