L’ “Ombelico del Mondo”: teorie ecologiche sulla fine dell’Isola di Pasqua

Su Rapa Nui (“Grande Roccia” oppure “Ombelico del Mondo”), meglio conosciuta come “Isola di Pasqua” se ne sono davvero dette di tutti i colori. I colossi di pietra, i moai, e la storia della scomparsa di quasi la totalità della popolazione isolana sono ancora saldamente al centro delle ipotesi più fantasiose. Ciò è certamente male, antropologicamente parlando, perché tali teorie “profane” non concedono nulla all’intelligenza e alle capacità degli abitanti polinesiani dell’ isola nel Pacifico. In questo articolo non parleremo particolarmente dei famosi moai quanto più delle numerose teorie legate alla scomparsa dei suoi costruttori.

 

 

Isola di Pasqua
Isola di Pasqua (tratta da Wikipedia)

L’ “Ombelico del Mondo”

Rapa Nui, isola della Polinesia, misura 63 km quadrati, dista 3600 km dalla costa del Cile e 2700 km dalle isole Pitcairn, un vero ombelico dell’Oceano Pacifico. Presenta quattro vulcani inattivi: Poike, Rano Kau, Rano Raraku e Terevaka. Al giorno d’oggi si presenta quasi completamente brulla e priva di vegetazione.

Partiamo da un fatto assodato dagli studiosi: delle migliaia di individui che dovettero abitare l’ isola all’ apice della civiltà, nel 1877 ne rimanevano appena 111. Dalla metà del XVIII secolo i contatti degli isolani con gli europei furono sempre più frequenti e le malattie introdotte da questi ultimi falcidiarono la popolazione che , forse, già dal XVII secolo aveva iniziato a ridursi. Nel 1862 avvenne la deportazione in Perù, ad opera di alcuni schiavisti, di  parte della popolazione compreso l’ ultimo “ariki mau”, il sovrano miru dell’ isola polinesiana.  Coloro che fecero ritorno dalla schiavitù portarono a loro volta malattie contratte in America.

Ma quali furono le ragioni che portarono tra la fine del XVIII secolo e i primi anni del XIX secolo all’ abbattimento di tutti i moai che si ergevano lungo la costa, sopra piattaforme di pietra chiamate ahu? All’epoca della scoperta ufficiale dell’isola da parte degli europei, nel 1722, le fonti indicano che la cultura dei moai era ancora attiva e gli ahu ne erano ancora ornati. Già nel 1786 l’esploratore francese La Perouse constatò che nel sud di Rapa Nui molti di essi erano stati abbattuti o danneggiati. Presso la baia di Hanga roa, secondo la testimonianza dell’ ammiraglio Du Petit- Thouars, tutti i moai furono rovesciati prima del 1815 . Quelli presso la baia di Tahai nel 1837 erano ancora intatti e al loro posto. Nel 1866 i missionari cattolici non videro una sola statua eretta e al suo posto in tutta l’Isola di Pasqua. Presso il vulcano Rano raraku diverse statue rimaste incompiute o abbozzate sono ancora incastonate alla parete vulcanica.

 

La teoria del “collasso”

Una delle teorie più diffuse riguardo alla fine di questa straordinaria cultura è stata avanzata da Jared Diamond nel suo best seller “Collasso”. Diamond parla di un “ecocidio” perpetrato inconsapevolmente dalla stessa popolazione isolana. Nel 1200 un piccolo gruppo di navigatori polinesiani provenienti dalle isole Marchesi capitanati, secondo le narrazioni degli abitanti, da Hotu Matu ha si insediò in quella piccola oasi rigogliosa a tre o quattro settimane di viaggio con una delle classiche doppie canoe polinesiane, come dimostrato dal viaggio del Kon Tiki di Thor Heyerdahl. Questi coloni erano agricoltori che adottavano la tecnica del “taglia e brucia” e in due secoli la loro popolazione aumentò a dismisura raggiungendo probabilmente le diverse migliaia. L’aumento demografico portò alla scomparsa della foresta, la morte di ogni animale sull’isola (eccetto il pollame) e l’ impoverimento del suolo stesso.

 

 

Isola di Pasqua
Imbarcazione polinesiana (tratto da “Hawaiian voyagin traditions”)

 

 

La scomparsa del legname provocò inoltre l’ impossibilità di costruire imbarcazioni per la pesca (o l’ emigrazione). Secondo altre teorie infine fu la stessa costruzione dei moai (i quali sembra richiedessero grandi quantità di tronchi per il loro trasporto) a causare parte della scomparsa della vegetazione isolana. Ad affrancare tali ipotesi vi sono narrazioni isolane le quali pongono spiccato accento sull ’importanza del legno, tanto che in alcune di esse un tronco d’ albero può diventare oggetto di eredità. Sulla progressiva scomparsa di alberi lo stesso navigatore inglese James Cook  indica come nel XVIII secolo l’ isola apparisse brulla e quasi totalmente priva di vegetazione.

 

Cannibalismo: gastronomia, leggenda o ritualità?

Un ultimo elemento che ha fatto parecchio discutere gli studiosi è stato il cannibalismo presente sull’ isola. I teorici dell’ “ecocidio” lo ricollegano all’ assenza di fonti di proteine alternative. Prove archeologiche legate al ritrovamento di pollai risalenti al 1600 testimonierebbero, però, l’ esistenza di fonti proteiche. In realtà è possibile che le storie legate all’ antropofagia siano frutto dell’ immaginario europeo: gli stessi missionari e studiosi (come E.Eyraud)   in realtà non ci hanno lasciato nessuna testimonianza diretta.

Ewald Volhard nel suo saggio intitolato “Il cannibalismo” racconta però di come forme di antropofagia fossero una consuetudine in contesti di guerra e soprattutto rituali (la famosa gara del Tongata manu, l’ Uomo uccello). Cita la presenza di una caverna (ai piedi del vulcano Rano kao) chiamata in lingua rongo Ana- Kataingata (“caverna dove si mangiano uomini”) e di apposite capanne in cui conservare i prigionieri prima dell’ esecuzione. Volhard sostiene l’ ipotesi del cannibalismo come forma di assunzione del mana, la forza vitale immanente, dell’ avversario ma non ci sono prove certe che tale pratica avesse a che fare con esso.

 

 

Isola di Pasqua
Incisione sulla scogliera di Orongo del “Tongata manu”. Veduta di Motu Nui.(Tratto da National Geographic)

 

 

Effettivamente alcuni racconti isolani menzionano il cannibalismo come atto di vendetta e di umiliazione nei confronti degli avversari, come testimonia il racconto dell’ abbattimento dell ’ultimo moai. Va sottolineato però come spesso nella cultura polinesiana si adotti una forma espressiva chiamata “singolare di parentela”: tale forma espressiva permetteva ai capi e ai personaggi di rango di rivendicare come propri o appena compiuti atti invece avvenuti molto tempo prima, magari dagli antenati di questi. Poter dire al nemico “io ho ancora pezzi di tuo padre tra i denti” sembra potesse risultare per un uomo un grande onore.

La teoria del “successo”

Di recente questa storia però ha subito notevoli critiche ed alcuni studiosi hanno cercato di ricostruire una vicenda in parte molto diversa. Partiamo dal fatto che probabilmente l’ insediamento sull’ isola sia stato causato da più fenomeni migratori tra l’800 e il 1200 non solo dalle isole Marchesi ma anche dall’isola di Mangareva, come testimoniano le stesse leggende Rapa Nui sui Corti e i Lunghi Orecchi. Lo studioso Carl Lipo, della Binghamton University, sostiene che gli ultimi migranti giunti sul posto introdussero inconsciamente un compagno di viaggio inaspettato: il topo polinesiano. Questo roditore contribuì più di tutti alla deforestazione nutrendosi delle ghiande e delle radici della flora locale. Con la flora scomparvero molte altre specie di animali. Gli abitanti allora si adattarono allevando polli e nutrendosi degli stessi topi e di patate dolci (kumara).

Come riporta J.B. MacKinnon gli archeologi hanno esaminato gli antichi cumuli di rifiuti sull’ Isola di Pasqua cercando ossa di scarto ed hanno trovato che il 60% delle ossa provenivano dai topi introdotti. Quella di Lipo allora è da considerarsi come la storia non di un collasso ma di un successo di adattamento, per quanto precario fosse. Alcuni studi sui resti umani, tra l’ altro, avrebbero ipotizzato che almeno fino al 1400 (due secoli prima dell’ inizio del totale declino della civiltà “isolana”) la dieta della popolazione fosse composta in buona parte da pesce: i pasquensi allora, almeno fino a quella data, erano ancora in grado di produrre canoe da pesca. Gli stessi studi hanno riportato come probabilmente i pasquensi fossero, almeno dal 1200, in grado di produrre dei concimi organici per il terreno.

 

Miti da sfatare

Da sottolineare è anche come la stessa società isolana fosse improntata all’ equilibrio: le piccole guerre isolane (forse solo esageratamente narrate dai locali come di proporzioni “epiche”) sono state a lungo considerate una modalità di contenimento demografico. La stessa idea di regalità testimoniata da A. Metraux  (“Isla de Pascua“) non fa altro che sottolineare l’ attenzione al fragile ecosistema isolano, di cui l’ariki mau è garante. Gli eventi come l’erezione dei moai ma soprattutto la pratica della gara dell’ “Uomo uccello” sono essi stessi fenomeni di controllo per l’ equilibrio del potere tra i due distretti dell’ isola, le “tribù” e i diversi lignaggi. La stessa presenza di numerosissimi tabù culturali (legati alle elitè ma anche alle risorse del luogo) potrebbe essere indice di ciò. Lipo di conseguenza rifiuta la teoria secondo cui una società così attenta e organizzata possa essersi così ingenuamente autodistrutta.

Altra leggenda sfatata dai ricercatori sembra legata al trasporto dei moai su dei grandi rulli di legno. L’ altezza media dei 300 moai trovati sembra aggirarsi attorno ai quattro o cinque metri di altezza. Il più alto, chiamato Paro (l’ ultimo gettato a terra secondo le leggende), eretto presso l’ahu di Te pito te kura raggiunge i dieci metri. E’ possibile che grossi tronchi venissero effettivamente utilizzati per il trasporto di quei colossi che superavano i 10 m di altezza ma ne sono stati trovati solamente due, tra l’altro incompiuti e ancora ancorati alla parete del Rano raraku: uno sarebbe misurato quindici metri di altezza. Il più grande ne misurerebbe addirittura diciotto: un vero colosso. La maggior parte dei moai, come studiato da R.F. Heirzer nel 1990, venivano trasportati verso le rive con complessi sistemi di cordami e leve facendoli oscillare.

 

 

Moai ancora incastonato al Rano raraku (tratta da Wikipedia)

Guerrieri o pacifisti?

Risultato della “teoria del collasso” sarebbe stato inoltre lo scoppio di numerosissime faide tra i gruppi locali e il genocidio organizzato di interi gruppi (da ricordare la famosa narrazione isolana sul come i Corti Orecchi sterminarono i Lunghi Orecchi). Queste faide, secondo numerosissime leggende, si sarebbero concluse di volta in volta con l’ abbattimento dei moai dei clan sconfitti. Douglas Owsley, capo della divisione di Antropologia fisica del Museo Smithsonian di Storia naturale studiando i crani di 469 isolani ha scoperto che solo due di questi presentano lesioni di mata’a, la famigerata arma da taglio in ossidiana utilizzata, secondo Diamond, nelle brutali guerre civili. Sia Lapo che Owsley si riferiscono al mata’a come uno strumento nato non principalmente con scopo offensivo ma piuttosto multiuso. I pasquensi quindi non hanno mai prodotto utensili con lo specifico scopo di uccidere: questo non vuol dire ovviamente che fossero dei “pacifisti”, piuttosto mette in dubbio che le feroci guerre tribali narrate dagli isolani non fossero più che piccole scaramucce.

 

 

Mata’a (tratto da National Geographic)

Malattie e conclusioni

Agli occhi degli studiosi, però, viene data quasi per certa l’ ipotesi di un calo demografico a causa delle malattie d’ importazione. Secondo Metraux nel 1722 l’ isola contava attorno ai 2000 e 3000 polinesiani, negli anni ’50 del XX secolo meno di 200. Ipotesi più che plausibile è che fin dall’ arrivo dei primi esploratori europei arrivarono con essi anche malattie verso le quali i nativi non erano immuni. La tratta degli schiavi in Sud America di parte della popolazione e il ritorno nella tera natia dei pochi tra questi sopravvissuti introdusse altre nuove e micidiali forme di contagio.

 

 

Isola di Pasqua
Abitanti dell’Isola Di Pasqua in “costume tradizionale”.

 

 

In definitiva non è facile individuare dove sta il vero e dove sta il falso, i misteri legati all’ Isola di Pasqua sicuramente continueranno a colpire l’ interesse non solo degli studiosi, ma anche dei “profani” del mestiere. La ricerca di sicuro non può che continuare. Collasso a causa dell’ eccessivo sfruttamento oppure successo di adattamento che sia, questa storia non può che insegnarci qualcosa lasciandoci un monito: viviamo in un mondo con un fragile ecosistema retto da un altrettanto fragile equilibrio. Ameno che l’ essere umano non sia disposto ad adattarsi ad una sempre più incalzante carenza di risorse, come hanno fatto gli abitanti di Rapa Nui, “l’Ombelico del Mondo”, dobbiamo imparare a preservarlo a tutti i costi, con atteggiamento critico e intelligente verso l’ambiente e il suo sfruttamento. Soprattutto per farlo dobbiamo ritrovare un equilibrio in noi stessi: cos’ è la Terra stessa se non un’ isola circondata dal vuoto, un Ombelico dell’Universo?

 

 

Bibliografia:

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Nicolò Favotto

Studente e prossimo alla laurea triennale in Storia e Antropologia presso l'Università Ca Foscari di Venezia. Amante dei viaggi (di volontariato e anche non) e della lettura. Interessato alla disciplina su più livelli (sia in termini di tempo che di spazio) ma in particolare e soprattutto all'ambito delle religioni, dei culti e dell'identità etnica legata ed esse oltre che per situazioni sociali in cui molte "culture tradizionali" vertono oggi. Credente e a tratti "superstizioso" ha un certo interesse anche per il mondo della divulgazione orale e della scrittura.

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