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L’accezione sociale del termine etnia: luoghi lontani o noi stessi?

Un articolo di Marina Lombardi

 

Il linguaggio utilizzato nella nostra società di appartenenza identifica determinati significati che la mente sociale riconosce attingendo ad immagini mentali che sono radicante dentro di noi. I termini etnico o etnia vengono utilizzati identificando un “altro” lontano e diverso da noi. 

Nel mondo occidentale degli ultimi anni la parola etnia viene generalmente utilizzata come termine per esprimere differenze tra gruppi umani. Si tratta di differenze da un punto di vista più profondo, che vanno a definire uno status prepolitico, precedenti e/o indipendenti alle suddivisioni politiche in Stati.

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Queste differenze si riferiscono a determinate “popolazioni altre”, lontane da noi (chi parla) per associarle ad un significato di arretratezza culturale, e in casi più estremi anche ad arretratezza biologica (che implica un discorso inerente alla definizione di razzismo differenzialista).

Nella mente sociale occidentale, l’aggettivo “etnico” è sempre riferito all’“altro” (si rifà a conflitti, identità), qualcuno che si distanzia completamente dalle nostre abitudini, credenze, cultura. Sentiamo sempre più spesso parlare di “pulizia etnica” o di oggetti, vestiti, cibo “etnici”. I mass media fanno un grande uso del termine etnico, spesso associandolo anche a termini come “tribali”, particolarmente in discussioni relative a realtà africane, associando così delle immagini mentali che stereotipizzano completamente il contesto di riferimento.

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Ragazza hamar

Tuttavia, l’utilizzo del termine in questi contesti di argomentazioni viene spesso caricato di una connotazione discriminatoria. L’altro è spesso identificato in realtà minoritarie all’interno di un singolo Stato, oppure a determinate realtà che si collocano chiaramente all’esterno di un determinato Stato-nazione.

Noi non siamo mai etnici, ma lo è sempre l’altro, il più povero, quello diverso e lontano da noi. La cultura “occidentale” viene implicitamente ed esplicitamente identificata come quella “dominante”.

Il termine “etnia” ha origine dal greco ethnos, che viene utilizzato per indicare un aggregato di individui distinto con caratteristiche proprie (Bernardi, 1994:13-36). I greci utilizzavano il termine per riferirsi a “gruppi altri” e “diversi” in maniera prevalentemente discriminatoria (esattamente come i greci e i romani utilizzavano il termine barbari e cioè: i balbuzienti, coloro che non sanno parlare la lingua dominante).

Il termine arriva fino ad inserirsi nella Bibbia e di seguito nelle lingue europee moderne: ethne si riferisce ai non ebrei e i non cristiani, gli altri. Di seguito si inserisce anche nelle lingue europee come l’italiano, l’inglese e il tedesco prendendo un’accezione dispregiativa nei confronti dei pagani. Col passare del tempo e con l’affermarsi del Cristianesimo nella maggior parte della società occidentale, l’accezione del termine etnico inizia a fare riferimento in maniera sempre più massiccia a tutti i “non occidentali”.

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L’antropologia definisce l’etnia come un gruppo che condivide un insieme di elementi culturali come la religione, la lingua, usi, costumi, cibo eccetera.

L’aggettivo etnico, a livello sociale, tende ad essere letto spesso in riferimento alla geografia delle cartine politiche, nel senso che l’appartenenza ad un determinato Stato-nazione identifica la propria appartenenza ad una sola cultura-etnia. Il concetto di reificazione1spiegato anche da F. Dei nel suo manuale sull’antropologia culturale, 2016, p.42 vede il rischio di essenzializzare l’appartenenza etnica e culturale ad una caratteristica non modificabile di un gruppo umano e di tutti gli individui che ne fanno parte.

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Da un punto di vista storico l’antropologia classica ha contribuito a formare nella mente sociale l’idea della diversità culturale, richiamando immagini di luoghi lontani, come la giungla, le isole, le riserve indiane, il deserto; tuttavia, questo non significa che il modello di rappresentazione sia adeguato alla realtà attuale. Nel mondo globalizzato infatti, dominato da flussi comunicativi, movimentazione di persone, merci e idee, l’accezione antropologica relativistica che dà conto delle culture-etnie originarie e autentiche, sarebbe difficilmente plausibile (Dei, 2016:42).

Infatti, da diversi decenni l’antropologia ha iniziato un ruolo di critica dei concetti di cultura, etnia, identità, arrivando oggi a riconoscere che le realtà sociali non hanno nulla di autentico o inscindibile, ma sono il frutto di processi storici e dinamiche politiche spesso non troppo lontani nel tempo.

Nel linguaggio comunicativo attuale, nelle società occidentali, quello utilizzato dai mass media principalmente, si fa riferimento implicitamente al termine etnia in modo reificatorio, persistentemente. Ad esempio, riferendosi a conflitti etnici, come nel caso della Ex Jugoslavia, o di guerre tribali per molti contesti africani (Dei, 2016:41). Queste notizie di conflitti riportate e raccontate dai media presuppongono quasi sempre scontri tra gruppi di appartenenze primordiali, che preesistono al conflitto in atto, essendone esse stesse la causa.

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Le guerre della ex Jugoslavia sono state ad esempio spiegate dai mass media, come frutto di antichissimi odi etnici, che erano stati forgiati dal regime socialista e che sono riesplosi dopo il suo crollo. Ma non si è mai preso in considerazione che il discorso etnico, i sentimenti di appartenenza, il senso delle differenze, siano effettivamente la conseguenza e non la causa dei conflitti.

In Italia, ad esempio, l’utilizzo del termine si è negli ultimi anni sviluppato massicciamente in riferimento ai fatti di cronaca attuali riguardanti gli sbarchi dei migranti, che dal 2013 hanno iniziato a crescere rapidamente nel Sud del paese.  Gli sbarchi sono stati inoltre la motivazione per cui certe politiche hanno trasformato il proprio slogan di identificazione, facendo implicitamente riferimento alla visione dell’altro come qualcosa di lontano e diverso da noi. Da un punto di vista antropologico questo tipo di linguaggio concerne quel che viene chiamato stigmatizzazione e brutalizzazione dell’altro.

La tendenza alla reificazione dei termini, quindi, può rischiare di produrre una nuova assolutizzazione delle differenze, e finire per avvicinare l’uso a quello del vecchio concetto di razza. In particolare, il rischio è che il discorso etnico-culturale sia usato come strumento a supporto o giustificazione scientifica di pratiche di discriminazione.

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Il linguaggio attuale dei mass media implica quindi un riconoscimento sociale e l’identificazione di determinate caratteristiche con il termine etnico, che nel corso degli anni hanno preso forma nella mente sociale occidentale.

L’utilizzo dei termini e la loro accezione sociale comportano in seguito quindi, anche difficoltà fisiche e di azioni sociali, come l’accoglienza nei confronti dei soggetti proveniente da paesi altri, quelli lontani e “non sviluppati”, diversi da noi.  Il che proprio perché è il linguaggio stesso, a cui viene dato un determinato significato nella nostra cultura di appartenenza, a imprimere nella nostra mente la concezione dei termini, associandoli a determinate immagini. Il problema può quindi essere identificato con quel che riguarda regole sociali non aggiornate nel nostro stesso ambito di appartenenza, noi che accogliamo, che dominiamo, che guardiamo l’altro con occhi lontani.

 

Bibliografia:

  • Dei F., 2016, Antropologia Culturale, Bologna, Il Mulino;
  • Bernardi B., 1994, Il fattore etnico: dall’etnia all’etnocentrismo, Ossimori, 4:13-36.