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Indonesian Brutal Death Metal: principio di un’indagine mitopoietica

“Extreme Music for Extreme People”

La proliferazione di gruppi musicali brutal death metal in Indonesia, avvenuta nell’arco degli ultimi anni, è tale da giustificare il sorgere di qualche interrogativo. Ci proponiamo (e accontentiamo) di operare qualche riflessione, anche in maniera provocatoria, su di un fenomeno di “localizzazione del globale” che non accenna a estinguersi.

Per i non addetti ai lavori è necessaria una breve (e, ahimè, superficiale) digressione: con brutal death metal intendiamo lo stile più estremo, per forma e contenuti, di death metal, categoria tassonomica (genere? sottogenere?) dello sterminato ed intricato albero genealogico dell’heavy metal. Il suo sviluppo risale alla prima metà dell’ultima decade del XX secolo negli Stati Uniti, in particolare nell’area urbana di New York, in Florida e in generale nelle città della costa atlantica. Consideriamo il 1991, con la pubblicazione di Effigy of the Forgotten dei Suffocation per R/C Records, preceduto dall’EP Human Waste, anno di germinazione del brutal death metal in suolo statunitense.

Definirne i confini morfologici è compito arduo: la proliferazione di categorie interpretative all’interno del mare magnum del death metal è sintomo dell’impossibilità di giungere ad una classificazione definitiva e resistente allo scorrere del tempo. I fenomeni di ibridazione con generi e stili altri quali grindcore, black metal, thrash metal, hardcore, metalcore, ecc. moltiplicano l’arsenale di definizioni in possesso dell’ascoltatore: deathgrind, goregrind, pornogrind, deathcore, ecc. Insomma, il non iniziato faticherà ad orientarsi in questo labirinto di esasperato estremismo sonoro.

Tentiamo di definire almeno i principali tratti stilistici del brutal death metal: declinazione della tecnica vocale estesa del growl in chiave ultra-gutturale, groove talvolta molto elaborati, presenza di breakdown a spezzare il flusso di blast-beats, perizia strumentale generalmente elevata. I temi trattati sono essenzialmente legati ad atti e pratiche estreme, dal gore di matrice cinematografica alla pseudo-trattazione medica, dal cannibalismo alla necrofilia, dalla fantascienza ai più classici temi mutuati dall’immaginario dell’occulto. Insomma, insieme all’NSBM (National-Socialist Black Metal) e ai vari “figli bastardi” del grind (goregrind e pornogrind su tutti) il brutal death metal è tra le forme di espressione musicale più controverse del panorama della popular music del XX secolo.

New Wave (or Old?) of Indonesian Brutal Death Metal

E l’Indonesia che c’entra? La Repubblica d’Indonesia, stato-arcipelago di circa 256 milioni di abitanti di cui più dell’80% di religione musulmana, non è un contesto geografico comunemente associato ad una forma di espressione culturale come l’heavy metal. Tantomeno poi al brutal death metal, nato negli Stati Uniti e sviluppatosi all’interno dei circuiti “occidentali”, latore di un apparato immaginativo colletivamente arduo da accettare. Non si può dire, in altre parole, che sia musica facilmente esportabile, inseribile nei canali del mercato discografico tradizionale: al brutal non spettano spazi radiofonici se non su web radio specializzate; al brutal non spetta alcun riconoscimento ufficiale se non quello all’interno della cerchia degli iniziati.

Tuttavia la floridezza del panorama brutal death metal indonesiano è alquanto singolare. Gli unici dati numerici di cui disponiamo provengono dal sito www.metal-archives.com, enciclopedica risorsa sull’heavy metal in ogni sua declinazione. Al momento della consultazione (marzo 2018) in Indonesia risultano 1649 band heavy metal, tra attive e non, di cui 404 dedite al brutal death metal. La percentuale è pari al 24,5%. Per rendere l’idea: in Italia abbiamo 6226 band heavy metal e solo 154, il 2,47%, suona brutal death metal; negli Stati Uniti il brutal death è appannaggio del 3,21% delle band, con 817 gruppi su 25434. I dati parlano abbastanza chiaro.

Armand Boyd è fondatore di Indonesian Brutality, piattaforma dedicata alla promozione di band brutal death metal in Indonesia attiva dal 2005, e direttore dell’etichetta discografica Disembowel Records. Il suo obiettivo è dichiaratamente quello di portare la comunità heavy metal alla conoscenza del panorama estremo indonesiano. Interrogato sull’argomento afferma che “nell’Indonesia degli anni ’90 troviamo molte band che possiamo considerare pioniere del death metal e i metalhead di oggi ne sono estremamente influenzati. Penso che questa sia la causa del grande numero di band brutal death metal oggi in Indonesia“.[1]

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“Non penso ci sia nessuna differenza [in termini di importanza storica] tra i pionieri del brutal death metal in Indonesia e quelli dell’USBDM (United States Brutal Death Metal), prosegue Boyd.  La questione sarebbe così risolta con semplicità disarmante: oggi ci sono tante band perchè ieri ce ne furono di molto importanti e influenti. Ragionamento semplice e logico. Riflettendo sulla risposta di Armand Boyd torna in mente Arjun Appadurai, quando in Modernità in polvere tratta la nostalgia di un passato mai vissuto, alimentata dagli eccezionali flussi di idee, persone, visioni del mondo nell’odierno panorama “glocale”, dove spazio e tempo diventano dimensioni estremamente relative. Boyd “mitizza” il passato? L’Indonesia fu veramente culla di pionieri del death metal o ci troviamo di fronte a un processo mitopoietico?

La seconda opzione, a prima vista, non sembrerebbe del tutto da scartare. Ecco lo scenario: nella prima decade del XXI secolo, man mano che lo stile prolifera e le band si moltiplicano, si viene a costituire il mito di una golden age. Lo straordinario impatto culturale, seppur limitato a certe fasce di popolazione (giovani inseriti in realtà urbane), di un elemento totalmente estraneo alle culture musicali locali è da spiegare e legittimare. Il brutal death metal in Indonesia sarebbe un fenomeno recente che pretende di affondare le proprie radici lontane nel tempo.

Neanche il tempo di riflettere e Boyd, finalmente, cita alcune band: Bloody Gore (1996-attivi), Death Vomit (1994-attivi), Jasad (attivi; data di fondazione incerta, tra il 1990 e il 2000), Brutal Corpse (1996-1999), Rotten Corpse (1996, ad oggi attivi ma a fasi alterne), Disinfected (1997-attivi), Vile (1998, oggi sotto il nome di Absolute Defiance). Il fulcro geografico del fenomeno sembra essere la realtà urbana dell’isola di Giava: due band a Jakarta, due a Yogyakarta, due a Bandung (Giava Occidentale) e una a Malang (Giava Orientale). La musica circolava essenzialmente tramite tape-trading, ovvero scambio di audiocassete e compact disc prodotti amatorialmente.

La scena indonesiana è, dati alla mano, effettivamente precoce. Nonostante questo il suo sviluppo avviene nell’ombra. La fermentazione è silenziosa, al riparo dal mercato occidentale. Tuttavia, come spesso avviene negli episodi di riscoperta e/o revival musicale, band come i Jasad vengono oggi invitate ai più prestigiosi festival del settore. Su tutti l’Obscene Extreme Festival in Polonia (2015) e il Bloodstock Open Air nel Regno Unito (2015). Mentre scriviamo è stata confermata la loro presenza al Wacken Open Air 2018, Germania, il più celebre festival metal europeo. Il confine tra fenomeno locale e realtà di culto è più sfumato di quanto si possa pensare.

“Junk music”, religione e social media

Interrogato sulla percezione sociale del brutal death metal in Indonesia, Boyd afferma che “negli anni ’90 l’80% degli indonesiani vedeva questa musica come spazzatura [junk music], continuamente associata ad atti criminali; questo avveniva prima che la gente familiarizzasse col brutal death metal; oggi è considerata semplicemente musica a tutti gli effetti. Non fatichiamo a crederlo. Le stesse reazioni si ebbero negli Stati Uniti, in Europa e in gran parte del mondo nei confronti di qualsiasi propaggine dell’heavy metal.[2]

I problemi, prosegue Boyd, furono anche di carattere religioso. L’Indonesia, come affermato da Clifford Geertz, è in costante negoziazione per la propria identità spirituale. L’islam è materia viva e pulsante nell’arcipelago. Ma quale islam, si chiede Andrew N. Weintraub?[3] L’islam delle confraternite Sufi a Giava o quello pluralista e tollerante propagandato dagli intellettuali? Le forme locali praticate sugli altipiani di Aceh o quello prevalentemente cittadino plasmato da radio, televisione, cinema ecc? A quale islam spetta il compito di vegliare sulla moralità?

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L’islam in Indonesia permea diversi aspetti dell’espressione artistica. I repertori musicali, urbani e non, di destinazione religiosa sono numerosi. Harnish & Rasmussen concordano nel considerare indissolubile il legame tra islam e musica in contesto indonesiano:

Since Indonesian indipendence from the Dutch following World War II and particularly over recent decades, Islam has become a political, social, and martial force within Indonesia that has become increasingly visible and impossible to ignore. […] We submit that any thorough discussion of Indonesian music must include Islam as both an indigenous cultural power and a source for artistic inspiration.[4]

La religione, ad oggi, non sembra porre veti inderogabili su questa pratica musicale. Tuttavia la questione rimane aperta e ci proponiamo di sondarla in profondità, estendendo la ricerca all’ambito più generale della popular music.

La chiave di volta, per quanto al fruitore occidentale possa sembrare banale, sembra risiedere proprio nei social media. Boyd è molto chiaro al riguardo:

Dalla nascita dei social media quali facebook, twitter, instagram e altri, il brutal death metal indonesiano è alla portata del resto del mondo. Le band possono facilmente farsi conoscere attraverso i propri telefoni cellulari. Non è più come una volta [the era before]: internet era di difficile accesso e la lingua limitava la corrispondenza […] forse questo era l’ostacolo.

Se è riconosciuta l’importanza della corrispondenza internazionale tra band e appassionati per il diffondersi del black metal europeo nei primi anni ’90,[5] non si può dire lo stesso per il brutal death metal indonesiano. Lettere e nastri per il tape-trading sembrano valicare i confini del paese raramente, complici il difficile accesso ai servizi più moderni e l’ostacolo linguistico. La questione è da approfondite; tuttavia Boyd afferma che negli anni ’90 era possibile barattare “audiocassette per CD” e viceversa, in una sorta di mercato interno secondario che sembra essere stato sostituito dagli scambi via internet in formati digitali, senza il passaggio obbligato alla distribuzione ufficiale.

L’investigazione continua. I rapporti tra musica di consumo e religione in Indonesia, soprattutto se trattiamo repertori legati al “mondo occidentale”, sono da approfondire. L’ascesa del brutal death metal nel sud-est asiatico è un fenomeno più unico che raro, in termini di intensità e radicamento, impossibile da ignorare se si intendono comprendere le dinamiche di declinazione culturale nell’ambito della popular music.

Note:

[1] Corrispondenza privata con Armand Boyd.

[2] Ian Christe, Sound of the Beast. The Complete Headbanging History of Heavy Metal, New York, HarperCollins Publishers, 2004.

[3] Morality and its (Dis)contents: Dangdut and Islam in Indonesia, in “Divine Inspiration. Music & Islam in Indonesia”, a cura di David Harnish & Anne Rasmussen, Oxford, Oxford University Press, 2011, pp. 318-336.

[4] Divine Inspiration. Music & Islam in Indonesia, a cura di David Harnish & Anne Rasmussen, Oxford, Oxford University Press, 2011, p. 6.

[5] La pratica è ampiamente documentata in: Dayal Patterson, Black Metal. Evolution of the Cult, Port Townsend, WA, Feral House, 2013.

Fonti:

Corrispondenza privata con Armand Boyd.

http://www.metal-archives.com

Bibliografia:

Arjun Appadurai, Modernità in polvere, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2012.

Ian Christe, Sound of the Beast. The Complete Headbanging History of Heavy Metal, New York, HarperCollins Publishers, 2004.

Divine Inspiration. Music & Islam in Indonesia, a cura di David Harnish & Anne Rasmussen, Oxford, Oxford University Press, 2011.

Clifford Geertz, Islam, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2008.

Dayal Patterson, Black Metal. Evolution of the Cult, Port Townsend, WA, Feral House, 2013.

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Amedeo Santolini

Classe 1990. Musicista. Ho ottenuta la laurea magistrale in Musicologia all’Università di Bologna e sono laureando in Antropologia, Religioni e Civilità Orientali. Mi interesso di: etnomusicologia, folklore, antropologia delle religioni, Islam, metal estremo e storia naturale. Ho una passione smodata per i lati oscuri dell'esistenza umana. Colleziono dischi e libri.