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L’interculturalità delle pratiche mediche: sciamanesimo e biomedicina

Menéndez e i modelli medici

A seguito di una ricerca sul campo basata sull’analisi di quali fossero le cause di morbilità e mortalità più diffuse in Yucatán e delle pratiche a cui la popolazione ricorreva in caso di una malattia, Menéndez1Menéndez è attualmente uno dei maggiori esperti di antropologia medica in America Latina. Insegna al CIESAS (Centro de Investigaciones y Estudios Superiores en Antropología Social) in Messico e al Master di Antropologia Medica alla URV, Tarragona, Cataluña. (1992) delineò le basi di tre modelli medici: quello egemonico, quello alternativo subordinato e quello di automedicazione.

Il primo richiama chiaramente la medicina occidentale, caratterizzata per essere una scienza basata sul pragmatismo, sull’astoricità, sull’essere una tecnica decontestualizzante che opera attraverso una separazione dicotomica tra mente e corpo, dunque omettendo la totalità dell’esperienza della malattia così come i contesti culturali in cui essa si riscontra. Tale medicina si pone in una posizione di dominio, essendo una pratica che si caratterizza per il suo utilizzo di massa sotto la spinta di un processo di medicalizzazione messo in atto dalle organizzazioni, dai governi occidentali così come quelli locali.

A trovarsi in una posizione subalterna è invece il modello alternativo, comprensivo di pratiche mediche basate sull’efficacia simbolica, su una concezione olistica della malattia ma che allo stesso tempo presenta un approccio astorico e una relazione asimmetrica tra guaritore e paziente, poiché comprende tutte quelle pratiche alternative o complementari, come l’ayurveda o l’agupuntura, che, se da un lato vengono riconosciute come tecniche tradizionali, dall’altro si rivelano delle vere e proprie derivazioni del modello egemonico nel momento in cui vengono utilizzate in contesti non originali, modificate e adottate dai nuovi movimenti New Age.

 

Eduardo Menéndez

 

Viceversa, il terzo modello è il primo livello esistente di attenzione alla malattia: le modalità attraverso cui affrontare la sofferenza e le decisioni in merito a quale sistema medico rivolgersi sono prese in considerazione dal soggetto interessato e, il più delle volte, dall’intero nucleo famigliare. In Yucatán, sebbene la maggioranza della popolazione indigena riconosca l’efficacia della biomedicina, i centri di attenzione primaria non vengono frequentati assiduamente. Al contrario, le persone preferiscono limitarsi ad affrontare un processo di guarigione all’interno delle proprie abitazioni, fatto che secondo Menéndez rende il modello di autoattenzione il punto di partenza attraverso cui analizzare in che misura la popolazione locale faccia ricorso alla medicina egemonica e a quella tradizionale (Menéndez 2016:114).

La pretesa dell’interculturalità in Messico

In Messico, il concetto di interculturalità applicato alla salute iniziò a essere preso in considerazione dalle istituzioni e dagli intellettuali dell’epoca a partire dagli anni ’70: la volontà era quella di legittimare le pratiche mediche locali e di evitare discriminazioni nei confronti delle comunità indigene. Negli anni a venire, si attuò una politica incentrata sulla possibilità di creare una relazione egualitaria tra i differenti tipi di medicina, attraverso la costruzione di spazi appositi in cui esercitare le pratiche popolari, la legittimazione di parteras empiricas per ridurre il tasso di mortalità infantile e di curanderos tradizionali (Menéndez 2016:111).

Tuttavia, la mal riuscita di questa pretesa di interculturalità, secondo Menéndez, si evidenziò proprio per il fatto di essere una volontà portata avanti dagli accademici e dalle istituzioni: le popolazioni indigene non furono interpellate, tanto meno non fu preso in considerazione il fatto che la biomedicina fosse una pratica già incorporata da tempo, e che i giovani non fossero minimamente interessati a un ritorno delle tecniche tradizionali. Vi era, infatti, la pretesa di acquisire più conoscenze occidentali e di diventare dei professionali della salute, in un luogo oramai caratterizzato dalla costante diminuzione di sciamani e di guaritori “non ufficiali”, in cui il processo di medicalizzazione avanzato dalle volontà occidentali a partire dal secolo XIX andava a ricoprire un posto sempre più essenziale nelle scelte di guarigione (ivi, p.112).

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Ebbene, le modalità attraverso cui le persone conducevano la propria vita nel quotidiano non furono fattori analizzati, in quanto non si comprese minimamente che i saperi occidentali già erano penetrati nelle concezioni della malattia, e che le tecniche scientifiche erano da tempo entrate in relazione con le modalità d’utilizzo delle pratiche locali:

De tal manera que los interculturalistas buscaron lo que persiste más que lo que cambia. Dado que lo primero asegura pensar en términos de identidad, cosmovisión y diferencia, sobre todo para los que buscaban legitimar los derechos de los pueblos originarios. Pero más allá de estos intentos de legitimación, que comparto, subrayo que, en función de estos objetivos, una parte significativa de las intervenciones interculturales en salud, así como de las etnografías realizadas por antropólogos tendieron a excluir de sus intervenciones y de sus etnografías los usos crecientes de la biomedicina por los grupos étnicos. Así generaron una imagen de los mismos que no correspondía a lo que realmente ocurría.2 Menéndez E. 2016 Salud intercultural: propuestas, acciones y fracasos «Ciência & Saúde Coletiva» 21(1) p.114

Gli intellettuali concepirono la medicina tradizionale come una pratica incompatibile e opposta alla biomedicina. All’ombra delle speculazioni accademiche su come organizzare e mettere in atto pianificazioni statali per ridare il giusto peso alle tecniche popolari, l’efficacia simbolica dei farmaci continuò a plasmare e a modificare l’immaginario collettivo dei processi di malattia e guarigione, facendo sì che la biomedicina fosse concepita e attuata secondo le concezioni indigene e come parte integrante della medicina indigena, rendendo vani i tentativi proposti dalle organizzazioni, la cui tendenza era quella di ricalcare le differenze tra i diversi sistemi di pensiero, quando in realtà a rendere possibile l’incorporazione e una buona integrazione dei saperi biomedici in Messico fu proprio la loro complementarità con le pratiche indigene.

Knipper: l’interrelazione dei modelli medici

La necessità di superare la classica distinzione tra medicina locale e occidentale e di possedere una visione realmente interculturale sull’interrelazione tra modelli apparentemente inconciliabili fu sollevata anche da autori come Knipper durante un lavoro sul campo in Ecuador (in Johannessen e Lazar, 2006). Il ricercatore, che vent’anni fa arrivò presso i naporuna in veste di antropologo e principalmente di medico, si dovette approcciare alla percezione delle pratiche terapeutiche della comunità basate sulla concezione di samay, ovvero di anima, forza vitale, personalità, un concetto indigeno rimodellato dalla popolazione locale su base della loro conoscenza della medicina occidentale.

 

 

La maggior parte delle volte, quando le persone si ammalavano, l’aiuto di Knipper veniva percepito come essenziale, ma non nella maniera in cui in Occidente la figura del medico viene rivestita del suo ruolo e della sua utilità: il processo di guarigione veniva rappresentato e messo in atto attraverso una prospettiva puramente locale, in cui il medico veniva affiancato anche da uno sciamano, nello specifico da un yachak. Un giorno, una famiglia del posto si presentò nello studio dell’antropologo in cerca di aiuto.

La loro bambina, Maria, era stata affetta da un’improvvisa debolezza. L’unico ospedale disponibile all’epoca si trovava decisamente troppo lontano dal villaggio: Knipper le somministrò un farmaco antiparassitario. In seguito, la famiglia si ripresentò scongiurandolo di dirigersi presso la loro abitazione, poiché Maria era svenuta e aveva iniziato a perdere sangue dall’intestino. Nella casa, affianco all’infante sdraiata sul letto, si trovava anche uno sciamano che per tutta la notte successiva soffiò fumo di tabacco sulla testa della malata.

Sciamanesimo e biomedicina

Quello che fu chiesto all’antropologo fu di somministrare una soluzione zuccherina endovenosa, cosa che a Knipper risultò alquanto inutile per lo stato in cui la bambina riversava, ma il solo gesto di iniettare, secondo la concezione locale di medicina occidentale, deteneva un senso e un’efficacia a livello simbolico, laddove la somministrazione endovenosa presentava una relazione con il concetto indigeno di samay e di corpo. L’iniezione era percepita come un mezzo attraverso cui aiutare l’anima della sofferente a rinvigorirsi. A essere fondamentale era il gesto in sé e per sé (in Johannessen e Lazar, 2006:141).

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Come attesta Knipper, la legittimazione del pluralismo medico è un problema d’interesse principalmente accademico e teorico (ivi, p.139) che già da tempo detiene un’importanza pratica nella vita quotidiana delle popolazioni locali: samay, che significa il potere delle persone di poter agire e di detenere una resistenza spirituale, non è un concetto costante, bensì fluido, può variare nel tempo e nello spazio, può aumentare o diminuire, sia mediante l’azione di uno sciamano che quando si viene afflitti da una malattia grave.

Come nel caso di Maria, quando un bambino è debole o vulnerabile, il yachak soffia fumo di tabacco: l’atto di soffiare è samay, passaggio di forza vitale. Allo stesso tempo, le iniezioni zuccherine che vengono prescritte in caso di stanchezza e di disidratazione vengono percepite come portatrici di samay, poiché sono ritenute utili, efficaci da un punto di vista pragmatico, dunque efficaci da un punto di vista simbolico, e per questo sono percepite come significative e necessarie durante l’assistenza al malato, in vista di una sua guarigione (ivi, p.144).

 

Pratiche terapeutiche: sciamanesimo
Yachak (sciamana) dell’Ecuador

 

Risulta chiaro come la medicina occidentale non si presenti come un corpus di conoscenze applicate direttamente nella quotidianità senza essere negoziata e senza subire un processo di plasmazione culturale. Allo stesso modo di come in Occidente le CAM3Medicine alternative e complementari sono caratterizzate dal rimodellamento di pratiche mediche e di concezioni della malattia provenienti per lo più dall’Oriente, la biomedicina si caratterizza per essere sì una tecnica egemonica utilizzata come arma contro le “superstizioni” e le pratiche terapeutiche locali (Comelles, 1996), ma che allo stesso tempo subisce un processo di incorporazione e, conseguentemente, di “esotizzazione”, in luce del fatto che viene dotata di nuovi sensi e significati presso le società in cui vigono altri sistemi di pensiero e di interpretazione della realtà.

Il problema dell’interculturalità si fa sempre più evidente in quei luoghi geograficamente e culturalmente distanti dall’Occidente, e non solo. Gli attuali discorsi sul diritto alla scelta terapeutica, biomedica e non, sollevano sempre più la necessità di una rivisitazione del paradigma scientifico, soprattutto per quanto riguarda la relazione tra medico e paziente e la comprensione della sofferenza nella sua totalità.

 

 

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Bibliografia:

  • Comelles J. M., 1996, Da superstizione a medicina popolare. La transizione di un concetto religioso a uno medico. «Rivista della Società italiana di Antropologia Medica» 1-2/ ottobre, p.57-87
  • Johannessen H., Lazar I. (a cura di), 2006, Multiple Medical Realities. Patients and Healers in Biomedical, Alternative and Traditional Medicine. New York, Berghahm Books
  • Menéndez E., (2018) [1981], Poder, estratificación social y salud. Análisis de las condiciones sociales y económicas de la enfermedad en Yucatán. Tarragona, Publicacions URV
  • Menéndez E., 1982, Modelo hegemónico, modelo alternativo sudordinado, modelo de autoatención. Caracteres estructurales in Menéndez E., La antropología médica en México. México, Universidad Autónoma Metropolitana, pp.97-113
  • Menéndez E., 2016, Salud intercultural: propuestas, acciones y fracasos. «Ciência & Saúde Coletiva» 21(1):109-118
  • Quaranta I. (a cura di), 2006, Antropologia medica. I testi fondamentali. Milano, Raffaello Cortina Editori

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Valentina Sbocchia

Laureata in Antropologia, Religioni, Civiltà Orientali presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna, frequento un Master in Antropologia Medica e Salute Globale presso la Rovira i Virgili (Tarragona, Cataluña).