fbpx

L’accabadòra sarda: una pratica rituale della “buona morte”

«[…] eeh, non morìada, fet a boxes, boxes no’ dde naro nudda; e ci bivìanta, comente nàrant a Seulo, in cab’e sa idda e s’intendìant a’boxes de Santu Perdu, ca nc’este in conch’e idda tottu […], de tìa Piliedda, ca mi fu tzìa a mimmi cussa femmina…»

«[…] eeh, non moriva! Gridava… voci che non vi dico. (Questa famiglia) viveva, come dicono a Seulo, in cima al paese e si sentivano le urla da San Pietro, che si trova in cima al paese […] di zia Piliedda; quella donna mi era zia…»1Turchi, 2010:40-42

 

Comincia così il racconto della signora Paolina Concas (classe 1918) intervistata da Dolores Turchi il 25 marzo 2008 a Gadoni (NU). La storia è ambientata a Seulo, una piccola cittadina in provincia di Cagliari, nei primi anni Quaranta. La donna riferisce che in gioventù poté assistere ad un intervento della femina accabadòra su una sua parente malata da tempo.

La Turchi, studiosa di tradizioni popolari, da tempo era alla ricerca di una testimonianza diretta che potesse confermare la veridicità di un’usanza la cui storia si perde nelle antichissime origini della cultura sarda, figlia del Mediterraneo. Il rituale funebre che cercherò di descrivere, basandomi sulle sue ricerche e sugli studi di Piergiacomo Pala, può essere definito con l’espressione eutanasia nuragico-rurale, e vedeva come protagonista una donna, l’accabadòra appunto.

La parola accabadòra deriva dal verbo spagnolo acabar, che significa “terminare”, “compiere”. Più anticamente, le origini di questa parola possono  essere rintracciate nella lingua araba e fenicia, dove hakàb vuol dire “porre fine”, e nel greco antico: καταβαάλλω (kataballō) si può tradurre con “abbattere”.

Nella tradizione dei piccoli paesi sardi della Barbagia, l’accabadòra era una donna anziana e sola, che viveva negli stazzi di campagna lontano dall’agglomerato urbano. La sua figura era temuta e al tempo stesso rispettata dalla gente; fondamentale nelle comunità rurali dei secoli XIX e XX, era un riferimento per le famiglie in quanto svolgeva sia l’attività di mastras de paltu (levatrice), sia il compito di accompagnare i malati terminali, da giorni in preda alla sofferenza fisica, nell’ultimo passo verso la morte. L’accabadòra aiutava a morire.

Un ruolo simbolico tutto al femminile; custode del tempo e sacerdotessa del focolare domestico, la donna era presente nei momenti più significativi della vita, la nascita e la morte. Da sempre infatti, la prerogativa e la capacità di occuparsi degli altri è patrimonio delle donne, tramandato nel silenzio da madre a figlia. L’aspetto matriarcale della società non è mai tramontato in Sardegna; le donne sapevano far nascere, e talvolta anche far morire, in maniera empirica, con i semplici mezzi della saggezza popolare. Nel caso specifico della veglia funebre e dell’operato dell’accabadòra, il rituale prevedeva la messa in pratica di particolari credenze che affondano le radici negli antichissimi culti pagani. In epoca prenuragica (circa IV – III millennio a.C.), il geronticidio era visto come una possibilità di riscatto dalla morte e di rigenerazione.

I vecchi padri venivano accompagnati dai figli maggiori in prossimità di un picco roccioso, denominato Babaiecca, che oggi è identificabile con un dirupo vicino al piccolo comune di Gairo (NU), e gettati di sotto in onore del dio Kronos.

La leggenda vuole che prima dell’assassinio, ai vecchi sarebbe stata fatta ingerire una particolare erba velenosa autoctona della Sardegna, letale per uomini e animali: l’erba sardonica (oeneanthe crocata). L’appiu de riu (questo il suo nome sardo) per la sua composizione biochimica, quando ingerito provoca una graduale trasfigurazione del volto a causa degli effetti tossici, una grottesca smorfia di dolore che lentamente conduce alla morte. L’amaro riso sardonico.

Questo rituale, descritto dallo storico greco Timeo di Tauromenio nel IV sec. a.C, si adatta a quella che doveva essere la società della Sardegna preistorica, matriarcale e basata su un’economia di pura sussistenza. Ancora oggi la memoria di questo rito è viva nella gente di paese: a Gairo non è raro sentire la frase «is beccius a sa babaiecca» (i vecchi alla Babaiecca), e in quest’ultima si può ritrovare l’etimo babai, padre.

Ritornando alla più moderna tradizione sarda, quando una persona molto vecchia stentava a lasciare serenamente questo mondo, e la sua agonia si prolungava per giorni, si pensava che in passato si fosse macchiata di qualche colpa.

La più grave di queste era bruciare il legno con cui era costruito il giogo (su juvale), strumento agricolo per l’attacco dei buoi come bestie da tiro. Ad una prima lettura non sembra un reato così grave, ma la sua distruzione o il suo furto erano colpe così gravi e peccaminose da rendere difficile il trapasso.

Leggi anche:  Mazapégul: apologia del trickster romagnolo

Oggetto dalla valenza sacrale, era fondamentale in una realtà prevalentemente agro-pastorale, in cui la sussistenza delle famiglie e della comunità intera si basava sul consumo dei prodotti dei campi. Il giogo unisce i buoi che trascinano l’aratro e arano la terra. Terra che dà grano e quindi pane. Se in vita non si è violata questa catena, dice la leggenda, la morte deve essere naturale. Quando il giogo diveniva troppo usurato e malconcio, si doveva comunque conservare in un angolo della casa e mai gettare via.

Il giogo aveva una duplice funzione: assumeva un valore apotropaico e protettivo al momento della nascita di un bambino (veniva messo dietro la porta o sotto il letto della partoriente per facilitare la nascita e allontanare gli influssi maligni) e il ruolo di giustiziere sul letto di morte. Si credeva infatti che far baciare il giogo al malato agonizzante agevolasse la sua fine.

Una potente simbologia, e un terrore quasi ancestrale di causarne anche involontariamente la rottura, erano profondamente radicati nella mentalità dei contadini sardi. In questa terra è da sempre praticata una religiosità sincretica, capace di far convivere cristianesimo, superstizioni e retaggi di culti ancestrali.

 

 

Il giogo a grandezza naturale. Quello usato dall’accabadòra era di dimensioni minori.

 

Il racconto della signora Concas prosegue con la descrizione del rituale compiuto dall’accabadòra. Ma prima che lei intervenisse si dovevano togliere dalla stanza della persona malata tutti gli oggetti religiosi come santini, rosari o statuette, perfino la collanina d’oro del battesimo portata sempre al collo. Questa “bonifica” dell’ambiente era fondamentale, perché si credeva che la presenza di questi oggetti sacri non garantisse la salvezza dell’anima. 

«eh… noso… però no’dd’eur bitta, a issa, cando se andà a tirare, ca ddu portàda sutta ‘e su deventale custu jualeddu, eh ma deppìad esser pittìu meda mì, e si dd’à postu giustu in innòe, a sutta ‘e sa conca gocci; cando si nce… si nce dd’à postu custu jualeddu… subitu dopo custu jualeddu noso, a pustir morta… a pustir morta giài dd’eur bittu, ma prima no, prima ‘e si morrere no… […] derettu, luego, subitu, minutoos a’ passàu, non prur de minutoso: posca chi dd’a’ ficchìu cuddu… cuddu jualeddu poi issa s’er morta.»

«eh… noi… però non l’abbiamo vista quando l’ha tirato fuori, perché lo teneva sotto il grembiule questo piccolo giogo, ma doveva essere davvero piccolo e gliel’ha messo (alla moribonda) giusto qui, sotto la testa; quando gliel’ha messo questo jualeddu… noi subito dopo… appena morta… dopo che è morta l’abbiamo visto, ma prima no, prima che morisse no… […] subito, subito, minuti son passati, non più di minuti: dopo che le ha ficcato quel piccolo giogo, lei è morta.»2Turchi 2010:42-43

Il ricordo di quanto accadde quel giorno è ancora vivido nella sua mente. La vecchia zia malata se n’era andata nel giro di pochi istanti; il gesto ultimo della misteriosa accabadòra aveva posto fine alla sua sofferenza. Dopo aver posto il piccolo giogo sotto il collo della moribonda e aver recitato alcune preghiere, con un’attenta precisione anatomica sferzò un colpo decisivo.

Resta da chiedersi come reagisse la comunità di fronte a questa pratica. La gente sapeva, chiarisce la testimone del fatto, ma era avvolta in un accondiscendente silenzio volto a tutelare più che una tradizione che può far discutere per questioni etiche e religiose, una necessità.

In una Sardegna rurale come quella della prima metà del Novecento, l’assistenza medica domiciliare, per i malati terminali, era un lusso che quasi nessuno si poteva permettere. I piccoli borghi campagnoli erano lontani giorni di viaggio dalle città, le vie di comunicazione inesistenti, e alla famiglia non restava che accudire il proprio caro come meglio poteva. Tale situazione di isolamento venne messa in evidenza negli archivi parrocchiali del XIX secolo, in cui si lamentava la preoccupazione di non poter somministrare i sacramenti ai malati che vivevano in villaggi remoti.

Il ricorso all’ “aiuto” dell’accabadòra era dunque inevitabile in casi estremi: nel contesto familiare, la presenza di una persona anziana e molto malata comprometteva l’intero equilibrio domestico. Si trattava di una graduale perdita di forza-lavoro, a partire dall’infermo fino alle donne che si occupavano della sua assistenza, e questo rallentava le mansioni quotidiane di ognuno. La sopravvivenza della famiglia dipendeva dall’efficienza fisica di tutti i suoi componenti.

Leggi anche:  Stregoneria infantile e destrutturazione sociale in Congo

Con questo non si deve pensare che chiamare l’accabadòra fosse un modo sbrigativo per sbarazzarsi di un “ingombro” e ripristinare una situazione di ordine e tranquillità in casa: al contrario, era considerato un gesto umanitario della famiglia, che aiutava un parente a liberarsi dal lento consumarsi del suo corpo, e come tale era percepito dalla gente in paese.

L’accabadòra non percepiva alcun compenso; al massimo un’offerta di qualche prodotto della terra, giacché era considerato un peccato ricevere soldi per un’attività del genere. Si trattava in ogni caso di omicidio. Più o meno pietoso e compassionevole, ma comunque omicidio.

Il giogo non era l’unico strumento con cui porre fine alle sofferenze umane, come emerge dalle ricerche di Piergiacomo Pala. Il suo Museo Etnografico Galluras, aperto nel 1996, contiene un piccolo tesoro. Oltre a esporre circa 5000 reperti relativi alla vita contadina sarda, custodisce un martello di legno di olivastro, l’unico esemplare in Gallura di mazzoccu usato dall’accabadòra. Non era uno strumento costruito ad arte, ma un corto spezzone di ramo, lungo circa trenta centimetri, dal manico corto e robusto per consentire una presa decisa.

All’inizio degli anni Novanta, Pala comincia a fare ricerca a Luras (OT). Il paesino è infatti famoso per un’altro episodio di questo tipo che sarebbe avvenuto nel 1929, di cui però sappiamo poco.

Grazie al racconto di un anziano del paese, lo studioso è venuto a conoscenza dell’uso del martello di legno e non del giogo per colpire il malato sopra l’orecchio. In regione parietale, direbbe un medico. Incuriosito sull’argomento, lo studioso comincia a indagare nella cittadina, ricercando come prima cosa indizi sulle levatrici del paese, che svolgevano anche l’attività di accabadòras.

Dopo anni di ricerche, un giorno del 1993, finalmente la svolta. «Mi è capitato di passare accanto a uno stazzo che era stato l’abitazione di una di loro. Tra le pietre, tutte di forma irregolare, ce n’era una perfettamente regolare di granito che chiudeva una nicchia. Al suo interno, un piccolo martello di legno», scrive Pala. Purtroppo non sappiamo se si tratti dello stesso esemplare usato nel 1929.

 

Accabadòra
“Su mazzoccu” dell’accabadòra nel Museo Etnografico Galluras


Questo rito funebre presenta alcune analogie con il folklore francese
in epoca precristiana, in cui troviamo una forma di “eutanasia” simile a quella praticata dalle accabadòras sarde, e che richiama il geronticidio prenuragico. Grazie agli studi sulle tradizioni popolari dell’etnologo Paul Sébillot (1843 – 1918), sappiamo che in alcune zone della Bretagna gli anziani della famiglia erano sottoposti ad un rituale che consisteva nel percuoterli sulla testa fino alla loro uccisione.

A Corseul, sulla costa settentrionale, venivano usati i cosiddetti “martelli benedetti” pour casser la tête aux veillards, che altro non erano che asce di pietra, poi sostituite da mazze in legno che acquistano un valore sacrale come il giogo sardo. Ritroviamo l’uso simbolico degli utensili da lavoro, associati alla morte e ai riti funerari.

Non bastò la diffusione del Cristianesimo a porre fine a questa pratica; i martelli sacri erano deposti all’interno delle chiese, sotto una croce, in modo da essere facilmente raggiungibili da chiunque ne avesse bisogno. Talvolta erano gli stessi anziani che ricorrevano a tale gesto estremo per liberare le loro famiglie dal peso dell’assistenza e loro stessi dal fardello di una vita ormai al tramonto.

Abbiamo visto come la cultura della morte in Sardegna sia ancora profondamente radicata nelle famiglie, frutto di una religiosità cristiana memore di antiche credenze e superstizioni pagane.

La fine non è temuta, ma accettata come una fase della vita: si può parlare di “gestione della morte”, se si legge il rituale dell’eutanasia come un mezzo di controllo sociale, volto a garantire e proteggere la sopravvivenza degli altri familiari e della stessa collettività.

La lotta per il pane quotidiano imponeva di far fronte comune, quotidianamente, alle fatiche del lavoro. Nessuno era escluso, e la destabilizzazione familiare causata dalla malattia era affrontata forse in modo discutibile per la mentalità odierna, ma gettando uno sguardo al contesto sociale ed economico della Sardegna nella prima metà del Novecento, questa acquista un significato diverso, e diventa in qualche modo comprensibile.

 

 

Bibliografia:

  • Turchi D. 2010. Ho visto agire s’accabadòra. La prima testimonianza oculare di una persona vivente sull’operato de s’accabadòra. Edizioni Iris, Oliena (NU)
  • Pala P. 2013. Antologia della Femina Agabbadora. Tutto sulla Femina Agabbadora. Galluras Editore, Luras (OT)

 

 

 

Facebook Comments