La distruzione delle Indie: la deriva antropologica del Cono Sud dal XVI al XXI secolo (Parte prima)

Piazze gremite di un popolo stanco, caserme in subbuglio pronte a reagire, dirigenti politici voltagabbana, strade distrutte, negozi saccheggiati. Il Cono Sud del mondo è, nuovamente oserei dire, in procinto di una “rivoluzione” di popolo; un popolo che ha lo spirito rivoluzionario nel proprio sangue, un popolo luchadorIn America latina le prese di posizioni del popolo si sono svolte sempre «tra le piazze e le caserme» (Castronuovo, 2007); un binomio quasi inscindibile in questa parte di continente che ha visto presidenti democratici e caudillos spregevoli; regimi totalitari e sprazzi di democrazia applicata. Una cosa è certa: il Cono Sud del mondo, antropologicamente parlando, è una delle zone più difficili da analizzare. Agli occhi di un profano la mescolanza e la complessità di fondo di ogni singolo paese potrebbe gettare pregiudizi affrettati, dichiarando, come ben sappiamo, popoli pericolosi e dediti alla criminalità per sopravvivere. C’è sempre un filo conduttore che spiega come mai oggi, dopo svariati decenni, l’America latina sia tornata ad essere una bomba ad orologeria. Tutto questo ha delle precise motivazioni storiche che, ripetute fino allo svenimento da autorevoli saggisti e romanzieri come Marquez, Galeano, Neruda, Asturias, Vallejo, riescono a darci un quadro ben più visibile di quello redatto da Victor Von Hagen durante la sue esplorazioni.

 

de Las Casas
SANTIAGO, CHILE – OCTOBER

 

Facciamo un passo indietro e cerchiamo di comprendere il più possibile la radice del problema, di una vera e propria deriva antropologica del Cono Sud; partiamo dall’inizio per poi giungere ai giorni nostri.

Dopo la conquista degli imperi pre-colombiani della corona d’Aragona e di Castiglia (sotto la guida dell’imperatore Carlo V d’Asburgo) ci si chiese, nell’immediato, cosa fare degli abitanti del posto; come renderli produttivi o come sbarazzarsi di questo problema e di evangelizzare il nuovo fiorente impero. Tutte queste tematiche saranno di estrema importanza all’interno della nostra indagine, soffermandoci su alcuni termini in particolare: evangelizzazione e autoctoni. Questi due termini saranno al centro della nostra tematica e di un quadro storico che perdura da quasi cinque secoli. Facendo un balzo storico ci troviamo a Valladolid, nel 1550, e la Giunta si riunisce per discutere sulle nuove terre appena conquistate con il sangue e con il sudore e dell’anima e della cultura indigena così blasfema agli occhi degli spagnoli e che, soprattutto, legittimasse, agli occhi degli altri popoli del vecchio continente, la conquista e lo sfruttamento dei nuovi territori; si doveva assolutamente intervenire. Bartolomé de Las Casas e Ginés de Sepulveda formarono gli schieramenti contrapposti. Prenderemo un piccolo estratto degli atti della Giunta di Valladolid per capire al meglio le posizioni dichiarate:

 

de Las Casas
(a sinistra) Bartolomé de Las Casas, (a destra) Ginés de Sepulveda

 

«I quattro argomenti sono, in verità, quattro motivi di guerra giusta: i peccati contro natura che questi popoli commettevano, come i sacrifici umani, il cannibalismo, l’idolatria e la sodomia; lo stato di servitù naturale e di inferiorità nel quale gli indios si trovavano, che giustificava la loro sottomissione; la necessità dell’evangelizzazione che richiedeva una previa sottomissione violenta degli indigeni per permettere l’annuncio dell’evangelo; la difesa delle vittime innocenti dei sacrifici umani e di altre pratiche contrarie al diritto naturale e al diritto delle genti. Utilizzando un linguaggio moderno, saremmo tentati di definirli quattro buoni motivi di “intervento umanitario”, che potrebbero essere sottoscritti dai neoconservatori occidentali. Basterebbe sostituire “predicazione del vangelo ai popoli infedeli e barbari”, con “esportazione della democrazia a civiltà inferiori”. Con Sepúlveda ha inizio la lunga storia di giustificazioni ideologiche dell’espansione europea e dell’assoggettamento del mondo.» (de Las Casas, de Sepúlveda:1552).

La posizione predominante dell’epoca darà ragione a Ginés de Sepulveda facendo suo quel concetto aristotelico di schiavitù in riferimento a quelle popolazioni barbare appena conquistate. In questo senso Sepulveda, tramite l’espressione dell’ipse dixit farà intendere un passo chiave della politica aristotelica:

«Un essere che per natura non appartiene a se stesso ma a un altro, pur essendo uomo, questo è per natura schiavo: e appartiene a un altro chi, pur essendo uomo, è oggetto di proprietà: e oggetto di proprietà è uno strumento ordinato all’azione e separato. […] Se esista per natura un essere siffatto o no, e se sia meglio e giusto per qualcuno essere schiavo o no, e se anzi ogni schiavitù sia contro natura è quel che appresso si deve esaminare. Non è difficile farsene un’idea con il ragionamento e capirlo da quel che accade. Comandare ed essere comandato non solo sono tra le cose necessarie, ma anzi tra le giovevoli, e certi esseri , subito dalla nascita, sono distinti, parte a essere comandati, parte a comandare» (Aristotele, Politica I, 4-5).

I ricchi resoconti riportati in patria daranno una visione distorta di quella che era la vita per gli Aztechi, gli Inca o i Maya descrivendoli talvolta non esattamente; andando ad analizzare quella che era la pratica religiosa e culturale, la vita sociale di tutti i giorni, la classe politica e, inoltre, la descrizione di quelle enormi ricchezze di cui gli imperi erano fornitori. Ciò che Hernán Cortés, il grande conquistatore, riportò nei suoi manoscritti assomigliò molto alla vicenda cesariana del De bello Gallico, quando lo stesso comandante delle legioni per legittimare la conquista della Gallia sotto gli stendardi capitolini getterà discredito e odio, seppur in maniera velata, per le popolazioni da assoggettare dando in questo modo un’idea sbagliata dell’antropologia di tutte quelle popolazioni che vi abitavano.

 

 

Bibliografia:

  • De Las Casas, de Sepúlveda, 1552. La controversia sugli indios. Valladolid
  • AristotelePolitica I, 4-5
  • Castronuovo, 2007. Tra le piazze e le caserme. Roma:Laterza
Facebook Comments
Translate »