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La danza rende libere. Sheema Kermani e la sua comunità

Premessa

For art, you need to have freedom of speech.
Anybody who questions anything, is termed or blasphemer,
then you can be killed.

Un tema che sempre di più sta penetrando nel discorso pubblico è la sistematica ignoranza dei diritti delle donne. Un chiaro esempio lo ritroviamo nel campo delle retribuzioni salariali. In paesi come l’Italia e la Spagna, la donna guadagna meno non perché riceve uno stipendio più basso degli uomini, ma perché, continuando ad essere una figura principalmente relegata all’ambito domestico e alla crescita dei figli, nel momento in cui una coppia decide di formare una famiglia, generalmente è la donna che si vede a costretta a dedicare tempo pieno alla crescita della prole, “sacrificando” la sua carriera lavorativa, passando da un lavoro full-time a un lavoro part-time (Marchesi , 2012, Esteve et al.2016).  Ma non è lo stipendio non è l’unico punto dell’ elenco, tasse esose per assorbenti e in ultima istanza, recentemente si è aggiunta a questa lunga lista la notizia di un canale Telegram (in realtà ahimè ce ne sono una vasta pluralità) nel quale gli utenti si passano foto e video di ragazze e talvolta minorenni, senza il consenso.

Per quanto riguarda la questione se il patriarcato esista o no, le diverse scienze sociali offrono multiple visioni, spesso discordanti tra loro. Ad esempio, alcune branche dell’antropologia femminista e dei Gender Studies affermano che il patriarcato esista, trattandosi di un’ideologia forte e resistente che induce nella singola soggettività un comportamento machista, chiaramente impregnato di tossicità. È un’ideologia presente in tutto il mondo che, andando a integrarsi con le singole culture produce effetti sociali vari.

Ma è bene che il lettore sappia che ci sono innumerevoli scuole di pensiero1https://www.homologos.net/il-mondo-non-ha-genere-per-una-riconsiderazione-del-femminismo-popolare, https://www.homologos.net/limiti-e-difficolta-del-femminismo-liberale in merito alla questione, un universo di movimenti e voci autoritarie. Ad esempio, nel blog “Antisessismo” si possono trovare degli articoli non solo sui diritti delle donne, ma anche su quelli degli uomini e sulla comunità LGBT che possono aiutare a dissipare dei dubbi preventivi.

A proposito dei diritti delle donne, un caso particolarmente interessante che ho voluto riportare è quello di Sheema Kermani: attivista per i diritti delle donne in Pakistan, che fa della danza e della condivisione le sue armi per combattere in nome dei diritti delle donne a Karachi.

Sheema Kermani

Sheema nacque nel 1951 in una famiglia di classe media a Rawalpindi, ricevendo un’ educazione cattolica presso un convento a Karachi, per poi continuare gli studi accademici artistici a Londra. Coltivando da sempre la passione per la danza e le arti visive, comincerà a muovere i primi passi nell’attivismo negli anni Settanta, usando al posto di megafoni e striscioni ciò che per lei era ed è viscerale: la danza. Organizzando spettacoli per trasmettere il senso di liberazione che le arti performative alla collettività.

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Lo stile di ballo che adotta principalmente in questo periodo è il Bharatanatyam, una delle arti visive più conosciute nel subcontinente indiano, la quale venne appresa da Sheema durante le innumerevoli visite in India. Le difficoltà iniziale per l’affermazione di un movimento così nuovo e così radicale nel contesto storico-geografico di cui parliamo non mancarono, ma dai primi anni Ottanta si afferma come attivista per i diritti delle donne, stabilendosi definitivamente a Karachi.

Proprio qui fonderà il suo movimento chiamato Tehrik-e-Niswan (The Women’s movement) presso un tempio induista, nel bel mezzo di un fitto alveare di culture diverse. Tempio poi che sarà meta di numerose donne oppresse, desiderose di esprimere la propria identità e la propria femminilità in una società soffocante come quella in cui vivono.

A Karachi

Il Barathanatyam non è il solo stile di ballo praticato. Infatti Sheema e la comunità femminile che si è creata attorno, adottano anche il Kathak, un’altra tradizionale danza indiana. Tutte le donne qui presenti hanno una cosa in comune, ovvero l’idea che l’arte sia equivalente alla libertà di pensiero. Qui la danza rappresenta un significato ben preciso: sentirsi donne libere in una società patriarcale e rigidamente religiosa. Essendo di varie estrazioni culturali e religiose come in questo caso , l’oppressione trascende la sua dimensione etnica e approda in una dimensione di genere.

Infatti a tutte le danzatrici sono sempre state imposte pratiche del corpo, principalmente dall’ambiente familiare. Viene detto loro di nascondere il proprio corpo, di non essere espressive e di provare un sistematico senso di vergogna nei confronti della loro condizione. L’obbiettivo prefissato è di sovvertire queste dinamiche patriarcali attraverso l’opposto di ciò che è stato detto loro di fare: vestirsi come più piace, di danzare e di essere orgogliose di se stesse (Shah 2018).

 

danza

 

Uno dei molti casi è quello di una signora che dopo essersi sposata e aver conosciuto la libertà della danza è stata più volte percossa dalla famiglia del consorte, finché l’unica possibilità di rimanere in vita fu fuggire. Questo è uno dei casi archetipici che si raccontano tra le sale da ballo del tempio. Ma è anche una di quelle storie che ispirano le figlie delle donne fuggite, lasciando intravedere la possibilità di un futuro in cui le giovani generazioni potranno districarsi e uscire da un groviglio di norme di genere imposte e presupposte dalla società. (Shah 2018)

 

La diffusione

Sheema però non si ferma solo a Karachi, ma si muove in tutta la regione e non solo, raggiungendo luoghi più strategici per il progetto, come ad esempio ospedali ostetrici. Luoghi «Focused on women healt» si raccomanda lei. Infatti dopo essersi sparsa la voce i cortili di queste purtroppo fatiscenti strutture sanitarie pullulano di giovani ragazze accorse per vedere lo spettacolo. Perché di questo si arma Sheema, di performances e balli, non prima però aver raggiunto il nocciolo del suo progetto.

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Quando la folla è tutta riunita, un’ equipe di attori mette in scena un’episodio di violenza domestica e di genere. L’obbiettivo è quello di ricreare il trauma con il quale le giovani spettatrici il più delle volte si identificano. Questa è una fase cruciale, una parte dove la percezione della propria esistenza viene in parte sovvertita. Come spiega Maria Moïse, «la paura di ribellarsi mette le radici nella solitudine. Se altri vivono la mia stessa paura, non sono più sola». (Moïse 2020)

 

danza

 

Al termine dello spettacolo, è il momento per le partecipanti di raccontare la propria storia, la condivisione della sofferenza sistematicamente prodotta e riprodotta da ataviche logiche. La formula del «Se siamo in tante ad aver paura, non fa più così paura» viene giustificata dal fatto che « i rapporti di forza si modificano e le valutazioni strategiche non sono più elaborazioni solitarie» (Moïse 2020).

Conclusione

Si è visto dunque come le arti performative, vengono recepite come pratiche estetiche riflessive, dove «gli attori producono se stessi come agenti identificabili» (Bassetti 2008). Così facendo fuoriescono da una situazione di isolamento domestico e di genere.

 

danza

 

Ma questo è quello che succede nel singolo. A livello comunitario c’è sicuramente un obbiettivo di prevenzione per le prossime generazioni, ma ben più importante è la dinamica tale per cui la comunità si consolida. Questa compattezza è il prodotto di una «ritualità che produce appartenenza», la quale poi «scioglie il senso di isolamento e aiuta a identificarsi più nelle aspirazioni collettive che nei rischi individuali» (Zamponi 2020).

Avviene dunque una duplice operazione, “durkheimiana” aggiungerei. Superare il trauma creando una comunità e al contempo c’è la prevenzione futura del trauma attraverso la comunità: nessuna è sola.

There’s some magic in the performing arts, you can change you life, you can change your enviroment. the power is within you. Sheema Kermani

 

Bibliografia:

  • Bassetti C. (2008) Tesi di dottorato: La danza come agire professionale, corporeo e artistico. Univ.Trento
  • Esteve A., Devolder D., Domingo A., (2016). La infecundidad en España. Perspectives demogràfiques. 001:1-4
  • Marchesi M., (2012) Reproducing Italians: contested biopolitics in the age of ‘replacement anxiety’. Anthropology & Medicine Vol. 19, No. 2:171–188
  • Moïse M., (2020) Ribellarsi al Trauma. Jacobin Italia, n° 6 -primavera 2020 (pp 58/63), Alegre, Roma
  • Zamponi L., (2020) Il cinismo, l’altra faccia della paura. Jacobin Italia, n° 6 – primavera 2020 (pp 64/67), Alegre, Roma

 

Sitografia:

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