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Il senso della fine: la società borghese tra apocalittica moderna e psicopatologia

Riflessioni su ‘Apocalissi culturali e apocalissi psicopatologiche’ di Ernesto De Martino

La malattia di Roquentin inizia da un sassolino sulla spiaggia. Gli sembra che non sia più quello di prima; non riesce più a riconoscerlo. Lo sta perdendo, insieme a tutto il resto. La pietruzza si confonde in una serie di significati ora aggrovigliati, che si dissipano lentamente e inesorabilmente.

E’ seduto sul tram in movimento e il sedile sul quale aspetta la sua fermata trema, e tremano i vetri, trema il mondo intero; disperato, nonostante l’autista gli intimi di non farlo, Roquentin è costretto a scendere perché é tutto troppo vicino. L’apocalisse è a due passi, imminente, pronta a scagliarsi su di lui.

De Martino sceglie il protagonista sartriano, narratore in prima persona del vortice melanconico in cui si trova imprigionato ne La Nausée, come punto di partenza per un’analisi, che assume per certi versi le sembianze di un lavoro filologico, volto ad indagare la complessa e intricata rete di connessioni e implicazioni all’interno delle quali, sul terreno comune dell’apocalittica moderna e contemporanea della società borghese in crisi, lavorano antropologia e psichiatria.

Se non è possibile, come ci ricorda De Martino, interpretare l’opera di Sartre come una fonte sintomatologica dalla quale estrapolare una qualche diagnosi di malattia mentale, è sicuramente un buon punto da cui partire per affrontare un discorso che si pone l’obiettivo di esplorare la sensibilità apocalittica della nostra epoca, mettendo in luce somiglianze e differenze con le apocalissi psicopatologiche.

Il discorso comparativo nel quale si cimenta De Martino comincia dal concetto jasperiano di vissuto delirante primario. L’autore pensa che alla base del delirio vi sia un’esperienza vissuta radicalmente estranea alla persona sana, un elemento primario che sta prima del pensiero e nel pensiero ha la sua chiarificazione (Psychopatological aspects of delirium, Muscillo).

E’ qui che troviamo una spiegazione dell’inizio della crisi di Roquentin, il sassolino sulla spiaggia. Quel piccolo elemento paesaggistico che gli occhi sono quotidianamente allenati a vedere appare come qualcosa di nuovo, al quale Roquentin fatica addirittura a dare un nome. Il protagonista inizia ad osservare un progressivo indebolimento valoriale di tutto ciò che lo circonda, una sorta di malattia degli oggetti che ammorba tutto il suo vissuto, distruggendo e deformando la realtà, dissipando il passato e annullando la prospettiva del futuro; il protagonista è così proiettato all’interno di un’alterità sconosciuta e disperata, senza via d’uscita.

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Il mondo come lo conosceva Roquentin non esiste più; le azioni e gli oggetti ora accennano all’orrido, all’oblio; è l’apocalisse della realtà, che ora appare capovolta, ma non si sa da quale parte.
Non a caso De Martino cita Moravia:

Dunque la noia, oltre che incapacità di uscire da me stesso, è la consapevolezza teorica che potrei, forse uscirne, grazie a non so quale miracolo

Noia, angoscia, depressione, senso di vuoto, sono elementi tutti caratterizzanti la nostra epoca; un’epoca in cui i flussi globali della postmodernità liquida ci forniscono immagini del mondo deterritorializzate e atemporali che risucchiano la nostra capacità di agency buttandoci in una dimensione in cui ci sentiamo tutti Roquentin, cioè malati, ammorbati dall’handicap di non riuscire a dare significato alla nostra vita. E’ così, nell’apocalittica moderna, che il mondo finisce.

E a fare da scenografia e da patria della crisi è proprio lo sfondo domestico, il quale mette a nudo il rischio di non poterci essere in nessun modo culturale possibile e di non essere disponibili per nessuna effettiva ripresa valorizzante.

La libertà, in questo senso, è irrimediabilmente compromessa. Il soggetto non è più libero in quanto, una volta caduta l’energia presentificante, perde la propria agency e dunque non è più umano, o forse lo è, ma non qui. L’apocalisse psicopatologica assume quindi un significato che si lega alla perdita del proprio posto nel mondo, al crollo del principio heideggeriano del dasein, a una crisi che mette fuori gioco qualsiasi possibile ordine storico-culturale.

Un paragone, seppur azzardato ma comunque utile a fare chiarezza, può far riferimento al ritorno allo ‘stato di natura’ tanto decantato dai giusnaturalisti; Roquentin è nudo, in una dimensione distorta del reale in cui non ha mai vissuto, come se niente fosse mai successo, come se fosse stato catapultato in un mondo di eterna passività in cui nulla sembra più avere un senso, se non quello della fine.

Trasportandolo nel contesto della società apocalittica borghese, il senso della fine è espresso fuor di metafora in quanto all’interno di essa, in conseguenza alla feticizzazione della tecnica, all’uomo massa e alla difficoltà sempre crescente di adeguare il sistema di valori ad una realtà in rapida evoluzione, rischia sempre di nuovo di assolutizzarsi il momento della negazione e della distruzione del mondo quotidiano e questo può spianare la strada ai vissuti psicotici.

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La questione di fronte alla quale ci pone De Martino, a questo punto, è in che modo uno storico della cultura o un antropologo possano agire all’interno di questo senso di catastrofe culturale e secondo quali modalità possano essi fornire strumenti adeguati a salvare il mondo dal suo riflesso di deserto spoglio di memorie operative umane.

De Martino si sofferma, citando Camus, su quell’istante tremendamente vertiginoso in cui il mondo noi non lo comprendiamo più, poiché per secoli abbiamo compreso in esso solo le figure ed i disegni che vi avevamo già messo anteriormente, poiché ormai le forze ci mancano per adoperare questo artificio. L’artificio di cui parla Camus è la cultura stessa, che ormai è diventata solo strumento di notificazione dell’assurdo, senza risposte, senza soluzioni.

L’antropologia avrà quindi l’onere e l’onore, in quanto l’opera culturale è a favore del sano e non del malato, di analizzare i prodotti dell’apocalittica oggi per mediare il ricostruirsi, oltre la crisi, di un messaggio relativo alla vita e al mondo che continuano e si trasformano.

Alessandro Zavoli

Bibliografia:

-Ernesto de Martino, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, a cura di C. Gallini e
M. Massenzio, Einaudi, Torino 2002.

-Maurizio Muscillo, Psychopatological aspects of delirium, Università degli Studi La Sapienza, Roma

-M.Heidegger, Sein und Zeit, Halle 1927