L’accusa di stregoneria nel sistema giudiziario centrafricano. Il carcere femminile di Bimbo, Bangui

Questo articolo nasce da un’idea di ricerca sul campo per la mia tesi magistrale in Antropologia Politica, che sono stata costretta ad abbandonare per motivi di sicurezza legati alla stabilità politica e sociale di Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana. Il mio interesse per il fenomeno della stregoneria mi ha portato ad imbattermi nella situazione del carcere femminile di Bimbo a Bangui, in cui ad oggi una ventina1Si tratta di una stima dovuta alla mancanza di dati certi. di donne sono detenute con l’accusa di pratiche di ciarlataneria e stregoneria (PCS), reato previsto dal Codice Penale Centrafricano.

Vorrei dunque riflettere sulla pratica di utilizzo delle accuse di stregoneria come prova durante i processi giudiziari. Moltissime sono le domande, più delle risposte sicure, e spero che da queste riflessioni possa nascere un dibattito sulle questioni politico – giudiziarie e sociali che sorgono in relazione a questo fenomeno. Partire da una breve analisi della stregoneria mi sembra utile per comprendere il quadro generale avendo qualche punto fermo, per poi restringere il campo, interrogandosi sulla situazione del carcere femminile di Bimbo (Bangui) e sugli aspetti giudiziari connessi.

 

Come definire la stregoneria in Africa?

Argomento fra i più ampi e discussi in antropologia, in uno dei più grandi continenti al mondo. Niente di più complicato, per un fenomeno così versatile e soggetto a mille e continue risignificazioni, influenze interne, esterne, mutamenti nel tempo. Leggendo il saggio di antropologia storica L’Africa e la stregoneria di Alice Bellagamba mi ha colpito molto questa frase: «Con la stregoneria l’Africa ha cercato e cerca di dire qualcosa. Il problema è capire in cosa consista questa presa di parola» (Bellagamba, 2008: 18).

Remotti parla di antropologie spontanee che possiamo definire come un meccanismo attraverso cui una società si osserva, riflettendo sulle pratiche di moralità e sui molteplici lati della sociabilità umana. In un precedente articolo (Stregoneria infantile e destrutturazione sociale in Congo) ho ripreso alcune riflessioni di Filip De Boeck riguardanti le dinamiche sociali che inevitabilmente nascono in relazione alla stregoneria e alla sua applicazione nel quotidiano.

Ripercorrendole brevemente, essa si configura come mezzo di regolazione sociale, creando un codice comportamentale a parte, che non rientra in uno schema di norme condivise e accettate e per questa sua anormalità ricondotto a “pratiche di stregoneria”. Si definisce così ciò che è morale e ciò che non lo è, ciò a cui bisogna attenersi e ciò che invece produce scompiglio e conseguenze negative all’interno della cerchia sociale, venendo immediatamente etichettato.

 

Il reato di stregoneria in Repubblica Centrafricana

«… quiconque se sera livré à des pratiques de charlatanisme ou de sorcellerie
susceptibles de troubler l’ordre public ou de porter atteinte aux personnes ou à la propriété ou aura
participé à l’achat, à la vente, à l’échange ou au don des restes et ossements Humains …»

«… chiunque si sarà dedicato a pratiche di ciarlataneria o stregoneria suscettibili di turbare l’ordine pubblico o di causare danno a persone o cose o sarà stato coinvolto nel contrabbando di organi umani …»

L’articolo 162 del Codice Penale centrafricano prevede in questi termini il reato di stregoneria: insieme di atti volti a turbare l’ordine pubblico e ad arrecare danno alla comunità. La pena, ergastolo o lavori forzati come si legge all’articolo 162 bis. Importante cambiamento che ha avuto atto nel 2010, anno in cui la riforma del Codice ha permesso di abolire la pena di morte prevista per il reato di PCS. La menzione di un particolare come il traffico di organi umani chiarisce la precisione con cui si definiscono le conseguenze negative, a livello sociale, della stregoneria.

Ma che cosa sono queste pratiche? Che cosa si fa, quando si dice “fare stregoneria”? Non se ne parla in modo definito, limitandosi alle conseguenze di qualcosa che resta non determinabile, quasi soprannaturale e indescrivibile concretamente. Esiste dunque il reato di stregoneria, ma non una definizione di essa.

Il carcere femminile di Bimbo

 

 

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 Photo credit FLORENT VERGNES/AFP/Getty Images

 

 

Il carcere femminile della capitale centrafricana detiene ad oggi una ventina di donne accusate di pratiche di stregoneria. È su questo punto che si concentrano maggiormente le mie domande. In base a cosa sono state incarcerate? Cosa hanno commesso? In che modo è stata declinata la legislazione prevista dal Codice in materia di reato di PCS, per giudicare dei singoli casi?

Per cercare di rispondere, è opportuno prendere in considerazione il tema delle accuse: le difficoltà e le criticità del sistema giudiziario centrafricano emergono proprio in relazione alla presentazione di prove materiali per comprovarle ed elaborare una sentenza. Spesso, l’accusa si basa su testimonianze di altre persone, che si rifanno a credenze relative all’immaginario popolare del sorcier, percepito come l’incarnazione del male all’interno della società.

Oltre a queste, le confessioni svolgono un ruolo importante: estorte con la forza tramite ordalie2Per ordalia si intende una prova alla quale l’imputato si sottopone per determinare la sua innocenza o la sua colpevolezza. In questo caso, la più comune prevede l’ingerimento di una bevanda medicinale appositamente preparata. , vengono anch’esse considerate come prova giudiziaria.

L’accusa di stregoneria parte dal basso, a livello comunitario, dai sospetti che comportamenti “fuori dal comune”, gelosie e invidia possono generare. Si dovrebbero indagare le dinamiche sociali e relazionali che portano una persona ad accusarne un’altra. Ancora una volta, più domande che risposte.

 

 

stregoneriaPhoto credit FLORENT VERGNES/AFP/Getty Images

Come si inseriscono le accuse nel sistema giudiziario?

Tenere conto giuridicamente di questi elementi nella formulazione di una sentenza significa dare un valore legale a concezioni dell’immaginario popolare che rientrano nell’ambito del “non osservabile”. Non è molto chiaro come la legislazione preveda la presenza di concezioni dell’occulto su cui basare una sentenza di incarcerazione. Può un giudice tenere conto di una confessione estorta con un rito? O di un vicino di casa sospettoso che punta il dito contro un suo concittadino?

La questione diventa ancora più complessa se pensiamo che una funzione socialmente rilevante viene svolta dai cosiddetti nganga (curatori tradizionali e divinatori che si qualificano come contre – sorcier). Essi sono in grado di individuare il colpevole indagato e comprovare l’accusa, e il loro ruolo giuridico risiede proprio nel valore legale attribuito alla “sentenza” del divinatore, tenuta spesso in considerazione nel processo.

 

 

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Caratteristiche dei due ambiti della criminalizzazione nel Codice Penale Centrafricano

 

 

È interessante notare, analizzando questo schema, come l’ambito dei crimini riconducibili all’ “occulto” (per esempio un omicidio per pratiche di stregoneria) sia messo in parallelo con i reati concreti (un omicidio causato dall’uso di un’arma da fuoco): entrambi portano con sé una perturbazione dell’ordine sociale, e la carcerazione interviene come mezzo per ristabilire la sicurezza pubblica. Su quale base comune punire entrambi i reati?

Emerge dunque, nella legislazione penale centrafricana, la costante presenza di accenni a un  “soprannaturale” che diventa sempre più tangibile e concreto, nella misura in cui si inserisce a pieno titolo nella vita sociale delle persone. La domanda forse più urgente però rimane una: che cosa avrebbero da dire in merito le donne di Bangui accusate di stregoneria?

 

 

Immagine di copertina: FLORENT VERGNES/AFP/Getty Images

Bibliografia:

  • Bellagamba, A. (2008), L’Africa e la stregoneria. Saggio di antropologia storica, Bari, Laterza;
  • De Rosny, E. (2005), Justice et sorcellerie en Afrique, in Études 9 (Tome 403), 171 – 181;
  • Douzima – Lawson E. (2008), L’accusation de la sorcellerie et les droits de la femme en République Centrafricaine, in Revue Centrafricaine d’Anthropologie, n°2 Sorcellerie et Justice en République Centrafricaine, Acte du colloque de l’Université de Bangui;
  • Koui, M. (2008), L’appréciation des preuves en matière de sorcellerie par le juge répressif, in Revue Centrafricaine d’Anthropologie, n°2 Sorcellerie et Justice en République Centrafricaine, Acte du colloque de l’Université de Bangui;
  • Mayneri C. A. (2014), Sorcellerie et violence épistemologique en Centrafrique, in L’Homme 211, 75 – 95.
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