Le Daara e i talibé: viaggio in Senegal

Parte dell’esperienza in Senegal doveva fin dall’inizio consistere nel visitare, e in certa misura partecipare, alle attività di alcune organizzazioni italiane presenti sul territorio. In particolar modo la mia amica, che chiameremo N. in questa sede, già stata in Senegal svariate volte, aveva preso i contatti presso una Onlus chiamata “I bambini di Ornella”, con sede a Toubab Diallaw, sulla costa e non lontana da Dakar.

Al nostro arrivo abbiamo trovato una Jeep ad attenderci, e la figlia del fondatore ci ha accompagnati assieme ai suoi dipendenti fino al loro centro. Dal lunedì successivo ci siamo ritrovate immerse nelle attività, che principalmente consistevano nella scolarizzazione di molti bambini che, siccome in famiglia nascono in continuazione, non erano stati registrati all’anagrafe e non avendo documenti non potevano andare a scuola.

 

 

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Gli insegnanti e operatori coinvolti, molto qualificati e gentili, si occupavano però di altre mansioni, quali ad esempio insegnare una volta a settimana nelle Daara, scuole coraniche presenti diffusamente sul territorio. Solo attorno a Toubab Diallaw credo che fossero almeno 6 o 7. In ognuna risiedevano 30 o più bambini e ragazzi nel corso della propria formazione sul Corano, guidati dal Marabout, loro maestro.

In verità il primo incontro coi talibé, dalla parola araba per “coloro che ricercano” o per meglio dire “studenti”, lo abbiamo probabilmente avuto già al nostro arrivo a Dakar, e senza ombra di dubbio in molti contesti successivi. Bastava scendere per strada, passeggiare tra i mercati, ma anche nei più remoti villaggi spesso se ne incontravano. Ragazzi e bambini, tra i 6 e i 18 anni, con sempre i soliti abiti logori e malandati addosso, e a volte qualche taglio, qualche segno di lotta addosso. Il loro compito era chiedere l’elemosina e raccogliere “fondi” per il Marabout e la scuola. Fa parte degli obblighi di un discepolo.

 

 

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Oltre a questo, ovviamente, la maggior parte del tempo la passano alla scuola, spesso una capanna fatiscente o un rettangolo di cemento, a incidere su tavolette di argilla o legno o su piccole lavagnette i versi del Corano per impararli a memoria, oppure ascoltando la Sunna e recitandone passaggi sulla vita del Profeta. La lingua insegnata in questa sede è l‘arabo,la lingua sacra delle scritture, non il dialetto wolof che pure parlano né il francese, linguaggio coloniale. Le altre materie non sono considerate importanti.

 

 

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Siamo venute in contatto con queste realtà per la prima volta accompagnando C., istruttore presso il centro in cui operavano anche i Bambini di Ornella, che appunto una volta alla settimana andava nelle Daara vicine a insegnare i fondamenti del francese e anche qualcosina di matematica. I bambini si passavano qualche libro e profondavano in qualche storia, imparando alcune parole alla volta.

 

 

 

 

In un’altra occasione alcune daara sono state ospitate dal Centro per dare ai ragazzi e bambini la possibilità di svagarsi, nonché di farsi una doccia, cambiarsi i vestiti e prendere parte a quello che per loro era un ricco pranzo. In quel frangente molti bambini passavano dall’infermeria a farsi visitare, ma molti dei tagli e delle escoriazioni che avevano, spesso in testa, erano già rimarginate e sebbene non fossero guariti del tutto non era più possibile intervenire.

Vorrei adesso raccontare un episodio spiacevole, ma che rende chiari alcuni aspetti che è necessario capire prima di approcciarsi all’argomento. Molti di questi bambini hanno lasciato la famiglia per sempre. Passano parte delle proprie giornate in strada, solitamente in gruppo ma sempre esposti a crudeltà, cattive parole e spesso cose peggiori. Al Centro uno dei più piccoli si era molto affezionato alla mia amica N., che ovviamente ne approfittava coccolandolo e giocandoci un po’. Gli altri ragazzi lo hanno visto e qualcuno (non sapremo mai chi) lo ha picchiato. Niente di grave, ma abbastanza da farlo piangere.

Ad alcuni forse verrebbe da dire che tutto è dipeso da un sentimento di gelosia, ma la spiegazione che ci è stata data dimostra che il contesto è sempre molto importante in questi casi. Se quel bambino si fosse abituato a fidarsi degli estranei, mentre stava sulla strada avrebbe potuto accadergli qualcosa di terribile. Infatti le molestie sono comunque un rischio e a volte (temo di dire spesso) una realtà annunciata. Parliamo di ragazzi e bambini incredibilmente fragili, praticamente senza famiglia, la cui unica certezza è la scuola coranica. Denunciare gli atti e pressoché impossibile, e quindi l’unica cosa da fare è diffidare sempre di tutti, anche di chi ti da una mancia più sostanziosa o ti fa una carezza sulla guancia.

Questo rapporto ambivalente con l’esterno, da cui arrivano risorse ma che porta anche minacce, origina un qualche episodio di schismogenesi, che porta i bambini a crescere diffidenti e opportunisti all’interno di una società che comunque ne accetta il ruolo, e a tratti se ne approfitta.

I talibé e le daara esistono da quando gli arabi penetrarono in Africa Occidentale, per inserirsi nel panorama commerciale come per fondare veri e proprio regni. Il Senegal, tutt’oggi a maggioranza musulmana, seppur molto aperto alle altre religioni, conserva dunque questo fenomeno in maniera quasi gelosa, e senz’altro peculiare, dovuto alla suddivisione del panorama in Confrèrie.

Una volta, scoraggiata, ho chiesto a C. come sarebbe potuto cambiare il sistema delle daara, in cui spesso finiscono i figli non voluti o che la famiglia non può mantenere, e che finisce per dare vita ad un meccanismo perverso di creazione di uomini ignoranti e diffidenti che avranno un futuro lavorativo sicuramente poco allettante. Lui mi ha risposto che il problema fondamentale non sta nella dimensione economico-demografica, come saremmo portati a credere noi fautori della struttura come fondamentale appoggio di tutto il resto, ma in quella culturale. Infatti finché ci sarà la diffusa convinzione che qualunque genitori mandi i propri figli in daara ha un posto riservato in paradiso, come avviene in Senegal, questo meccanismo sarà sempre giustificato, a dispetto di qualunque cosa accada.

In questo senso ci ritroviamo a riflettere su quello che è oggi il nostro concetto di cultura. Spesso è stato considerato parziale o comunque statico, facente riferimento ad una realtà immobile, che può farci cadere nella trappola dell’esotismo. Contro questa tesi si è schierato poi Remotti, che nel suo libro “Cultura. Dalla complessità all’impoverimento.” sostiene come debba essere messa in evidenza la dimensione dinamica della cultura, che, sintetizzando molto, è una continua con-creazione di nuovi elementi e nuovi fenomeni, arricchiti o impoveriti dai contatti con l’esterno e dai mutamenti al proprio interno.

Nel caso dei talibé questo significa, ad esempio, che come spesso accade quando una società inizia a percepire un disagio al proprio interno, scattano alcuni interruttori nel tentativo di rimediare al disastro. Questo in Senegal si concretizza nel lavoro appassionato di moltissimi giovani, alcuni tra i nostri conoscenti e amici, che decidono volontariamente di fare servizio in daara e di insegnare ai bambini quel tanto che potrebbe cambiare loro la vita.

Spesso ciò è a titolo gratuito, anche se alla base c’è ovviamente sempre la solita credenza: dare una mano in daara probabilmente facilita la strada verso il paradiso allo stesso modo. L’aiuto che queste persone portano invece, che ne siano consapevoli o no, li rende capaci di portare un po’ di paradiso in terra, regalando ai talibé risorse educative maggiori per affrontare il futuro.

 

Bibliografia:

  • Bateson, “Naven”,1968, Standford University Press, Standford
  • Remotti f., “Cultura. Dalla complessità all’impoverimento.”, 2011, Laterza, Milano

 

 

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