La Sape, ovvero l’eleganza nel fango

«Les Occidentaux ont créé le vêtement,

mais l’habillement a été inventé à Brazzaville»

Baudouin Mouanda

I damerini di Bacongo

Situate sulle due rive del fiume Congo, l’una di fronte all’altra, Brazzaville, capitale della Repubblica del Congo, fu Africa Equatoriale Francese, e Kinshasa, capitale della Repubbilca Democratica del Congo (già Congo Belga e poi Zaire), formano una conurbazione di circa 15 milioni di abitanti. Le periferie di questo grande agglomerato urbano non brillano per la qualità della vita: in molti quartieri, l’approvvigionamento idrico è un problema, così come l’accesso alla corrente elettrica; la rete stradale è approssimativa, in terra battuta, le infrastrutture, nel complesso, precarie, e buona parte della popolazione alloggia in baracche sordide, dei recinti di mattoni e lamiera. Eppure, da dietro gli angoli di queste fatiscenze (prendiamo il quartiere Bacongo, nel sud di Brazzaville), ecco spuntare abiti sartoriali delle case di moda più famose, completi in tre pezzi, bastoni da passeggio, scarpe e mocassini di alligatore, cappelli pipe cravatte e ogni sorta di accessori stravaganti – il tutto in colori non sempre sobri, ma il tutto (apparentemente) autentico e di marca. Dentro, ci sono degli abitanti del luogo: sono i “sapeur”.

 

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I sapeur prendono il nome dalla “Sape” (o S.A.P.E.), ovvero la Société des Ambianceurs et des Personnes Élégantes, la Società dei “creatori d’atmosfera” e delle persone eleganti. I suoi membri condividono l’ideale della ricercatezza, del lusso, dell’ostenzatione e, almeno in linea di principio, dell’“eleganza” del vestire. In eroico contrasto con le condizioni materiali del proprio ambiente urbano, i sapeur amano abbigliarsi con abiti sartoriali e accessori dei più celebri e costosi marchi europei (Armani, Dolce&Gabbana, Kenzo, Valentino, Versace, Yamamoto, Yves Saint Laurent, giusto per avere un’idea), sia combinandoli secondo i dettami dell’eleganza formale europea, sia sfoggiando colori ed abbinamenti assolutamente audaci che richiamano i cromatismi africani, pur nell’ambito di forme e tagli di ispirazione classica; abbigliati ed azzimati in modo impeccabile (il sapeur ostenta, insieme alla ricercatezza e al lusso degli indumenti, una cura maniacale per la persona), si radunano e sfilano per le vie fangose, inscenando una sorta di spettacolo fatto di movenze artefatte e controllate e di pose che sfociano infine nel gesto istrionico dell’ostentazione con cui mostrano con orgoglio le etichette degli abiti; si incontrano con altri gruppi di eleganti, confrontano le rispettive mise, le discutono, dibattono di abbinamenti di colore, di canoni, di prezzi, si scambiano complimenti.

 

 

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In questo gioco, l’ostentazione riveste un ruolo fondamentale, e la competizione è forte, sia tra gli individui sia tra le varie correnti formatesi in seno al movimento, spesso in forte contrasto fra loro. Il prezzo degli abiti, in particolare, è un fattore determinante, e i capi più costosi suscitano meraviglia ed ammirazione: «I marchi devono essere ostentati, le fatture esibite, non importa se il sapeur si è rovinato per comprare i suoi vestiti.» (Dubruelh, 2010). Eppure si ama affermare, forse in modo un po’ filisteo, che ciò che conta veramente sia il gusto nell’abbinamento dei colori, lo stile ed i modi del sapeur. A questo proposito, esistono degli schemi ben precisi, come la “teoria dei tre colori”, e degli standard a cui attenersi. Uno di essi è rappresentato dalle scarpe Weston (sul migliaio di dollari), un vero e proprio status symbol di cui il vero sapeur non può fare a meno.

Per procurarsi il guardaroba, i sapeur spesso affrontano costosi viaggi in Francia, e Parigi, in particolare, rappresenta la meta più ambita. Essere un sapeur è un’attività estremamente dispendiosa, in quanto abiti e accessori raggiungono spesso prezzi di migliaia di dollari, e l’acquisto di capi non originali è tabù. Inoltre, la monotonia va evitata: un sapeur maturo deve disporre di un guardaroba ben fornito.

 

 

 

 

Diversamente da quanto ci si potrebbe aspettare, la Sape non è un passatempo da ricchi. Il sapeur tipico è un uomo tra i venti e i quarant’anni, vive nei quartieri periferici di Brazzaville o Kinshasa, e appartiene all’ambito dei mestieri manuali: può essere un idraulico, un elettricista, un tassista, insomma un individuo che dispone di un modesto introito di denaro, che non vive in completa povertà ma che certo non può ambire alla ricchezza. I capitali necessari provengono da risparmi, spesso di molti anni, che normalmente sarebbero stati investiti, per esempio, nell’acquisto di un appezzamento di terra, o utilizzati per ovviare alle necessità dei membri della famiglia allargata.

 

 

 

 

Il rischio di farsi prendere la mano e di rovinarsi è alto, e gli stessi sapeur lo percepiscono bene. E se da un lato il sapeur ama distinguersi dalla massa dei “profani”, ben presente è un certo senso di imbarazzo nei confronti dei propri vicini e famigliari e delle condizioni di disagio e povertà in cui si trovano a vivere (Giorgianni 2016:4). I parenti spesso non vedono di buon occhio chi è preso da questa pericolosa passione, che lo porta a mettere a rischio i bilanci famigliari. Nonostante tutto ciò, i sapeur sembrano essere amati e stimati dalla popolazione, e, oltre ad essere ammirati per lo splendido spettacolo che danno, suscitano entusiasmo, costituiscono dei modelli e dei motivi di orgoglio, diventano a tutti gli effetti dei notabili e dei campioni del loro quartiere.

 

Al di là dell’abbigliamento: uno stile di vita e una religione

La Sape non è solo ostentazione di abiti di lusso, eleganti o eccentrici che siano, ma soprattutto uno stile. Il sapeur deve sapersi atteggiare in modo teatrale, deve sapersi mettere in posa, astraendo sé stesso dall’ambiente circostante, deve saper vantare i propri abiti. Inoltre, la Sape si configura come un codice di comportamento animato da un’etica di una certa profondità, e addirittura come una religione – la “religione del kitendi” (tessuto in lingua lingala): il sapeur deve mostrare cortesia, educazione e raffinatezza nei modi, self-control, deve fuggire la violenza e la discriminazione, coltivare il rispetto, la pace e il cosmopolitismo. La connotazione religiosa appare con forza nel “decalogo del sapeur, che riprende e trasforma in veri e propri comandamenti i principi base dell’ideale di comportamento della “sapologia”:

  1. Tu saperas sur terre avec les humains et au ciel avec ton Dieu créateur
  2. Tu materas les ngayas (mécréants), les mbendes (ignorants), les tindongos (les parleurs sans but) sur terre, sous terre, en mer et dans les cieux
  3. Tu honoreras la sapelogie en tous lieux
  4. Les voies de la sapelogie sont impénétrables à tout sapelogue ne connaissant pas la règle de trois, la trilogie des couleurs achevées et inachevées
  5. Tu ne cèderas pas
  6. Tu adopteras une hygiène vestimentaire et corporelle très rigoureuse
  7. Tu ne seras ni tribaliste, ni nationaliste, ni raciste, ni discriminatoire
  8. Tu ne seras pas violent ni insolent
  9. Tu obéiras aux préceptes de civilité des sapelogues, sapeurs et au respect des anciens
  10. De par ta prière et tes dix commandements, toi sapelogue, sapeur, tu coloniseras les peuples sapephobes. 11.Sarai un sapeur in terra con gli uomini e in cielo col tuo Dio creatore/2.Domerai gli ngayas (miscredenti), i mbendes (ignoranti), i tidongos (coloro che parlano senza scopo), sulla terra, sotto terra, in mare e in cielo./3.Onorerai la “sapologia” in ogni luogo./4. Le vie della “sapologia” sono imperscrutabile a tutti i “sapologi” che non conoscono la regola del tre, la trilogia dei colori finiti e infiniti./5.Non ti arrenderai mai/6.Adotterai un’igiene rigorosa nel corpo e nell’abbigliamento./7.Non sarai tribalista, né nazionalista, né razzista, né discriminerai alcuno./8. Non sarai violento, né insolente./9. Obbedirai ai precetti di civiltà dei “sapologi”, dei sapeur e al rispetto per gli anziani./10. Con la tua preghiera e i tuoi dieci comandamenti, tu “sapologo”, sapeur, colonizzerai i popoli “sapofobi”.(Traduzione dell’autore)

Cui segue la preghiera:

«Gloire à toi Sapelogue, bénis sois ta science, oh grand maître de mon univers, toi qui remplis mes jours de bonheur et de frime, toi qui remplis mes jours de diatance et de tchatche, toi à qui j’ai donné mon corps, mon âme, mon esprit, je te rends grâce.

Oh science de la sape, toi qui est applaudie sur tous les podiums du monde, toi qui par ta beauté illumine le corps des hommes et des femmes sur cette terre ; je te vénère du plus profond de mon être.

Met sur mon chemin les ngayas, les mbendés, les tindongos, qu’ils soient matés afin que ta volonté soit faite.

Ote de mon chemin tous les bandits qui veulent faire du mal à mes vêtements ; protège-moi de tous les sapephobes qui n’aiment pas les sapelogues et sapeurs pour que règne ta science pour des siècles et des siècles; que la Sapelogie soit avec vous et dans le cœur de tous les sapelogues et sapeurs. Amen.»2Gloria a te, Sapologo, benedetta sia la tua scienza, oh grande maestro del mio universo, qu che riempi i miei giorni di felicità e di ostentazione, tu che riempi i miei giorni di sfilate e di chiacchere, a cui ho dato il mio corpo, la mia anima, il mio spirito, ti ringrazio./ O scienza della Sape, tu che sei applaudita su tutti i podi del mondo, tu che con la tua bellezza illumini i corpi di uomini e donne su queste terra; ti venererò dal profondo del mio essere./Metti sulla mia strada gli ngayas, gli mbendés, gli tindongos, cosicché siano domati affinché sia fatta la tua volontà./Allontana dal mio cammino tutti i banditi che vogliono far del male ai miei vestiti; proteggimi da tutti i “sapofobi” che non amano i “sapologi” e i sapeur affinché la tua scienza regni per tutti i secoli dei secoli; che la “sapologia” sia con voi e nel cuore di tutti i “sapologi” e i sapeur. Amen(Traduzione dell’autore)

(Delhaye 2015)

 

 

Le origini della Sape

L’origine della Sape è oscura. I suoi primordi embrionali risalgono ai primi decenni del secolo scorso (Gondola 1999:27), quando l’odierna Repubblica del Congo faceva parte dell’Africa Equatoriale Francese e la Repubblica Democratica del Congo era il Congo Belga. È in questo contesto che nasce il concetto di evolué, un abitante indigeno che adotta i costumi, la lingua, l’abbigliamento e gli ordinamenti dei colonizzatori europei e che riveste in genere un ruolo impiegatizio nell’amministrazione coloniale. La prima forma di adozione dell’abbigliamento occidentale fa quindi parte di un processo, pur fortemente limitato, di assimilazione culturale, un tentativo di “assomigliare” il più possibile ai colonizzatori (Martin 158-59) in modo da poter accedere, seppur ai livelli più bassi, alle strutture di potere e guadagnare uno status di privilegio rispetto ai connazionali ancorati alle strutture ed ai valori culturali tradizionali.

 

 

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In particolare, con la Grande Guerra, soldati congolesi vennero inviate a combattere sui fronti europei (Thomas 2004:64), entrando in contatto diretto con gli stili di vita degli europei. Molti di essi tornarono in Congo portando con sé abiti ed accessori acquistati in Francia, che amavano poi sfoggiare nella vita pubblica in patria. L’abbigliamento ed i valori francesi si diffusero sempre più fra i giovani delle classi medie, in particolare di Brazzaville, in un generalizzato desiderio di integrazione dal basso (Kutesko 2013:63). Nel periodo tra le due guerre vennero fondati molti clubs di evolué: possiamo immaginare che in questi luoghi vi fosse una forte competizione fra i membri per apparire il più “occidentalizzati” possibile, a partire dall’abbigliamento. Li possiamo immaginare, di fatto, come degli antesignani della Sape.

 

 

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Negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, con la decolonizzazione e la formazione di stati indipendenti e regimi autoritari, la situazione si fa più complessa. Il culto dandy dell’abbigliamento subisce un notevole sviluppo negli anni ‘60 e ‘70 , in coincidenza (e in rapporto contrastato, a causa della forte opposizione delle autorità) con il regime di Mobutu in Zaire (1965-1996) e con la diffusione del marxismo nella Repubblica Popolare del Congo (1969-1992, Thomas 2013). La passione per l’eleganza dilaga fra la gioventù disoccupata di Brazzaville, che sogna di poter viaggiare in Francia e comprare abiti eleganti (McGaffey&Benguissa-Ganga 2000:3), ed è santificata e diffusa, tra gli altri, da artisti come Papa Wemba, vero profeta della Sape, che nelle sue canzoni esalta i valori e lo stile di vita dell’uomo “ben sbarbato, pettinato, profumato e ben vestito” (Aisa na zoe, Papa Wemba, 1984), e Adrien “Stervos Niarcos” Mobele, congolese emigrato in Francia, anch’egli tra i “padri spirituali”, fondatore della “religione del kitendi”, di volta in volta “re”, “papi” o “dei” della Sape. È in questo periodo che nasce formalmente l’acronimo S.A.P.E., giocato sul significato di sape, saper ‘abbigliamento’ nello slang francese, coniato a quanto pare da Christian Loubaki, un tuttofare parigino che, rientrato in Congo, nel 1978 aprì la prima boutique di moda a Bacongo, Brazzaville, ancora oggi l’epicentro della “sapologie” (Delhaye 2015).

 

 

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Papa Wemba

 

 

Considerazioni socio-antropologiche

La Sape è un fenomeno complesso e contraddittorio. Lo sviluppo di un culto del lusso e dell’eccesso in un contesto socio-economico problematico come le periferie congolesi pone delle serie difficoltà di interpretazione. Al tempo stesso, proprio la sua apparente contraddittorietà ci fornisce degli utili indizi. Il desiderio di integrazione degli evolué con i dominatori francesi attraverso l’assimilazione e l’emulazione esteriore è del tutto comprensibile come manifestazione del desiderio di riscatto sociale mediante l’appropriazione di ciò che è pertinente ai colonizzatori (Thomas 2004:105). D’altra parte, la natura stessa del concetto di ‘imitazione’ pone gli indigeni nell’impossibilità di pervenire per suo tramite ad una vera eguaglianza, rafforzando vieppiù il processo di alterizzazione tipica del discorso coloniale (Martin 158,59, in Thomas 2013:9-12).

Per uscire da tale dialettica, un passo possibile è il superamento del modello: l’indigeno mostra di poter diventare “più bianco del bianco”, di saper padroneggiare il linguaggio dell’europeo meglio di lui: «whites may have introduced clothing to central Africa, but the naked savages have become cooler and more elegant than their hopelessly frump colonizers» (Wrong 1999:27); a ciò possiamo immaginare si aggiunga una sotterranea, ma implicita ed ineludibile, cifra di disconoscimento e demolizione dell’autorità (Bhabha 1994:86) nei confronti del modello stesso dettata dalla desacralizzazione operata dalla familiarità semantica. Se è vero che il mito coloniale della Francia e della sua missione civilizzatrice permane ancora oggi nell’imitazione dei suoi modelli cultrali (Ben Jelloun 1984:61, Thomas 2013), in essa tale mito viene al tempo stesso superato, mediante il rovesciamento della dialettica fra “civiltà esteriore” dell’europeo vestito e “nudità del selvaggio” (Thomas 2004:105) . In questo senso, lo stile e gli indumenti del sapeur sono delle “armi” nei confronti della sottomissione agli ideali eurocentrici (Wrong 1999:27).

 

 

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L’abbigliamento è un’arma anche contro i tentativi di uniformazione culturale perpetrati dai regimi di ispirazione marxista e autoritaria dell’epoca post-coloniale: esso diventa un modo per opporsi alla massificazione, all’eliminazione dell’individualità e alla limitazione della libertà personale. Non per niente il regime di Mobutu in RDC, nel più ampio quadro della “campagna di autenticità” del costume, si oppone fortemente alle istanze dei sapeur, sia come associazione (apparente) a modelli occidentali, sia in quanto espressione di libertà individuale.

Nel Congo contemporaneo, poi, il culto dell’eleganza può essere interpretato come una forma di riscatto dalle condizioni di emarginazione economica e politica, e dalla conseguente frustrazione, percepita da gran parte della popolazione. La Sape è «desiderio di nascondere il fallimento sociale e trasformarlo in una vittoria apparente», desiderio di «avere stima di sé nonostante le circostanze» (Evancie 2013), di «simulare un mondo pacifico e raffinato», di «essere felici ed eleganti pur senza aver mangiato abbastanza» (Giorgianni 2016),  è una fuga da una realtà problematica che, pur nell’apparente superficialità, può configurarsi in una resistenza non-violenta. Il sapeur si sente un re, si sente “il più ricco di tutti”; il senso di riscatto è ben espresso da esternazioni come: «Thanks to la Sape and Papa Wemba’s music, Congo is today well-known worldwide for something else than war and poverty» e ancora: «When we go downtown London, people point at us saying: ‘Look how elegant they are, they must be Congolese.»  (Giorgianni 2016)

In questo senso, il paragone col dandysmo europeo di fine XVIII-inizio XIX secolo, inteso come espressione di disagio, rifiuto e desiderio di evasione nei confronti di una realtà socio-economica mutata (l’ascesa della borghesia) e non percepita come propria, sembra particolarmente calzante, sia nelle cause sia nelle manifestazioni, ovvero nella ricerca dello straordinario e dell’eccesso, nel rifiuto di uniformarsi alla contingenza. Per concludere, possiamo poi notare che le istanze sollevate nell’ambito dell’ideologia della Sape e nei suoi comandamenti riguardano alcune tra le problematiche più significative del Congo e dell’Africa, a riprova di quanto la Sape non sia un mero sistema concettuale di evasione ma una forma di espressione dalla componente politica rilevante.

 

 

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Bibliografia:

  • Ben Jelloun, T., 1984, Hospitalité Francaise: Racisme et immigration maghrebine. Paris, Seuil
  • Bhabha, H., 1994, Of Mimicry and Man: the Ambivalence of Colonial Discourse, The Location of Culture. London, Routledge, pp.85-92
  • Delhaye, E., 2015, Le Pape de la Sape, Society Magazine. https://www.society-magazine.fr/le-pape-de-la-sape
  • Dubruelh, C., 2010, La Sape, Une Histoire Haute en Couleur, Jeune Afrique. https://www.jeuneafrique.com/183599/societe/la-sape-une-histoire-haute-en-couleur/
  • Evancie, A., 2013, The Surprising Sartorial Culture of Congolese ‘Sapeurs’, The Picture Show, NPR  https://www.npr.org/sections/pictureshow/2013/05/07/181704510/the-surprising-sartorial-culture-of-congolese-sapeurs
  • Gillet, F. & Cornet, A., 2010, Congo-Belgique 1955-1965: Entre Propagande et Réalité. Brussels, Reinnassance du Livre
  • Giorgianni, E., 2016, A Night Out with London’s Sapeurs, Al Jazeera https://www.aljazeera.com/indepth/features/2016/05/night-london-sapeurs-drc-papa-wemba-160531084454216.html
  • Gondola, D., 1999, Dream and Drama: The Search for Elegance among Congolese Youth, African Studies Review (April) 42.1: 23-48
  • Kutesko, E., 2013, Problems and Tensions in the Representation of the Sapeurs, as Demonstrated in the Work of Two Twenty-First Century Italian Photographers, Immediations, The Courtauld Institute of Art Journal of Postgraduate Research
  • MacGaffey, J. & Bazenguissa-Ganga, R., 2000, Congo-Paris: Transnational Trades on the Margins of the Law, Bloomington and London, Indiana University Press
  • Martin, P. M., 1995, “Dressing Well.” Leisure and Society in Colonial Brazzaville, Cambridge University Press, pp.154-72
  • Thomas, D., 2003, Fashion Matters: “La Sape” and Vestimentary Codes in Transnational Contexts and Urban Diasporas, Modern Language Note, Vol. 118 (Sep.) Frech Issue, No. 4:947-973
  • Thomas, D. 2004, Francophone Studies: The Essential Glossary, Research in African Literatures, Indiana University Press, Vol. 35, Spring, Number 1:214-215
  • Wrong, M., 1999, A Question of Style, Transition, No. 80, pp. 18-31, Indiana University Press

Documentari:

  • The Congo Dandies (RT Documentaries, 2015), https://www.youtube.com/watch?v=W27PnUuXR_A
  • The importance of Being Elegant (BBC Productions, 2004), features.98gafilms.co.uk/video/78965998
  • Guinness Beer “Sapeurs” short documentary film (2014), https://youtu.be/v2O5yfw20Yg
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