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La Fede Fatata: ovvero come il paganesimo è sopravvissuto in Europa

Un articolo di Matteo Giordani
Nel 380, con l’Editto di Tessalonica voluto da Teodosio, il cristianesimo opera un genocidio di matrice religiosa su larga scala nei confronti dei credenti nelle religioni politeiste, o “pagani”.
Da questo momento in poi il paganesimo passerà da religione praticata apertamente a religione nascosta, perseguitata, ma non per questo cesserà immediatamente di esistere.
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Via via i vari Dei e Dee verranno sostituiti dagli innumerevoli Santi e Madonne che prenderanno il loro posto.
All’inzio questa sostituzione avverrà sotto forma di sincretismo, per cui il santo verrà considerato la “maschera” della Divinità, similmente a come avviene ancora oggi ad esempio nelle religioni afro-americane, che utilizzano i santi cattolici per rappresentare i Loa o gli Orishà.
Tuttavia, se questa consapevolezza è lecito pensare che sia rimasta per qualche secolo, si è sicuramente spenta poco dopo, e difatti in nessun’area d’Europa, anche la più rurale, i devoti a questo o a quel santo considerano più tali figure come maschere di una qualche Deità precristiana.
Eppure ritroviamo, nel folklore, nelle fiabe, nelle leggende e nei racconti popolari, personaggi come Baba Jaga, Perchta, Holda, che sono vere e proprie Dee.
Madama Holle addirittura è presente nella famosa fiaba riportata dai Fratelli Grimm del XIX secolo, l’altro ieri, storicamente parlando.
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E sebbene non vi fossero operatori magici e guaritori popolari apertamente pagani, ritroviamo vari “Fairy Magicians” in tutta Europa, che facevano e in certi casi ancora fanno offerte alle Fate, che a seconda dei luoghi chiamavano ora Vile, ora Rusalki, ora Seely Wights, a questo o a quell’altro Re degli Elfi e a questa o a quell’altra Regina delle Fate.
Una Regina delle Fate che ritroviamo anche in Shakespeare, ma la cui venerazione, nella stessa Isola Britannica del drammaturgo, è costata la vita a molteplici donne e uomini accusati di stregoneria perché la veneravano in Scozia come fosse una Dea.
Lo stesso Canon Episcopi, così come anche Burcardo di Worms, accusano certe donne di venerare, già nel X e nell’XI secolo rispettivamente, Diana, “dea dei pagani”, ed Erodiade.
Entrambe sono presentate, in alcuni successivi processi per stregoneria, così come anche nelle leggende popolari, quali Regine delle Fate.
Erodiade, ad esempio, è Irodeasa o Arada in Romania, la Doamna Zinelor, ovvero la signora delle fate locali o Zine.
Legati a lei vi sono praticanti magici romeni detti Călușari.
Similmente, processioni fatate animano il Medioevo, e numerosi documenti storici e resoconti dell’epoca riportano l’usanza di pulire la propria abitazione e lasciare da mangiare e da bere in cucina o vicino al focolare per un corteo fatato, guidato da una o più di queste figure-capo del Popolo Fatato, che avrebbe mangiato, bevuto, danzato e benedetto la casa e chi vi abitava.
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Alcune persone, considerate speciali dal resto della popolazione, potevano addirittura partecipare a queste processioni, in sogno o tramite visualizzazioni.
Altre volte, con gli stessi mezzi, presenziavano a riunioni fatate al posto dei cortei.
Altre volte ancora andavano a visitare Elphame, il Regno delle Fate, e a rendere omaggio al Re e alla Regina di tale splendido reame.
Nella visita in questo mondo spesso capitava di vedere tra gli elfi anche il fantasma di qualche defunto.
Infatti la stessa processione dei morti è legata a doppio filo alle fate, essendo spesso capitanata da un cacciatore selvaggio come Hellequin (letteralmente “re dell’inferno”, ma che nel “Jeu de la Feuillée” di Adam de la Halle è il re delle fate, che invia a Morgue, Magloire e Arsile, tre fate, una comunicazione recapitata dal suo messaggero Croquesot), Erlkönig (“re degli elfi”) o altre creature fatate.
In Galles egli è Gwyn ap Nudd, che è sia a capo della processione dei morti che del Tylwyth Teg, il popolo fatato.
Sempre in ambito britannico l’orda fatata dello Sluagh è composta da defunti.
Anche nel caso della Caccia Selvaggia vi sono individui che riescono a vedere la processione dei morti e il cacciatore: muoviamoci ad esempio in Friuli e pensiamo ai nostri Benandanti.
Oltre ai “capi”, nella Fede Fatata troviamo anche gli spiriti delle abitazioni, pensiamo al Domovoy russo o al nostro Monacello; fate intese come spiriti di luoghi naturali, che hanno sostituito le antiche Ninfe; piante fatate, come la mandragora, che poteva essere incisa e fungere da Alraun, ovvero da alleato vegetale; gli spiriti degli animali, ovvero gli spiriti familiari o famigli; e infine gli antenati o altri spiriti dei morti.
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Ognuno di essi riceveva la sua offerta, spesso composta da latte o birra e pane, dolci o altre pietanze gustose, che a seconda dei casi venivano lasciate sul davanzale della finestra, sul tavolo della cucina, disperse o appoggiate sulla terra o sull’incrocio tra più strade.
Le fate erano anche molto temute: spesso si pensava che fossero le frecce elfiche lanciate dallo Sluagh a decidere o almeno dichiarare il momento della morte di una persona.
La vita di un bambino era decisa spesso da tre fate, memoria forse delle Moire, che alla sua nascita si avvicinavano alla culla per intessere il suo destino (un eco di questa credenza lo troviamo nella fiaba classica della “Bella Addormentata nel Bosco”).
Le fate potevano addirittura scambiare un bambino umano con un changeling, ovvero un sostituto fatato, che sarebbe deperito via via salvo in caso di specifici rituali per far accorrere la madre fatata a riscambiare il proprio figlio, il changeling, con il bimbo umano.
Le fate potevano anche innamorarsi di esseri umani, come dimostrano le varie storie sulla fata Melusina, eredi dei racconti di amore tra Ninfe e mortali della cultura classica.
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Figure-capo come Madonna Horiente potevano inoltre far mangiare le carni degli animali ai propri devoti e poi effettuare il “miracolo delle ossa”, ovvero riunire le ossa dell’animale appena ucciso nella sua pelle e, con un tocco di bacchetta, ricomporlo e farlo resuscitare. Un simile prodigio lo ritroviamo in epoca precristiana nel mito di Thor che resuscita le sue capre magiche, Tanngnjóstr e Tanngrisnir, gettando le loro ossa sulle pelli dopo che le loro carni erano state mangiate, e benedicendo il tutto con il suo martello, il Mjöllnir.
Oltre a un regno sotterraneo all’interno delle colline, i leader fatati potevano scegliere, quale loro dimora, un monte (pensiamo al famoso Venusberg), un paradiso fatato (come nel caso della Sibilla Appenninica in Umbria, una figura a capo delle fate che viveva nel suo “Paradiso della Sibilla”) o un’isola misteriosa (Avalon e posti analoghi in tutta Europa).
Abbiamo dunque visto che questa religione, la Fede Fatata, ha un aldilà, il Mondo delle Fate.
Ha degli Dei, i capi delle Fate e della Processione dei Morti.
Ha dei fedeli, le donne e gli uomini che lasciano offerte per loro e li incontrano in spirito tramite sogni, scrying e visualizzazioni.
Infine, ha addirittura degli operatori magici, i “fairy magicians” che, in alternativa o accanto alla venerazione dei santi, si rivolgono alle fate e ai loro capi.
Come non vedere qualcosa di inequivocabilmente pagano in tutto ciò?
Forse non siamo abituati a chiamare paganesimo la credenza nelle fate perché via via essa è stata ridimensionata, e per colpa della Disney, dell’urbanizzazione e della conseguente perdita di conoscenza folklorica, siamo abituati a pensare più a Trilli di Peter Pan che a Perchta, Baba Jaga ed Hellequin quando pensiamo alle fate.
Ma se analizziamo in fondo il folklore, troveremo che quelle che pensavamo essere figure della fantasia, in realtà sono state e ancora sono per buona parte delle popolazioni europee, più simili a un pantheon divino, con offerte, rituali e incontri extrasensoriali in estasi e in sogno.
Piuttosto dunque che guardare alle sopravvivenze pagane nei santi e nelle madonne che hanno sostituito gli Dei nei primi secoli dell’epoca cristiana, ma di cui nessuno conserva tuttora consapevolezza del loro status di “maschere” delle Divinità, forse dovremmo rivolgere lo sguardo verso quelle figure, che spesso non amano che si pronunci il nome del Dio cristiano in loro presenza, che all’occhio attento sembrano, e di fatto sono, vere e proprie Deità del folklore che hanno addirittura un loro “paradiso alternativo” (Elphame, Avalon, il Paradiso della Sibilla Appenninica, il Venusberg), che molte volte le ballate, come quella di Thomas il Rimatore, collocano a metà tra il paradiso e l’inferno cristiani.
È dunque in questa Fede Fatata che è rimasto vivo il Paganesimo.
È analizzando i culti fatati che potremo notare come non servano grandi templi per chi ha una ciotola di latte e qualche fetta di pane, un pezzo di dolce o qualche biscotto per i propri Numi Fatati.
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Valentina Sbocchia

Laureata in Antropologia, Religioni, Civiltà Orientali presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna, frequento un Master in Antropologia Medica e Salute Globale presso la Rovira i Virgili (Tarragona, Cataluña).