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La paura viene dai bassifondi. Guida per demonizzare l’estraneo

Premessa

Quelli che l’intero mondo sta passando sono tempi incerti, continue minacce di guerre, una catastrofe climatica incombente ed ora, ad adornare il tutto, è in corso una pandemia globale per via del virus CoViD-19. Chiaro che tutte queste realtà instillano nel singolo individuo il più primordiale degli istinti: la paura.

Con questo articolo vorrei analizzare bene questa manifestazione collettiva, e cercare di delineare come può essere utilizzata contro i principali attori sociali: noi stessi, il popolo. La paura è letteralmente un’arma, uno strumento in possesso a chi detiene il potere, osservato dal punto di vista di Foucault, ovvero un «rapporto di forza» (Deleuze 1986).

 

 

Se la paura domina l’animo, allora con la paura è possibile dominare l’animo altrui. Per Machiavelli, il principe ha bisogno di intimorire il popolo per mantenere la sua sovranità, e apparentemente nulla è cambiato nel corso di questi secoli. Oggi il terrore è diventato un’atmosfera che ci accompagna nella vita quotidiana. Ma perché?

 

L’arma

L’atmosfera che cerco di descrivere, quella in cui le democrazie occidentali vi sono immerse, non si tratta assolutamente di un’emozione spontanea. Quella in cui viviamo è una suggestione diffusa da un pericolo che pare onnipresente; ed è proprio questa onnipresenza a creare quest’atmosfera assolutamente malsana, tossica. È da tener conto che questa realtà viene costantemente alimentata da tutta una serie di insicurezze dettate da un mondo sempre più aperto, dove il timore dell’ignoto la fa da padrone.

Il principale fattore scatenante quest’atmosfera è ciò che Di Cesare chiama la «paura dell’abbandono». La paura dell’abbandono è quella sensazione che si verifica quando il singolo individuo viene lasciato istituzionalmente solo dallo Stato, il quale «in nome delle ferree leggi dell’economia abdicherà, lasciando così emergere una gerarchia di paure» (creando così l’atmosfera sopracitata). Questa dinamica è perfetta per preparare un terreno fertile dove lo Stato Nazione potrà disporre i suoi piani di sicurezza. «Il liberismo è l’ideologia di quest’abbandono» (Di Cesare 2020).

 

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Inutile dire che è anche un modo astuto per nascondere la propria incapacità politica verso le sfide della globalizzazione, come ad esempio le delocalizzazioni e la precarietà lavorativa. È il terreno fertile per un governo che persegue la fobocrazia, dove è la paura a prendere decisioni per noi; ed è proprio qui che si nota il cambio, il passaggio del testimone da uno stato sociale ad uno stato securitario. E cosa può succedere a questo punto?

René Girard scriveva:

Quando l’ansia sociale diventa difficile da gestire, quando la società è vicina all’implosione, il capro espiatorio previene il collasso (Girard 1972)

Il Capro Espiatorio

Abbiamo parlato di vittime sacrificali per prevenire il collasso, ma concretamente, come si realizza una dinamica del genere? Se torniamo al 2012, in Grecia, notiamo qualcosa di simile.

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Nel giugno di quell’estate migliaia di donne abitanti nei quartieri più poveri di Atene vennero fermate, arrestate e sottoposte a test per l’ HIV forzatamente. La motivazione, o accusa in questo caso, è quella di essere delle untrici, donne che avrebbero ricercato volontariamente la sieropositività per poi diffondere il virus volontariamente. La giustificazione andava ricercata nei dati di Medici Senza Frontiere inerente all’aumento del 1450% dei casi di HIV, registrati nel triennio 2010-2013 (Di Cesare 2020).

L’esponenzialità di questo aumento va collegata ai numerosi tagli ai servizi sociali e alla sanità pubblica per fronteggiare una crisi economica disastrosa. Tutti questi cambiamenti strutturali nella società ellenica portano alla produzione di quelli che Philippe Bourgois chiama «Soggetti Lumpen», soggetti che «vivono in un’insieme di si situazioni di vulnerabilità, oppressione e sofferenza» (Bourgois 2009).

 

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Sembrerebbe il capro espiatorio perfetto. Infatti è proprio su questi soggetti che Loverdos (allora ministro della sanità) ha dirottato il baricentro della discussione: dai problemi di un default economico alle donne che vivono sulla strada. Il tessuto sociale viene distrutto da effetti di politiche di libero mercato, come testimonia la caccia alle streghe, in aggiunta a dei tentativi impossibili di ricostruire il sistema economico greco per la fuga di capitali. L’unica soluzione è di «annichilire ogni istituzione democratica, per garantire il funzionamento del mercato a prescindere dalla volontà popolare» scrisse il noto antropologo economico Karl Polanyi (Cangiani 2018).

Quello appena descritto sono solo gli effetti reali, le conseguenze che investono gli ultimi, gli individui che costituiscono la base della piramide sociale. Ma quali sono le dinamiche interne alla società che permettono tutto questo?

 

Il Meccanismo

Analizzando meglio la situazione abbiamo capito dunque che grossi cambiamenti strutturali e istituzionali producono soggetti lumpen , che sono anche i principali percettori del Welfare. Ed è proprio in virtù di questa vulnerabilità che verranno demonizzati, giustificando poi i tagli alla spesa come «aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità» (Coin 2020); rimanendo sempre all’interno di quell’atmosfera di terrore.

 

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In uno stato securitario vanno sprezzati  i principali percettori del Welfare, presentando l’austerità come un male necessario: scusante perfetta per attuare politiche punitive verso i più deboli, verso l’estraneo. Ma chi sono queste persone? Sono «gli ‘scarti’ che invadono le vie della metropoli: poveri, mendicanti molesti, rom, migranti da espellere» (Di Cesare 2020). Sono le persone più esposte ad una vasta gamma di rischi sociali e non, nella grande dimensione reale della paura.

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Basti pensare quante persone nei social abbiano idealmente minimizzato o ancor peggio condiviso un insulto quale «Zingaraccia».

 

Conclusioni

Gli strumenti in nostro possesso per sfuggire alla politica della paura esistono, Serge Quadruppani li individua nei movimenti sociali, quella risposta dal basso che nasce dal bisogno della presenza, come reclamo della propria soggettività.

Un esempio perfetto è il caso del movimento noto in tutto il mondo conosciuto come Gilet Jaune che in Francia «sono diventati esempio di perseveranza e coraggio, essendo riusciti a scalfire almeno parzialmente il potere di Macron», in riferimento al ritiro dell’aumento delle tasse sul carburante. Una azione con un gran valore simbolico. Ma non esistono solo cortei, picchetti e la presenza, infatti sempre in Francia troviamo le ZAD (Zone à Défendre), ovvero «spazi rurali occupati dai militanti per impedire progetti speculativi o nocivi per l’ambiente» (Quadruppani 2020).

È dunque da queste realtà sociali che bisogna ripartire, dalla presenza in primis collettiva, perché in un mondo dove viene perseguita la logica dell’individualismo, creare identità collettive è un preciso dovere morale. I Gilet Gialli ne sono un chiaro esempio esempio: la lotta, prima o poi paga.

Chiaro che quelli in cui viviamo ora sono dei temo incerti, dove il solo pensiero di ipotizzare un futuro a lungo termine spaventa. Vorrei quindi lasciare al lettore una citazione del sociologo Arjun Appadurai, dove in poche righe  lancia una previsione carica di speranza. Perché è proprio la speranza la chiave di volta per iniziare a fuggire dalla dimensione del terrore.

 

Nel breve periodo, come possiamo già vedere, sarà probabilmente un un mondo caratterizzato da sempre maggior barbarie e violenza. Sul lungo periodo, una volta liberati dalle costrizioni della forma nazionale, potremo forse scoprire che la libertà culturale e la giustizia nel mondo non presuppongono l’esistenza uniforme e generale dello stato nazionale. Questa eventualità perturbante potrebbe essere il lascito più eccitante per aver vissuto nella modernità in polvere (Appadurai 1996)

 

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Bibliografia:

  • Jacobin Italia, n° 6 – primavera 2020, Alegre, Roma
  • G. Deleuze, 2018, Il Potere, corso su Michel Foucault (1985-1986), Ombre Corte, Verona
  • P. Bourgois e J. Schonberg, 2011, Reietti e fuorilegge, Antropologia della violenza nella metropoli americana, DeriveApprodi, Roma (Ed. or., Bourgois and Schronberg, Righteous Dopefield, 2009)
  • A. Appadurai, 2012, Modernità in Polvere, dimensioni culturali della globalizzazione, Raffaelo Cortina Editore (Ed. or., A. Appadurai, Modernity at Large, Regents of University of Minnesota 1996)

Sitografia:

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