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Jeff Buckley, l’asceta della voce

Jeff Buckley – Introduzione

Una Sirena nella Nebbia

L’intenso fischio delle sirene antinebbia ti prendeva il collo e ti toglieva il senno […] gli enormi battelli andavano e venivano, mostri di ferro venuti da qualche abisso, navi che facevano impallidire qualunque altro spettacolo. Da bambino, magro com’ero, introverso e colpito dall’asma, quel suono era così forte, così avvolgente, che me lo sentivo in tutto il corpo e mi faceva sentire vuoto. C’era qualcosa là fuori che mi poteva inghiottire.
Bob Dylan 1Chronicles (Volume 1), quinto capitolo

 

Il Vuoto. L’insondabile essenza dell’eternità, che sanguina copiosamente da queste righe, (nelle quali l’autore descrive una scena della propria infanzia nella sua città natale: Duluth), può servire a proiettarci verso uno dei possibili ingressi in quell’intricato labirinto di specchi che è il parlare di un artista come Jeff Buckley.

 

Jeff Buckley
Jeff Buckley

 

Parlare e scrivere di musica, e più generalmente di arte, è un arma a doppio taglio: più insegui le razionalizzazioni, i concetti e i simboli, attraverso i quali le tue impressioni ed emozioni si sono edulcorate e generalizzate, più ti allontani da quell’imprinting, slegato da principi causa-effetto che hai ricevuto. Non si dovrebbe scrivere di arte, tantopiù di musica.

Umberto Eco diceva che la buona critica dovrebbe essere capace di spiegare al lettore perché l’oggetto dell’analisi sia risultato valido ed interessante, e non perdersi in una serie  di dogmatiche sentenze volte a rintronare il lettore sul fatto che ciò di cui si stia parlando sia “oggettivamente bello”.

Chiarito il fatto che l’oggettivamente bello sia una mera illusione, e che se esistesse, l’arte stessa diventerebbe un impolverato soprammobile sullo scaffale dell’umanità, prendiamo questi araldi del significato inesprimibile, fuggiaschi e latitanti a vita dell’etichettabile, e cerchiamo di captarne le vibrazioni. Non riusciremo mai a capire e non riusciremo mai a vedere attraverso di loro e scorgerne i lineamenti interiori.

Tutto ciò che potremo fare è sederci sul molo, con lo sguardo rivolto al mare coperto da banchi di nebbia, e sentire la vibrazione della loro esistenza travolgerci, come quella sirena che Dylan dipinge con le parole, e renderci tutt’uno con loro.

Prima di Jeff Buckley – Dream Letter

Non era ancora nato, e già veniva costituendosi per lui un’eredità. Non si parla di una misurabile, concreta eredità in denaro, ma di un lascito artistico contradditorio e impalpabile. Nella giungla americana degli anni 60, tra jukeboxBritish invasion, Vietnam e Greenwich Village, vi era infatti Tim Buckley (1947 – 1975), nato a Washington da una famiglia di origini Irlandesi e Italiane, fu un cantautore della stessa generazione di Jim Morrison e Janis Joplin e altre figure di culto degli anni ’60, con una carriera relativamente breve ma assai prolifica (pubblicò dieci album tra il 1966 e il 1972).

 

Tim Buckley - biografia, recensioni, streaming, discografia, foto ...
Tim Buckley

 

Partì  da uno stile che germina dalle influenze folk rock dylaniane in pieni anni 60′, per poi successivamente costruirsi in un arco di maturazione artistica, un proprio stile personale. Qui si sarebbero incotrate un’infinità di diverse sonorità: dal Jazz multiforme e in continua evoluzione di Miles Davis, fino alla sperimentazione a briglie sciolte di Frank Zappa. Tutto però, intessuto in una chiave unica e imperscrutabile, con quella magnetica voce, dotata di un’estensione fuori dal comune, in grado di passare dalle frequenze più basse ai cieli tersi del suo falsetto.

Non esiste mai un’unica caratteristica per ogni musicista. Se si volesse tuttavia trovare un filo conduttore nella produzione di Tim Buckley, sarebbe quella contraddizione inesplicabile, quei binari della mente che scorrono e non si incontrano, quei concetti vasti come oceani che tentiamo di far stare in quelle parole che si auto disintegrano, dal peso che i significanti che cercano di veicolare hanno: amore e odio, guerra e pace… Goodbye/Hello e Happy/Sad, sono i titoli di suoi due album.

Dall’album Happy/Sad (1969), parte una ricerca sonora sempre più audace, che giunge alla sua saturazione con Starsailor (1970), album che gli diede non pochi problemi con la casa discografica garante del contratto, l’Elektra (la stessa dei Doors), a causa delle sonorità ermetiche e difficilmente commercializzabili.

Questi avvenimenti proiettarono il cantautore in una parabola sempre più discendente di popolarità e di instabilità economica. Tim Buckley sarà trovato morto per overdose nel suo appartamento di Santa Monica, California, il 29 Giugno 1975, all’età di 28 anni. Dopo la sua morte, la sua musica venne riconsiderata, dalla critica come una delle più importanti, influenti e originali espressioni musicali degli anni sessanta, e la figura e la voce di Tim Buckley elevate a culto, per le generazioni future.

Quando il padre di Jeff muore, lui ha nove anni, lo ha incontrato in occasioni sporadiche durante la sua infanzia e ha sempre vissuto con la madre, Mary Guibert, in un vagabondare tra le piccole città della California.

Nato il 17 Novembre 1966 ad Anheim, California, Jeff si ritrovò subito senza padre, poiché Tim, dopo un susseguirsi di difficoltà nel matrimonio con Mary, e la sua decisione di voler perseguire una carriera artistica senza dover pensare a una famiglia da mantenere, se ne andò di casa.

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Se già si volesse provare a tracciare delle connessioni artistico-biografiche tra padre e figlio, si può recuperare l’album Happy/Sad di Tim Buckley del 1969 e ascoltare il brano Dream Letter. Il vibrafono e le armonie modali accompagnano la voce, in un elegia intrisa di rimorsi e sogni, con il testo, palesemente diretto a quella famiglia, ma soprattutto a quel figlio, che ha deciso di abbandonare, ma al quale non riesce comunque a smettere di pensare.

Durante la crescita di Jeff e tra le tanti variabili caotiche della sua vita, la musica rimaneva una costante. La madre, Mary, violoncellista e pianista classica, esponeva inevitabilmente il figlio ad una costante serie di stimoli musicali. Il padre adottivo, Ron Moorhead, gli regalò il 33 giri Physical Graffiti dei Led Zeppelin. E saranno proprio queste le radici di quell’albero genealogico di influenze musicali che sarebbe cresciuto a dismisura nel corso della sua carriera.

Negli anni in cui viveva con la famiglia, si faceva chiamare Scott Moorhead, solo dopo la morte del padre biologico, cominciò ad utilizzare il proprio nome registrato sul certificato di nascita, Jeffrey Scott Buckley.

Se ne andò dalla casa di Anheim per trasferirsi ad Hollywood, dove si iscrisse al Guitar Institute of Technology, una scuola di musica incentrata sulla formazione di musicisti blues, jazz e rock. Completati gli studi, visse errante per le distese californiane dei pieni anni ottanta, tra gli sbiaditi fantasmi di Cielo Drive, l’esacerbarsi del Rock n’Roll anni 70, suonando nelle più disparate formazioni, dal reggae al jazz all’heavy metal, generalmente come chitarrista.

Si trasferì per un breve periodo a New York, nel 1990, dove non ebbe molte occasioni di esibirsi. Attraverso dei dischi, entrò in contatto e tornò in California dopo aver assorbito forse una delle influenze più importanti della sua carriera artistica: il canto Qawwali, la musica devozionale Pakistana, interpretata da Nusrat Fateh Ali Khan.

 

Nusrat Fateh Ali Khan - New Songs, Playlists & Latest News - BBC Music
Nusrat Fateh Ali Khan

 

Jeff Buckley e il Qawaali

Vita, Morte, Canto, Trance

Il Qawwali, è caratterizzato da un funambolico virtuosismo, che richiede una tecnica vocale elastica e agile, ma intrisa di una particolare espressività. Questo genere di musica sacra, che si originò più di settecento anni fa, è particolarmente impregnato di un grande senso spirituale: durante le performance Qawwali infatti, gli esecutori si trasportano in un particolare stato di coscienza, denominato “Wajad“, un’ascesi estatica in cui si diviene “uno con Dio”.

Le canzoni di questo repertorio sono cantate in Urdu e Punjabi, e il loro contenuto lirico è principalmente legato alla devozione verso Dio, o allo struggimento della lontananza da esso. Lo stile formale delle composizioni di questo genere, è costituito da un inizio lento e statico, che cresce fino ad un livello di energia ritmica e melodica molto elevato, volto ad indurre musicisti ed ascoltatori in una sorta di stato ipnotico.

L’elasticità mentale e la curiosità di Buckley, lo portarono ad interessarsi a questo genere.  Avrebbe recuperato un centinaio di dischi contenenti questa musica, assorbendone le inflessioni, i dettagli, i respiri e l’intensa spiritualità, formando un mosaico espressivo che inevitabilmente sarebbe confluito nelle sue composizioni ed esibizioni.

L’etichetta di “musica etnica” probabilmente in questi anni è sbiadita e andrebbe buttata. Ogni musica è etnica, dal momento che ogni cosiddetto “genere musicale” proviene da un dato contesto storico-geografico e ha seguito un tracciato, “Tracciato” che per quanto oscuro e insondabile comunque esiste.

L’abitudine etnocentrica tanto cara alla musicologia occidentale, di considerare qualsiasi nota composta o improvvisata in un continente che non siano Europa o Stati Uniti, come accessorio esotico in funzione della “nostra” musica,  non fa altro che creare un quadro ristretto della percezione musicale di tante persone.

 

Jeff Buckley
Fotografia di Merry Cyr

 

Il Qawwali irrompette, nella sensibilità artistica di Buckley, come un fulmine a ciel sereno, cambiando il suo mondo musicale per sempre, e dandoci l’artista che tanti amarono per le sue trascendenti interpretazioni, le quali forse, non avrebbero avuto quell’alone di inspiegabile misticità, se non fosse venuto in contatto con questo tipo di musica.

 

Jeff Buckley: il decollo della carriera

Lo spartiacque della vita di Jeff Buckley avvenne il 26 Aprile 1991, quando venne invitato di nuovo a New York da Hal Willner, ad esibirsi ad un concerto-tributo organizzato in memoria di suo padre e della sua musica, al quale diversi artisti avrebbero partecipato, nella chiesa di St. Ann, a Brooklyn. Là si esibì con diversi brani di quel suo padre verso il quale avrebbe per tutta la vita provato emozioni contrastanti, accompagnato dal chitarrista Gary Lucas. La sua esibizione in particolare ebbe molto successo, lo stesso Jeff Buckley, più tardi si riferì all’esperienza dicendo “è stato come nascere una seconda volta.” Successivamente a quel concerto, egli decise di trasferirsi definitivamente a New York.

Nacquero diverse collaborazioni, tra le quali quella con Gary Lucas, che vide la genesi di due brani, Grace e Mojo Pin, I quali anni dopo saranno pubblicati sul suo LP Grace (Columbia Records, 1994). In un sempre più addensificarsi di collaborazioni, concerti e rapporti, nella Grande Mela, Jeff Buckley, si fece strada fino al Sin-é, un piccolo locale dove cominciò ad esibirsi settimanalmente. I suoi concerti divennero sempre più discussi, fino a quando, quel crescente magnete artistico attirò i produttori e i manager della Columbia Records.

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JEFF BUCKLEY by MERRI CYR JEFF BUCKJLEY, SIN-E', NEW YORK, 1993 ...
Jeff Buckley in una sua esibizione dal vivo al Sin-é Cafè di New York

 

Nell’ottobre del 1992, Jeff Buckley firma il suo primo contratto con la Columbia, la leggendaria casa discografica che aveva dato al mondo intero Bob Dylan, Miles Davis e altri tra i più grandi musicisti della seconda metà del ‘900.  Il 23 agosto del 1994, viene pubblicato il suo LP d’esordio: Grace. Nello stesso anno, parte per un quasi infinito tour per Stati Uniti, Europa e Australia.

Hallelujah: Canto e Ascesi

Se si ascolta con attenzione Hallelujah si scopre che è una canzone sull’amore, sul sesso sulla vita terrena… l’Alleluia non è un tributo a una persona, a un idolo o ad una divinità da adorare, ma è l’alleluia dell’orgasmo: un’ode alla vita e all’amore.
Jeff Buckley

 

 

Jeff Buckley

 

Se c’è una sua interpretazione che non ha bisogno di presentazioni è sicuramente la sua cover di Hallelujah, quel leggendario brano a firma di Leonard Cohen che sarebbe stato reinterpretato da innumerevoli artisti fino alla fine dei tempi.

In quel videoclip presente su youtube, così come dalla traccia dell’album, succede qualcosa. Un ragazzo in penombra con gli occhi chiusi e la chitarra, si abbandona totalmente, dissolve la sua coscienza e si trasforma in musica, diventa esso stesso la propria voce, in un ode alla vita, che riempe di disperazione, lasciando cicatrici.

Ogni singola traccia del suo album (la title track Grace tra tutte) è intrisa, in forme diverse, di questo oceano nero di malinconia e beatitudine.

E nei concerti dal vivo, tutto ciò sembrava pervadere ogni particella. Angeli, demoni, salvatori e assassini, tutti riuniti in una sola voce che squarcia il tempo e lo disintegra, lui, la band e il pubblico, per un breve momento, si riunivano in un’ unica coscienza collettiva, vivendo quell’unico grande momento, e divenendo immortali. Quel timbro vocale, così direttamente ereditato dal padre, quella disperazione così strabordante di vita, veniva elargita dal vivo, senza riserve, nelle registrazioni, sembra di vederlo con i cani infernali alle calcagna e il nero dell’universo negli occhi.

La performance in solo, senza band, al Gleneagles di Glasgow, cattura particolarmente quella ascesi.

Jeff Buckley ed Eternal Life: la morte

La sera 29 maggio del 1997, nel pieno delle registrazioni del nuovo disco “My Sweetheart the Drunk”, Jeff Buckley  scompare all’età di trent’anni nelle acque del Wolf River, a Memphis. In seguito a quello che sarebbe parso all’unico presente durante il fatto, il musicista Keith Foti, il semplice desiderio di farsi una nuotata, si immerse vestito nelle acque dell’insidioso fiume (pare canticchiando Whole Lotta Love dei Led Zeppelin), e passò un battello che creò un gorgo che lo risucchiò sul fondo.

Il suo corpo venne ritrovato la mattina del 4 giugno e venne riconosciuto dalla presenza di un piercing all’ombelico e dalla maglietta indossata. Il caso venne archiviato come incidente, familiari e alcuni amici negarono che potesse trattarsi di un caso di suicidio, può comunque colpire il fatto che in molte delle sue canzoni, sono riscontrabili diverse immagini e allusioni all’annegamento.

La verità sulla sua morte non la sapremo mai, sta al singolo individuo trarre le proprie conclusioni, sta a voi vederne un tragico incidente, dovuto all’imprevedibilità del reale, o una conscia ricerca di autodistruzione, di una sensibilità stanca e rassegnata.

Quello che resta è la sua voce, la sua chitarra, l’arazzo variopinto di influenze musicali del quale era costituito la musica di “uno dei più grandi compositori del decennio” come lo definì Bob Dylan.

Quello che resta è l’influenza sconfinata che in quei brevi anni di carriera esercitò sull’intera scena musicale del suo tempo, e conseguentemente degli anni successivi.

Quello che resta è la musica.

Voglio lavorare così duramente da bruciare ogni parte accessoria di me, come lo zolfo di un fiammifero. Così da lasciare a nudo quello che veramente rimane di me: ciò che sono.
Jeff Buckley

 

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Bibliografia:

  • Apter J., 2009, Jeff Buckley. Una goccia pura in un oceano di rumore, Arcana edizioni, Roma
  • Browne D., 2001, Dream Brother: The Lives and Music of Jeff and Tim Buckley, HarperCollins Publishers, New York
  • Buckley J., 2020, Alleluia – Cronache e canzoni, concerti e interviste, KAOS edizioni, Milano
  • Lucas G., 2013, Touched by Grace : La mia musica con Jeff Buckley, Arcana edizioni, Roma
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Samuele Preda

Studio Violino presso il conservatorio Guido Cantelli di Novara. Tra i miei studi, oltre al perfezionamento della performance strumentistica e l'assimilazione delle teorie compositive, approfondisco le interrelazioni che connettono i diversi generi musicali di ogni epoca. Mi interesso inoltre della relazione tra musica e immagini, nello sviluppo della musica da film.