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La vita degli oggetti. L’arte tra processo tecnico e intenzionalità

Nel mio precedente articolo parlai di come l’antropologia potrebbe avvicinarsi al mondo dell’arte e di come non si possa prescindere dalle problematiche relative al vocabolario da utilizzare, soprattutto per quanto riguarda il termine estetica e tutto il carico concettuale che si trascina dietro.

Nelle ultime righe accennai a quale strada appare la più sicura da imboccare, sì da non imbattersi in fraintendimenti e paradossi intellettuali. La strada in questione è quella che Alfred Gell suggerisce nell’articolo La tecnologia dell’incanto e l’incanto della tecnologia.

Si tratta di quello che l’autore definisce filisteismo metodologico, ovverosia quell’atteggiamento di risoluta indifferenza verso il valore estetico delle opere d’arteIl termine viene costruito come parallelo di ciò che definisce l’atteggiamento che l’antropologo interessato alla religione dovrebbe adottare; secondo Peter Berger [1], infatti, chi voglia avvicinarsi con sguardo antropologico al mondo dell’espressioni religiose, dovrebbe applicare un ateismo metodologico che permetta di avvicinarsi senza filtri di sorta al vasto mondo delle espressioni religiose.

In altre parole, Berger ritiene che in partenza ogni credenza teistica e mistica non vada considerata letteralmente vera, in modo da poter compiere in tutta tranquillità le operazioni intellettuali che richiede l’analisi antropologica. Stabilire un parallelo col mondo dell’arte è dopotutto suggerito dal fatto che in Occidente sembra essersi sviluppato un vero e proprio culto dell’arte, con i suoi luoghi sacri, sacerdoti e adepti.

È questo il motivo per cui una rottura con l’estetica – di cui ci serviamo per attribuire valore alle opere d’arte – sembra impraticabile. Essa, infatti, può essere considerata la teologia di questa nuova religione dell’uomo occidentale. Rompere con l’estetica è dunque un passo tanto problematico quanto necessario. Ma come fare?

Un buon inizio potrebbe essere quello di riflettere sul fatto che il mondo dell’arte è realmente, tangibilmente molto ampio: tutti gli esseri umani sono infatti in grado di produrre un qualcosa di materiale. Le motivazioni di tali produzioni variano di contesto in contesto, ma si può forse asserire che ognuna di esse sia artistica, che abbia un valore estetico?

La risposta che ci si aspetta è affermativa e quasi pare scontata, dal momento che la dimensione estetica permea la realtà del mondo globalizzato e “mediatizzato” in cui ci troviamo ad abitare. E in effetti nella nostra quotidianità può capitare con maggior frequenza di interagire con oggetti che definiamo artistici o “belli”; oggetti che non sono altro che il risultato dell’attività umana distribuita nel tempo e nello spazio.

Questa varietà e l’accesso sempre maggiore ad essa può sembrare un punto di forza, e in parte lo è; eppure al tempo stesso ci mette di fronte all’estrema difficoltà di trovare un comune divisore valido per questo gran numero di “oggetti artistici”.

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Vari esempi etnografici – alcuni dei quali ho già citato – dimostrano come sia prematuro assumere concetti quali “estetica”, “bello” o “bellezza” come efficaci termini di comparazione interculturale. Infatti, per quanto il risultato dell’azione creatrice possa risultare bello ai nostri occhi, molti uomini – talvolta interi gruppi umani – dimostrano di non provare alcun interesse nella ricerca della bellezza e che il motore del loro “fare artistico” sia ben altro.

Ma allora, quale può essere l’escamotage che ci consentirebbe di superare gli ostacoli che la riflessione intorno all’oggetto d’arte ci pone innanzi?
Arriviamo finalmente alla svolta concettuale di Gell: bisogna spostare l’attenzione dal risultato al processo.

Se infatti consideriamo l’arte come il processo tecnico che sta dietro alla realizzazione di un oggetto, e quindi una componente della tecnologia, non solo ci discostiamo compiutamente dal valore estetico di un oggetto artistico – riuscendo in tal modo ad applicare quel filisteismo metodologico che tanto spaventava – ma arriviamo anche a concepirlo come il risultato di un processo tecnico in cui l’artista è un esperto.
L’oggetto artistico ai nostri occhi non è più un oggetto “bello in quanto tale”, ma un oggetto “bello perché creato in modo bello”.

Secondo Gell, qui riposa la capacità di una produzione artistica di affascinarci: il potere degli oggetti d’arte deriva da quei processi tecnici che essi oggettivamente incarnano. Ciò che lui definisce l’incanto della tecnologia.

Qui secondo me si trova la grande intuizione di Gell, ciò che può permettere all’antropologia di avvicinarsi senza timore allo sconfinato mondo dell’arte. Infatti prestando attenzione ai processi tecnici che portano alla realizzazione di un certo oggetto, si può rendere conto allo stesso tempo del perché tanto la Gioconda di Leonardo, quanto la prua di una canoa trobriandese generino un certo effetto su chi osserva.

Questo perché un oggetto d’arte acquisisce valore non per la valenza estetica che pure può avere – di cui, però, dobbiamo metodologicamente dimenticarci – ma per il fatto che esso esercita una resistenza nei nostri confronti.
Per chiarire il concetto di resistenza, può esserci utile riprendere Simmel; egli, infatti, sostiene in una sua opera fondamentale che noi desideriamo dapprima le cose al di là della loro incondizionata disponibilità al nostro uso […] e non soltanto perché ne avvertiamo l’impenetrabilità, ma anche per la distanza del non essere ancora goduto [2].

Inoltre, se proviamo a ragionare sul piano tecnologico, ci rendiamo conto che la resistenza avviene su due livelli. Il valore di un oggetto non deriva, infatti, solamente da un desiderio di possesso materiale di un oggetto artistico, ma soprattutto da un desiderio di possesso intellettuale della maestria tecnica che riconosciamo all’autore dell’oggetto e che percepiamo di non essere in grado di riprodurre.

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Non solo. In un altro suo scritto Gell [3] sostiene che gli oggetti – artistici e non – posseggono il potere di affascinarci in quanto li consideriamo un indicatore di ciò che era nella mente della persona che li ha prodotti. Osservando un oggetto, però, possiamo anche riconoscerne la storia e scoprire i differenti usi che ne possono essere stati fatti nel corso del tempo.
In un oggetto, quindi, non si incontrano soltanto le intenzionalità che hanno portato alla sua realizzazione, ma anche le intenzionalità di coloro che vi hanno interagito e quelle che traggono origine da ciò che l’oggetto rappresenta.

L’oggetto è perciò in grado di fungere da intermediario materiale tra le persone, fino a diventare esso stesso attore sociale, caricandosi quindi di una propria intenzionalità, sulla scia di ciò che Tylor [4] definisce animismo, e cioè il modo in cui gli esseri umani attribuiscono un’anima a entità che ne sono prive. Basti pensare ad esempio al mondo di Toy Story, che viene costruito sull’uso dei bambini di attribuire delle intenzionalità alle bambole e ai giocattoli.

In conclusione, perciò, ponendo attenzione al processo tecnico che precede il risultato artistico, l’antropologo può avvicinarsi al mondo dell’arte privo delle proprie preoccupazioni estetiche, spogliato dei pregiudizi di valore, potendo inoltre ricostruire la storia di un oggetto e delle numerose intenzionalità che stanno alle sue spalle, scoprendo in questo un nuovo modo per avvicinarsi a un contesto culturale.

 

Note:
[1] Per approfondire la questione dell’ateismo metodologico si rimanda a: The Social Reality of Religion, P. Berger, Harmondsworth, 1967, Middx., Penguin
[2] Per approfondimenti sulla teoria del valore di Simmel si rimanda a: Filosofia del denaro, G. Simmel, (trad. it. 1984), Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese 
[3] Si fa riferimento a: Art and Agency: an Anthropological Theory, A. Gell, Oxford, 1998, Oxford University Press
[4] Per approfondire il concetto di animismo in Tylor si rimanda a: Storia dell’antropologia, U. Fabietti, Bologna, 2011, Zanichelli

 

Fonti:
-La tecnologia dell’incanto e l’incanto della tecnologia, di A. Gell, contenuto in Antropologia, estetica ed arte (a cura di) A. Caoci, FrancoAngeli, 2008, Milano
-Una nuova teoria dell’arte. A proposito di “Art and Agency” di Alfred Gell, di M. Bloch, contenuto in Antropologia, estetica ed arte (a cura di) A. Caoci, FrancoAngeli, 2008, Milano