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La punta dell’iceberg non parla, e altre riflessioni per antropologi e creativi

Of work and words: craft as a way of telling

L’ottobre scorso il professor Tim Ingold, insegnante di Antropologia Sociale presso l’Università di Aberdeen, si è recato all’Università di Bologna per il suo splendido seminario Of work and words: craft as a way of telling.

 

 

Autore di Making, Being Alive e d’altri illuminanti volumi, Ingold si è sempre proteso allo studio e alla riflessione antropologica e filosofica, domandandosi cosa sia effettivamente la conoscenza; come la ricerca antropologica vada affrontata; e quale sia, in definitiva, il futuro della nostra disciplina.

 

Ingold
Timothy Ingold

 

È proprio in questo suo seminario che il professor Ingold sceglie di esprimersi, ragionare su quale sia la profonda natura dell’osservazione. Cosa siamo quando osserviamo? Cosa siamo in grado di osservare e, più di tutto, perché stiamo osservando la cosa sbagliata?

What’s tacit stays unstudied
Punto zero: da dove veniamo

Da dove veniamo, ci viene insegnato a tenere vicini gli amici e ancor più vicini i nemici. La mente è nostra amica. Ci permette di vivere e percorrere tutte le attività che ci rendono noi stessi, umani, intelligenti, capaci. Con la mente ragioniamo; con lei andiamo a lavoro; con lei riusciamo a ritrovare la razionalità nei momenti in cui l’emotività e l’istintività si impadroniscono di noi.

 

Ingold

 

Il corpo, ce lo teniamo più vicino. Vicino abbastanza da potercene servire quando dobbiamo “staccare”: gli permettiamo di travolgerci in quei momenti della giornata, o della vita, in cui lo sconforto che la mente ci reca è troppo grande. Ci abbandoniamo così, temporaneamente, alla nostra animalità, pur tenendo a mente che è solo un canale di sfogo e che quell’impulsività a cui permettiamo di dominarci è un demone temporaneo.

Da dove veniamo, ci viene spesso ricordato il valore della conoscenza, come di qualcosa che trascende la nostra soggettività fallace: qualcosa che più riusciamo a rendere scientifico e oggettivo e più è positivo. Dobbiamo riuscire a uscire da noi, dai nostri errori; indossare il nostro abito da professori, scienziati, intellettuali e tentare con tutto la buona volontà che abbiamo in corpo di liberarci del nostro corpo.

È così che quello che è personale viene rigettato e che la nostra mente, distaccata dal corpo che la ospita, è tutto ciò che guardiamo. In Accademia e non solo, cerchiamo allora di annullare il più possibile quel che del corpo e della nostra persona rimane. Tutto ciò che non parla non esiste. Ed ecco il nostro iceberg: solo le parole sembrano galleggiare, e sul fondo i nostri abiti, le nostre abitudini giacciono in silenzio.

Scriveva Wittgenstein:

Whereof one cannot speak, thereof one must be silent

(Laddove uno non può parlare, uno deve rimanere in silenzio)1Wittgenstein, 2009

Quel che nel quotidiano si nota – che si tratti di una conversazione casuale, dell’approccio alla relazione, o anche di una ricerca etnografica – è solo il contenuto verbale, distaccando dalle parole però il loro esser vive, aperte, attive. La prima conseguenza è che le parole sono l’unica cosa che importa; la seconda è che queste sono svuotate completamente.

Il filosofo, economista e chimico Michael Polanji scrisse un saggio molto interessante in materia, che Ingold ci ricorda proprio all’inizio del suo seminario, Personal Knowledge. Il termine Conoscenza Personale, o conoscenza inespressa, che il filosofo presenta esprime un totale ripensamento del corpo. Il corpo non è una scatola da riempire con le informazioni che la mente si procura: è un partecipante attivo alla produzione delle parole, nel suo essere pensante e emotivamente senziente.

Ed ecco che tutto ruota e si ribalta, che il dualismo mente-corpo sembra destabilizzarsi.

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«Personal Knowledge. The two words may seem to contradict each other:
for true knowledge is deemed impersonal, universally established, objective.
But the seeming contradiction is resolved by modifying the conception of knowing.»2Polanji, 1974
(Conoscenza Personale. Potrebbe sembrare che I due termini si contraddicano a vicenda:
perché la conoscenza vera è vista come impersonale, stabilita universalmente, oggettiva.
Ma l’apparente contraddizione è risolta modificando la concezione di conoscenza.)

E ancora:

«Personal knowledge is an intellectual commitment, and as such inherently hazardous. […]
I have shown that into every act of knowing there enters a passionate contribution
of the person knowing what is being known, and that this coefficient is 
no mere
imperfection but a vital component of his knowledge.»3Polanji, 1974
(La Conoscenza Personale è un impegno intellettuale, e come tale è intrinsecamente azzardato. […]
Ho mostrato come in ogni atto di conoscenza rientra un contributo appassionato
della persona che sa quel che è conosciuto, e che tale coefficiente non è una mera
imperfezione, ma una vitale componente della conoscenza stessa.)

Le tante cose che paiono tacite possono essere comprese solo attraverso questo tipo di approccio alla conoscenza, che accetta il corpo come attivo partecipante e che sa guardare oltre e dentro alle parole. Tacito non è più, allora, silente. È a questo punto che Tim Ingold ci porge un nuovo termine, suo neologismo: Hapticality.

 

Not all the sounds that we speak are verbal. Are they not influent?
Punto primo: dove potremmo andare

“Hapticality” è uno di quei termini con un suono tremendo ma un cuore caldo; e quando Tim Ingold l’ha menzionato la prima volta ho capito che meritava molta più fama di quella che ha attualmente, ho capito che andava condiviso. Viene dalla parola haptic, che significa aptico, tattile, di contatto. Per dirla esattamente come la disse lui quel giorno, si tratta della sensazione di sentire qualcosa (o qualcuno) mentre quel qualcosa sente te.

 

 

Non è dentro a una persona, si verifica nel momento relazionale, con gli altri e con il mondo. L’aptico è rumoroso, vivo, aperto al mondo, capace di reagire (response-ability, così ha detto): è attivo e risponde al mondo. Un perfetto esempio, disse, sarebbe: «Non ho niente da dire e lo sto dicendo». Ci sono moltissime cose nel mondo che rispondono a questa descrizione di haptic, che parlano senza parlare.

Un altro esempio che ci fa è quello dell’artigiano, che pensa con il suo lavoro e con tutto il suo corpo nel momento della produzione. Perché immaginare il pensiero come qualcosa di quieto, di invisibile? Il pensiero è in espansione nello spazio, e noi con lui: non interrompe l’azione ma vi partecipa in un continuo scambio tra tutte le parti coinvolte.

Abbandonando l’opprimente dualismo mente-corpo, la realtà che ci si presenta è viva e attiva, compartecipe. Se c’è qualcosa di davvero silente, è quell’esplicito che siamo abituati a guardare, nato dalla necessità di fissare le cose eppure vittima dell’incapacità di fissarle davvero, a causa della nostra riluttanza ad aggregarci al mondo. Queste non sono soltanto parole, hanno e potrebbero avere un gran peso: sia sul nostro vivere quotidiano, sia sul nostro modo di fare Antropologia. È anche su questo che Ingold si è espresso negli anni, criticando la tendenza a fare troppa, troppa etnografia e troppo poca Antropologia.

Le cose che non diciamo diventano cose che non facciamo, e se continuiamo a prendere sul serio solo la punta dell’iceberg, quella punta sarà tutto ciò che rimarremo. Iniziare a percepirci come un vortice, più che come uno strumento computazionale, ci permette di afferrare una conoscenza di respiro molto più ampio: non solo di prendere coscienza della parte dell’iceberg sommersa, ma anche dell’acqua che tutt’attorno ci muove e si muove.

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«It matters that we recognize the very large extent to which individual human thought and reason are not
activities that occur solely in the brain or even solely within the organismic skin-bag.This matters
because it drives home the degree to which environmental engineering is also self-engineering.
In building our physical and social worlds, we build (or rather, we massively reconfigure) our minds
and our capacities of thought and reason.»4Clark A, 2010
(È importante che riconosciamo l’immensa misura in cui il pensiero e la ragione individuali umane non sono
attività che occorrono solamente nel cervello o solamente dentro all’organismo fisico. Questo importa
perché permette di comprendere come l’ingegneria ambientale sia anche ingegneria del sé.
Nel costruire il nostro mondo fisico e sociale, costruiamo (o meglio, riconfiguriamo massivamente)
le nostre menti e le nostre capacità di pensare e ragionare.)

«Anthropology is Philosophy with the people in» (L’antropologia è la filosofia, con le persone dentro), e dobbiamo smettere di essere tanto spaventati dalla filosofia, dalla teoria: è da presupposti teorici di questo tipo, da riflessioni del genere che possiamo rivitalizzare la nostra disciplina, e con lei anche tutto il nostro sentire.

 

There is no better description of a work than the work itself
Punto secondo: abituarci a un nuovo sentire

Un matematico che si serve di una matita, un foglio e una calcolatrice per poter fare i suoi calcoli, è anche quella matita, quel foglio e quella calcolatrice; ci dice. Un pianista che suona il pianoforte trasforma le sue dita anche in quei tasti, che diventano parte di lui (o viceversa?). Quando ci serviamo delle parole, modi di dire diventano modi di parlare. Siamo abituati a pensare a queste come fossero abbellimenti: arzigogoli da aggiungere o togliere. Non dovremmo minimizzare, o tentare di nascondere, il coinvolgimento affettivo con cui esprimiamo le parole, il nostro essere con loro: dovremmo piuttosto celebrarlo.

 

 

Il termine Hapticality può essere applicabile in maniera fluida a più situazioni, a più strutture di pensiero. Come etnografi, dovremmo provare a trarne il pieno potenziale e a trasporre queste idee in effettività. Smettiamo di pensare a come chiamare le cose, basta restare seduti sulla punta: immergiamoci, o meglio, riconosciamo di essere sempre stati immersi.

«It is of the essence of life that it does not begin here or end there, or connect a point of origin
with a final destination, but rather that it keeps on going, finding a way through the myriad
of things that form, persist and break up in its currents. Life, in short, is a movement of opening,
not of closure.»5Ingold, 2011
(È una caratteristica essenziale della vita il non iniziare qui e finire lì, il non connettere un punto di origine
con una destinazione finale, essa continua ad andare, facendosi strada tra le miriadi
di cose che si formano, persistono e si disperdono nelle sue correnti. La vita, in breve,
è un movimento d’apertura, non di chiusura.)

 

 

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Bibliografia:

  • Clark A., 2010, Supersizing the Mind: Embodiment, Action and Cognitive Extension, Oxford, OUP USA
  • Ingold T., 2011, Being alive, Essay on Movement, Knowledge and Description, London, Routledge
  • Polanji M., 1974, Personal Knowledge. Towards a Post-Critical Philosophy, Chicago, University of Chicago Press
  • Wittgenstein L., 2009, Tractatus logico-philosophicus, Torino, Einaudi