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La donna albanese, il suo ruolo e le vergini giurate

Si parla spesso del ruolo della donna nei paesi mediorientali o in quelli africani, ma di recente, guardando un film del 2015 di Laura Bispuri (Vergine giurata), mi sono trovato a interrogarmi sulle condizioni femminili in Europa, in particolare in uno dei paesi candidati UE, l’Albania.

Il film tratta delle vicende di una giovane donna che decide di “dichiararsi uomo” grazie a una legge presente nel cosiddetto Kanun, il codice di diritto normativo albanese. Questo, nonostante sia stato abolito, ha lasciato delle tracce profonde, in particolare nelle zone rurali del paese.

Ma andiamo per ordine, questo codice è tradizionalmente orale, la diffusione è affidata agli uomini anziani della comunità, che generalmente godono di un certo rispetto. Il Kanun ha due obiettivi principali: da una parte impone ai differenti clan un certo numero di doveri comuni, il coraggio, la saggezza, la fedeltà della parola data, che chiamiamo anche bessa, e l’ospitalità. Dall’altra parte se questi doveri non sono rispettati, se la parola data non viene mantenuta, c’è l’obbligo ai membri del clan di vendicare il loro onore.

Nell’ideale, unisce, nella realtà quotidiana, divide. La vendetta per esempio, viene trasmessa da generazione a generazione: un morto vuole un altro morto, sangue chiama sangue (Cabanes, 1993:158-159).

Nel paese, questo è considerato un vero problema, tant’è che si sono organizzate associazioni e ONG per cercare di sensibilizzare a riguardo. In accordo con la stampa albanese, nel 2005, circa 600 famiglie con i loro 2000 bambini vivevano in isolamento a causa della legge del sangue (Arsovska, Verduyn, 2008:228).

 

Copertina del film "Vergine giurata"
Copertina del film “Vergine giurata”

 

 

Le vergini giurate

Oltre a questi aspetti, dall’ospitalità alla vendetta, ci sono molti problemi che devono essere analizzati nel contesto della cultura albanese. Lo studio della violenza domestica, e dello stesso ruolo che assume la figura femminile, è molto complicato, perché questo problema è insito all’interno della mentalità patriarcale del paese.

Si fa spesso riferimento ad un mito, ad una figura leggendaria della cultura albanese che esemplifica la condizione della donna nell’immaginario collettivo: la leggenda di Rozafa. La storia di questa figura mitologica racconta che fu murata viva da suo marito e dai suoi fratelli per scongiurare una maledizione che impediva loro di edificare il castello che sovrasta Scutari. Prima di morire murata Rozafa chiese di lasciar fuori almeno un braccio per accarezzare il figlio neonato, un seno per allattarlo ed un piede per dondolare la culla.

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Questa leggenda, tanto tragica quanto cruenta, simboleggia le caratteristiche della donna albanese, la sopportazione, l’abnegazione, l’accettazione del proprio destino perfino in condizioni estreme.

Secondo il codice del Kanun, le donne non possono portare l’orologio, fumare, acquistare delle terre, votare alle elezioni locali, eccetera e sono considerate come proprietà familiare. Questo è dovuto alle costruzioni sociali che nel tempo sono diventate sempre più forti e sono legate agli aspetti del genere, dove la femminilità è vista come accondiscendente e gentile, mentre la mascolinità forte e decisa.

Allo stesso modo è molto interessante notare come questa costruzione può sfumare davanti alla complessità dei significati simbolici che le diverse culture possono offrire. Infatti se una donna non vuole più appartenere al suo genere biologico può transitare ed essere riconosciuta dall’intera comunità come un uomo a tutti gli effetti. Queste, vengono chiamate vergini giurate e pronunciano un giuramento irrevocabile davanti a una dozzina d’anziani del villaggio, resteranno celibi e potranno vivere come un uomo (portare un nome maschile, possedere un arma da fuoco, fumare, bere, suonare della musica…).

 

 

Nel film vengono presi in analisi diversi aspetti non trascurabili. Innanzitutto la registra cerca di creare un protagonista androgino, tant’è che ci troviamo a domandarci sulla sua identità. Vengono presentate diverse caratteristiche che la maggioranza attribuisce al genere maschile e c’è una conferma dell’identità, infatti la protagonista, viene chiamata da tutti “Mark”, questo nome le era stato assegnato dopo la cerimonia, dove ufficialmente era diventata uomo.

La confusione che si vuole creare attorno al personaggio continua: nei flashback che vive la vediamo come una giovane donna che si trova a dover scegliere, seguiamo i passi che la portano a diventare un uomo e  la vediamo spesso trasgredire le regole sociali che le vengono imposte in quanto appartenente al genere femminile.

La complessità di questa tradizione viene anche affrontata dalla giovane nipote della protagonista, questa si dice totalmente estranea e addirittura dichiara di non sapere nulla dell’Albania. Cerca anche di dare una spiegazione alla condizione sociale della zia e la vediamo nella sua “ingenuità” domandare se lei non è semplicemente “una lesbica che si è travestita”.

Questa domanda ai nostri occhi abbastanza semplice se analizzata risulta essere intelligente e molto pungente, infatti non è possibile rinchiudere la situazione della zia – e protagonista – all’interno di semplici schemi culturali e allo stesso modo ci richiama a una riflessione sulla costruzione del genere e sulla sua complessità.

Cosa spinge una donna a prendere una decisione così drastica e incontrovertibile?

Ci sono tre ragioni principali. La prima è legata a una necessità, se in una famiglia nascevano solo figlie femmine era una maledizione e una di esse doveva poi farsi carico del nucleo famigliare, succedendo al padre e dichiarandosi uomo. La seconda è per sfuggire a un matrimonio combinato, se ci si voleva sottrarre a quest’obbligo c’era questa possibilità. L’ultimo motivo, invece, ha radici più recenti, ovvero quando una ragazza non voleva sposarsi affatto o non riconosceva la propria identità poteva dichiararsi burrneshe.

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donna
Una burrneshe nelle montagne albanesi.

 

La vergine giurata svela, dunque:

L’illusione della rigidità dei generi; fa capire quanto essi siano costruiti, culturalmente finti; fa aprire gli occhi sul carattere sempre un po’ arbitrario e convenzionale dei criteri mediante cui stabiliamo che questo è maschile e quest’altro femminile; introduce il senso della possibilità là dove le società tendono a naturalizzare le proprie categorie (Remotti, 172).

 

Bibliografia:

  • Arsovska, Verduyn, 2008, Globalization, conduct norms and ‘culture conflict’: Perceptions of Violence and Crime in an Ethnic Albanian Context, The British Journal of Criminology, Vol. 48, No. 2, March, Oxford University Press, pp. 226-246.
  • Cabanes Bruno & Pierre, 1993, L’Albanie, violence et instabilité aux portes de l’Europe, Esprit, No. 197 (12), Décembre, Editions Espirit pp. 156-161.
  • Remotti F., 2008, Contro natura. Una lettera al Papa, Roma-Bari, Laterza
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Stefano Avanzi

Classe 1998, studente di Beni Culturali all'Università di Torino. Appassionato di civiltà orientali, religioni e antropologia medica. Sogno la giustizia nel mondo e di diventare antropologo.