fbpx

Immaginari preconfezionati e soggettività a confronto. Il turismo come percorso di conferma

Riflettere criticamente su un fenomeno di massa come il turismo significa chiedersi che tipo di soggettività produce oggigiorno.

Il turista contemporaneo ha fatto propria una visione stereotipata dell’alterità; inserito in un circolo vizioso, da un lato trae stimolo da icone precodificate, dall’altro alimenta egli stesso questo complesso di immagini producendo altrettante stereotipizzazioni attraverso la fotografia.

La fotografia è un atto intimo e personale. Chi viaggia tende a proiettare la sua estetica nell’incontro con l’altro, e in seguito a costruire una propria memoria raccontando e mostrando ciò che ha voluto vedere. Un atto soggettivo che nasconde però una spersonalizzazione del rapporto fra fotografo e soggetto fotografato, un “altro da noi” eretto a simbolo di ciò che cerchiamo e assegnatario di una seconda personalità (esotica, pittoresca) datagli dal fotografo.

Una creazione di estetiche che fa pensare al turismo come flusso di memorie pre-comprese nell’esperienza altrui, create e consumate da chi viaggia alla ricerca di un esotico lontano e suggestivo. L’iconografia turistica è peraltro diffusa su scala globale, alimentando la circolazione di idee e la spinta motivazionale che ci fa intraprendere un viaggio.

Nell’analizzare questa pratica non bisogna sottovalutare il ruolo attrattivo di queste immagini. Il turista parte alla ricerca di ciò che ha già visto nelle fotografie o nei video; spesso si tratta di partes pro toto che rappresentano la complessità territoriale tramite singoli particolari, monumenti, paesaggi (si pensi per esempio al Taj Mahal o alla savana africana come simboli evocatori).

Il processo di essenzializzazione di una cultura tramite icone chiave fa sì che queste diventino sempre più familiari, immediatamente riconoscibili ed esteticamente apprezzabili. E con il consolidamento di questo repertorio viene a formarsi un immaginario mentale che si nutre di un sentimento dell’altrove. Esso si alimenta di questa retorica applicabile a qualsiasi luogo del pianeta; nessun luogo è totalmente privo di una qualche forma di turismo.

All’interno della categoria degli “osservatori dell’alterità” è bene fare una precisazione proprio in virtù del fatto che oggi l’esperienza turistica si è democratizzata, perdendo i connotati aristocratici di un Grand Tour riservato a pochi.

Un certo “elitarismo” interno a questa categoria tende infatti a separare il viaggiatore dalla massa turistica. Identificato con gli esploratori del passato, animati da spirito d’avventura e reali interessi di conoscenza, prende le distanze dall’antitesi del turista stereotipato.

Leggi anche:  Spazzatura, scarti e rifiuti: una riflessione tra arte ed antropologia

Cosa distingue dunque un viaggiatore da un turista? Ben poche cose a parte un certo tipo di idealismo, se pensiamo al fatto che programmare le vacanze in funzione delle ferie lavorative è già un atto “da turista” in cerca di un’esperienza diversa dal quotidiano.

In ogni caso, la ricerca della differenza è ciò che muove al viaggio di scoperta, che diventa un percorso di conferma nel momento in cui vi si ricercano ossessivamente tutti gli elementi che condizionano il nostro immaginario. E’ anche un processo di costruzione di un’identità da sfoggiare una volta tornati a casa, un nuovo Sé che si realizza nell’incontro con l’altro e nel raggiungimento di mete lontane e poco conosciute.

Secondo una visione allocronica, attribuiamo all’altro una temporalità altra, tendenzialmente arretrata, negando il principio della coevità. Il modello evoluzionista di Lewis H. Morgan, secondo cui l’umanità si è sviluppata seguendo tre grandi stadi (selvatichezza, barbarie e civiltà), è riuscito a penetrare e a cristallizzarsi nell’immaginario collettivo occidentale.

Lo stadio “selvaggio”, relegato a una primitività oggi impensabile, è quello più pubblicizzato nell’industria turistica, accompagnato dal connotato dell’autenticità bramata dal turista. Autenticità in questa accezione significa tradizioni culturali antiche, immutate e incontaminate. Ma significa anche relegarle fuori dal tempo e dalla storia, ingessarle in un’immobilità perenne.

E’ quell’atteggiamento che l’antropologo Renato Rosaldo ha chiamato nostalgia imperialistal’attrazione per popoli un tempo assoggettati dal dominio coloniale e la ricerca dei cosiddetti “ultimi”: ultimi indigeni, nativi destinati a scomparire a causa del contatto con una ben più avanzata modernità.

Pensarli dunque come soggettività passive, negando loro il naturale processo di mutamento socio-culturale. Questa concezione va lentamente a morire nell’incontro con attori sociali che si dimostrano invece attivi, interpretando a loro volta il fenomeno turistico.

Prendiamo per esempio il caso dei Dogon, analizzato da Marco Aime. In Mali il turismo è ormai consolidato a partire dagli anni Quaranta, in seguito alla notorietà degli scritti di Marcel Griaule. La descrizione etnografica di questo popolo, o meglio la sua trasposizione pubblicitaria, ha contribuito a costruirne una precisa immagine, rispondendo all’estetica francese impregnata di suggestioni esotiche.

La costruzione del Dogon “griauliano” passa attraverso una condanna all’immobilità culturale perenne. Agli occhi degli occidentali il territorio di Bandiagara è dominato dalla magia e dall’animismo, culti che fanno presa su un immaginario alla ricerca del mistico. Poco importa che la penetrazione islamica in Mali e nell’Africa occidentale sia testimoniata dal XII secolo; le moschee non sono contemplate nei tour in quanto rivelatrici di un allontanamento da una religione creduta più autentica.

L’immagine che l’industria turistica tende a vendere ha finito per diventare strumento di autorappresentazione, riproposta e accentuata di fronte al turista perché più vicina a quell’idea precostituita che sperava di veder realizzata. I Dogon hanno ben compreso questa dinamica, facendo proprie delle categorie create da altri appositamente per loro e inserendosi a pieno titolo in questo gioco di confronti.

Leggi anche:  Immaginazione al potere: agentività e arte

L’immaginario del turista è soddisfatto nell’assistere alla riproposizione di danze (a pagamento) che sfoggiano costumi e maschere raffiguranti animali, cose o persone. Uguali nella forma alle danze tradizionali, differiscono da queste per il significato che portano: messa da parte la dimensione rituale alla base della coesione sociale, assumono il carattere di una performance. Una teatralizzazione della danza che dà vita a un’autenticità rappresentata, posticcia, con il solo scopo di divertire lo spettatore.

Anche il commercio degli oggetti artigianali di culto animista risponde a questa logica. Realizzati da artisti musulmani (elemento di rottura con la tradizione), vengono venduti come oggetti antichi, protagonisti di rituali ancestrali. In realtà, la concezione che un oggetto antico sia anche di valore è solo una costruzione occidentale, risalente alle prime collezioni proto – museali cinquecentesche che custodivano rarità d’ogni tempo e d’ogni dove.

Cos’è veramente autentico? Fra il merchandising dei manufatti tradizionali e gli oggetti moderni usati nel quotidiano dai Dogon (come da qualsiasi altro popolo) dobbiamo ripensare questo concetto alla luce del cambiamento che investe ogni società in ogni suo aspetto. La riformulazione di ciò che è tradizione è un processo inevitabile e inarrestabile, inserito in un flusso continuo di influenze esterne.
E indagare i retroscena della dinamica turistica permette di ripensare criticamente l’incontro con l’altro, osservandoci con distacco come soggettività coinvolte in uno scambio reciproco.

 

 

Biliografia:

  • Giordana, F., 2004,  La comunicazione del turismo: tra immagine, immaginario e immaginazione, F. Angeli Editore.
  • Aime, M., Papotti, D., 2012, L’altro e l’altrove. Antropologia, geografia e turismo, Einaudi.

In copertina: Duane Hanson, Tourists II, 1988.