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Il terzo tempo nella cultura rugbista

Il terzo tempo nella cultura rugbista: un’analisi preliminare

Nell’articolo precedente abbiamo menzionato il terzo tempo come rituale post-partita, fenomeno comunemente e genericamente inteso come banchetto al termine dell’incontro, a cui partecipano tutti i contendenti di entrambe le squadre. Possiamo rintracciare le origini di questa tradizione sportiva attraverso l’analisi di Enrico Giorgis in Il Terzo tempo, espressione di una cultura sportiva. Mutata dal francese troisiéme mi-temps, conferma di quello che storicamente è stato il principale contatto e referente del rugby. Volendo però andare un po’ più indietro, al XIX secolo, è necessario dire che esso origina dal concetto tipicamente britannico di fair play.

Concetto appartenente alle middle-upper classes della società vittoriana, legato alla condivisione e al rispetto di un sistema di valori proprio di un gruppo chiuso e ben definito. Concetto elitario ed esclusivo (le cui radici sono ancora più profonde e sono individuabile nelle regole della cavalleria), che per osmosi, durante il diffondersi del rugby nel XX secolo, andrà lentamente a permeare non più il solo gruppo sociale di riferimento, bensì tutti coloro che partecipano alla disciplina sportiva, integrati  sia nel gruppo che la pratica.

Diviene così il fondamento di un sistema sociale tradizionale che definisce al suo interno rapporti, gerarchie, riti. Un apparato culturale che ci permetterà di arrivare a definire quella che l’antropologo francese Sebastien Darbon chiama “cultura sportiva specifica del rugby”.

 

Mischia
Mischia durante un’amichevole (2013)

I luoghi per il terzo tempo

I festeggiamenti del terzo tempo posso aver luogo in diversi spazi, a seconda delle condizioni climatiche. Vi posso accedere tutti coloro che partecipano alla partita. In particolare si rivolge ai giocatori, gli allenatori, gli arbitri e lo staff di medici, eventualmente coinvolge anche la comunità di tifosi e relativi accompagnatori. Talvolta lo spazio riservato al terzo tempo può essere rappresentato dal campo dove la partita ha avuto luogo, quando le condizioni climatiche lo permettono. Il campo, diviene così, un’estensione della clubhouse, acquisendo tutti i significati spaziali e temporali ad essa correlati.

 

Le clubhouse

La clubhouse, concetto tipicamente anglosassone, è il locale che spesso si trova nei pressi del campo, nel quale si svolge la vita societaria al di fuori del match (riunioni, cene, feste, ecc.). In tempi passati queste strutture erano in Italia meno diffuse, a causa di un endemica difficoltà finanziaria delle piccole società e allo scarso interesse degli enti comunali. La clubhouse è spesso legata ad un ulteriore locale, generalmente bar o osteria il quale diviene il punto di riferimento per il dopo allenamento e il pre e post partita.

 

Preparazione del terzo tempo, le ginestre del Vesuvio ospitano le squadre partecipanti al campionato (2013)

 

Questa è la ragione per cui ancora oggi accanto alle clubhouse esiste, per quasi tutte le società, un punto di riferimento esterno alla struttura di gioco che è meta di grandi frequentazioni (alcoliche). La modalità prevede la prima fase del dopopartita presso la clubhouse (si mangia e si beve assieme agli avversari) e una fase successiva in cui si procede con il bere finché a un certo punto della serata ci si trasferisce nel locale “esterno” che può essere una locanda, un ristorante, una semplice pizzeria, in alcuni casi sponsor anche della squadra. Qui la festa prosegue sino a tarda ora.

 

I riti del terzo tempo

Durante le ricerche per la tesi di triennale nel 2013//14, ho individuato due riti sottesi al terzo tempo: l’inserimento di un nuovo giocatore generalmente definita battesimo o matricola, e la soprannominazione. Il battesimo o matricola sono per definizione gli appellativi dati ad un giocatore nel momento che segue l’esordio in una determinata squadra. Questo momento rappresenta l’approdo nel mondo dei giocatori più esperti, più adulti, più vecchi, veterani temprati da innumerevoli battaglie. L’anzianità, in questi fenomeni, non è da intendersi all’interno di un ciclo riferito all’età biologica, bensì all’interno di un ciclo “vitale” legato a limiti temporali definiti da una particolare istituzione o attività.

La matricola o il battesimo rappresentano quindi il momento che sancisce a pieno diritto l’ingresso nel gruppo, è una tradizione che si mantiene e si riproduce quanto più il gruppo è coeso e gestito da una o più persone riconosciute in quanto leader. Il leader come sostiene Collins è «il canale dell’energia collettiva, ma il segreto del potere del leader è il gruppo stesso, è il movimento che crea il leader» (Collins, 43). Ed è proprio grazie a questo movimento che le tradizioni non perdono valore e diventano necessarie per l’integrazione di nuovi membri nel gruppo.

 

La soprannominazione

La soprannominazione è un fenomeno estremamente diffuso in molti gruppi sportivi, e il rugby non fa eccezione. Si tratta di un gruppo particolarmente ristretto e coeso, contraddistinto dai riti e comportamenti precedentemente descritti, i quali permettono il rafforzamento del senso d’identità e appartenenza che passa inevitabilmente anche attraverso l’impiego di un soprannome. Tutti i giocatori hanno dei soprannomi; nonostante siano diversi per ognuno, possedere un soprannome rende i giocatori simili tra loro, alimentando ancor di più ciò che Durkheim delinea come solidarietà e coscienza collettiva, ovvero sentimenti diffusi all’interno di un gruppo che tendono a renderlo più coeso quanto più questi elementi sono interiorizzati e condivisi, consolidando il senso di identità e appartenenza al gruppo.

Una prima e frequente tipologia di soprannominazione è quella che deriva da una modifica, contrazione o storpiamento del nome o del cognome, come ad esempio il famoso rugbista della Nuova Zelanda soprannominato Ma’aNonu il cui nome completo è Ma’a Allan Nonu, oppure come il noto rugbista italiano Mirco Bergamasco soprannominato Bergamirco.

Ci sono poi quei soprannomi che prendono spunto da aspetti fisici e caratteriali, che richiamano la performance
di gioco, un esempio perfetto è l’Orco di Francia Sèbastien Chaball conosciuto per i suoi bruti placcaggi e per aver esordito la prima partita durante il sei nazioni del 2000. E infine ci sono quei soprannomi che derivano dall’attività lavorativa praticata, ad esempio il panettiere, un giocatore del Vesuvio Rugby, squadra amatoriale napoletana, il cui vero nome è Antonio Porricelli. In più vi sono quei soprannomi legati al paese di provenienza; volendo rimanere nell’esempio del Vesuvio Rugby, ma considerando la squadra femminile, abbiamo Nicole Francesca Maria Febbraio Saetta detta la Colombiana, appunto perché proviene da Bogotá.

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La narrazione storica della squadra

Un’altra attività che caratterizza il terzo tempo è la narrazione di storie e avvenimenti che ogni
società racconta, enfatizzando i personaggi che vi hanno partecipato. Storie ed episodi tramandati in maniera orale anno dopo anno, contribuiscono ad unificare il gruppo creando un forte senso di
appartenenza e creando una legittimazione storica della società.

La tradizione storica così tramandata contribuisce quindi al rafforzamento della memoria collettiva. I personaggi della tradizione storica sono i giocatori con i loro errori raccontati in maniera comica. I racconti esaltano capacità e doti, evidenziano debolezze e stranezze, mettono in mostra particolarità individuali, ma non mancano di certo i momenti nostalgici e l’aspro sapore della mancata vittoria. Tutto questo insieme di racconti finisce così per definire uno sfondo storico-culturale grazie al quale i nuovi entrati nel gruppo sentiranno il dovere di trasmettere le vecchie storie e produrne di nuove, in un processo che crea un corpus di leggende che legittima il gruppo non solo nello spazio ma anche nel tempo. L’individuo diventa parte di un destino collettivo incrementando l’identità del gruppo. 

Quanto precedentemente descritto avviene su di uno sfondo schiumoso di boccali colmi di birra.

La funzione dell’alcool

L’alcool è una caratteristica essenziale del terzo tempo. Non esiste terzo tempo senza birra. Come suggerisce Enrico Giorgis l’alcool svolge una funzione aggregativa, non si tratta di un problema tradizionale nell’ambito sportivo, ma bensì di un modo per socializzare, accompagnato da allegri canti che hanno per oggetto aneddoti, motti di spirito o allusioni sessuali (Giorgis 2009:60). L’alcool però non riguarda solo i giocatori nel terzo tempo, ma accompagna anche gli spettatori prima, durante e dopo la partita.
Nonostante lo stato di ebbrezza da parte dei tifosi, è talmente raro che si scateni una rissa tra tifoserie che non ci sono studi o resoconti giornalistici che riportano testimonianze di azioni violente tra di essi. L’atto di consumare bevande alcoliche diventa così un fatto sociale, fortifica il senso di appartenenza al gruppo e ne stimola le espressioni corali.

 

Post-partita, le giocatrici e gli allenatori di tutte le squadre partecipanti alla coppa Italia (2014)

 

Se nella vittoria l’alcool stimola maggiormente il canto e la festa, nella sconfitta rappresenta comunque un momento di unione e reciproco conforto. Bisogna considerare il canto come un elemento che tende a creare e mantenere un profondo senso di identità del gruppo, un aspetto determinante poiché non possiamo non vedere in tale atteggiamento un espediente diretto a mantenere inalterata la coesione incanalando ritualmente la delusione.

La sconfitta, per quanto dolorosa, non è mai fuga da incontro sociale, non è clausura forzata, semmai è «celebrazione meno vivace del non vincitore» (Dorban 1995), un’affermazione offerta da Darbon che evidenzia come siano implicite le espressioni bere e cantare anche quando si perde.

Il terzo tempo si configura come una peculiarità di una disciplina sportiva, essendo praticato solo nel rugby. È un momento di socializzazione fondamentale che rende possibile la rete di rapporti attiva tra i giocatori contendenti e tutti i partecipanti. Si ha un confronto che insegna l’etica di questo sport: vincere con rispetto, senza deridere della mancata vittoria altrui, di conseguenza insegna a perdere con dignità.

È un momento di festa che afferma identità e coesione per tutti i partecipanti di questo sport. Il conflitto competitivo tra “noi e loro” proprio del primo e secondo tempo perde valore e nel terzo tempo gli avversari (loro) vengono identificati in un unico grande noi rugbisti. Un noi rugbisti che si estende fino alla comunità dei tifosi: amicizia, uguaglianza e amore sono i sentimenti che unificano tutti coloro che hanno passione per la palla ovale. Il terzo tempo con tutto ciò che comporta risulta essere un aspetto esclusivo della cultura di questo sport.

 

Foto sul campo post-partita (2015)

 

Descrizione di un terzo tempo al femminile: Le Ginestre Del Rugby Vesuvio. Osservazione partecipante

Il doppio fischio dell’arbitro indica la fine del secondo tempo. Le squadre si riuniscono al centro del campo formando un cerchio o una catena, si stringono, si legano e gridando salutano il pubblico e la squadra avversaria, creando così quell’energia emozionale di cui parla R. Collins, ossia ciò che si ottiene prendendo parte ad intensi raduni sociali, in questo caso la partecipazione ad una partita di rugby. È a causa di questa energia emozionale che gli individui all’interno di un gruppo fanno cose, che da soli non sarebbero in grado di fare. Il cerchio o la catena di giocatori si scioglie e le emozioni che si manifestano sono tante.

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Le Ginestre (squadra femminile campana) , quando vincono una partita non possono fare a meno di esprimere le forti emozioni di gioia che stanno provando in quel momento, ovviamente tale atteggiamento è sempre disciplinato dal codice etico sportivo dal rugby. Tutto questo succede prima di giungere nello spogliatoio. In caso di mancata vittoria i canti non scarseggiano, ma la gioia perde di ritmo. Lo spogliatoio, luogo dei rituali pre-partita, diviene il luogo dei festeggiamenti post-partita e pre-terzo tempo indipendentemente dall’andamento dell’incontro.

 

Spogliatoio delle ginestre del Vesuvio post-allenamento, qualche giorno prima di un’importante partita (2015)

 

È proprio in questo luogo divenuto oggetto di culto che Le Ginestre del Rugby Vesuvio consumano la prima bevanda alcolica, spesso sotto la doccia. Quando l’adrenalina circola ancora nel corpo, le giocatrici alimentano le emozioni con canti e urla, per alleggerirsi dalle forte tensioni subite in campo, ridendo e scherzando su azioni di gioco.

È un modo per rilassarsi, per porre fine alla concentrazione estrema e pressione a cui si è sottoposte durante i primi due tempi. Non essendo dotate di clubhouse le squadre del sud che partecipano al campionato di Coppa Italia Seven’s , utilizzano per il terzo tempo il campo oppure gli uffici o stanze che si trovano spesso negli stadi. Vige un’armoniosa aria di festa, colorata da schiumose birre, affiancate da pietanze preparate dai giocatori ospitanti. Il ritmo dei canti e il calore degli abbracci disegna dei sorrisi sui volti. Risate esuberanti scatenate da racconti di azioni avvenute in partite, considerate ormai trascorse, passate. Quando tutto è finito ci si ringrazia a vicenda: “Grazie di tutto ci vediamo, alla prossima!” sono le espressioni più usate tra queste giocatrici, come saluto, un arrivederci sportivo.

Le Ginestre considerano il terzo tempo come un momento di scambio e confronto, un momento in cui la società di appartenenza ha poca importanza, e questo sembra essere l’idea di terzo tempo più diffusa tra tutti i rugbisti. Però alcune giocatrici oltre a sostenere che il terzo tempo è solo nel rugby praticato, lo considerano anche utile per comprendere e trasmettere il valore di questo sport.

 

I giocatori sono, spesso, anche tifosi (2016)

Considerazioni finali

Il terzo tempo è dunque un’opportunità per comunicare e socializzare con altre persone. Come suggerisce Serena (31 anni),

Il terzo tempo permette di stringere rapporti di amicizia con persone che nella vita non avresti mai pensato di incontrare. Ad esempio molte tra le mie migliori amiche sono o sono state le mie avversarie. E si tratta di amicizie nate proprio durante il terzo tempo. Ecco perché il terzo tempo è un momento importante nella vita di un rugbista  (Intervista a Serena, 2014).

È un momento di condivisone tra gli amanti di questo sport. Valori come amicizia e fiducia, l’importanza del confronto grazie alla presenza dell’avversario, sono tutti fattori compresi e soprattutto trasferiti durante il terzo tempo. È difficile non invaghirsi di questo sport: in quanto spettatore, dopo aver visto i primi due tempi, partecipi al terzo e puoi renderti conto concretamente dell’armonia di festa presente in questa cultura sportiva e di quanto possa unire così tante persone che non hanno nulla in comune, a parte la passione per l’ovale.

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Stefania Cirillo

Classe 1989, specializzanda in Beni Demoetnoantropologici dell'Università di Perugia. Interessi riguardanti fenomeni urbani, sport e religioni. L'antropologia dovrebbe essere uno stile di vita e di conseguenza di pensiero.