Il rapporto uomo-natura, dall’armonia alla distruzione

Il clima è sempre cambiato, quindi di cosa ci preoccupiamo? Questa è la frase che perennemente ci sentiamo dire da teorici del complotto e negazionisti delle conseguenze umane sull’ambiente. In sostanza è vero, il clima è sempre cambiato nella storia del pianeta, il problema è come cambia in relazione alla società umana. Noi siamo una specie giovane, non siamo mai stati così numerosi e così vulnerabili. Abbiamo megalopoli da decine di milioni di abitanti, magari costiere, abbiamo città fatte di ferro, di acciaio e di cemento che non si possono smontare in una notte, dove mettiamo la gente che deve fuggire? Già oggi ci inquietiamo per migrazioni di poche decine di migliaia di persone, quando saranno decine di milioni. Il problema del cambiamento climatico è che oggi va ad agire su una società estremamente fragile e complessa, con una velocità rapidissima, in un mondo dove non c’è più spazio.

 

 

ambiente terra

 

Sempre più spesso sentiamo parlare di ambiente, si è risvegliata una coscienza comune verso l’importanza che quest’ultimo ha per tutte le specie animali. L’uomo ne è sempre stato condizionato, le sue scelte di vita ne possono essere influenzate e cambiate.  Sappiamo che i primi ominidi comparvero in Africa orientale circa 300 000 anni fa e che dal continente africano, circa 65-75 000 anni fa, in stretta coincidenza con un evento che causò una riduzione della popolazione globale, parte della specie iniziò un percorso migratorio che attraversò il Medio Oriente e la portò a colonizzare l’intero pianeta. L’Homo Sapiens si è poi trovato a dover convivere con altre specie di ominidi, fino a rimanere grazie alle sue caratteristiche e alla sua intelligenza da solo. Anticamente le comunità umane si trovavano vicino a fonti d’acqua e in posizioni strategiche, in territori ricchi di selvaggina e piante commestibili. Con la neolitizzazione l’uomo ha introdotto l’agricoltura e l’allevamento nel suo stile di vita rimanendo comunque legato all’ambiente naturale e in alcuni casi modificando l’habitat circostante, con incendi, irrigazioni, costruzioni, fino ad arrivare ai trasporti grazie ai quali la vicinanza alle risorse non è più necessaria.

Una delle più grandi invenzioni della storia fu appunto l’agricoltura che possiamo considerare come: domesticazione delle specie vegetali al fine di crearne nutrimento. Oggi sappiamo che questo processo ha avuto lunga durata e ha investito un territorio molto ampio e non geograficamente omogeneo, portando l’homo sapiens a un enorme controllo sulla natura e sui territori. Oltre agli indubbi benefici che questa trasformazione economica ha comportato, alcune difficoltà di adattamento sono certamente emerse proprio all’inizio di questo processo. L’introduzione della produzione di cibo richiese un totale riassetto dei gruppi umani verso insediamenti stanziali e una diversa organizzazione sociale.

È chiaro quindi che l’iterazione uomo-ambiente comporta delle influenze specifiche da entrambe le parti. L’ambiente condiziona il modo di percepire la realtà, influenzando anche l’aspetto “psichico” delle persone. Hillman, filosofo e psicoterapeuta di formazione junghiana, sostiene che in psicoterapia il compito di un buon terapeuta è di ricondurre le sofferenze psichiche individuali alla realtà ambientale in cui gli individui sono inseriti. Le città spesso, e a discapito della popolazione, sono molto vicine a obsoleti “diffusori ultratecnologici” (vedi Ilva Spa) che bombardano di rumore, odore ed emissioni di sostanze chimiche. Un territorio come Taranto risulta quindi devastato dall’industrializzazione e questo condiziona in modo negativo anche le sue bellezza (mare, beni culturali, archeologia). Questo però non ci deve sorprendere, sappiamo infatti, che fin dall’alba dei tempi l’uomo ha condizionato la sua vita in base all’ambiente circostante, cercando sempre le soluzioni migliori. Era più facile per un villanoviano (civiltà che precede gli Etruschi) del IX secolo a.C. vivere vicino a risorse marittime, ma mantenere i contatti con la zona preappenninica così da avere più varietà di cibo e più possibilità di sopravvivenza.

 

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Ilva di Taranto

 

Al giorno d’oggi il rapporto della maggior parte della popolazione con la natura si è attenuato, anche se sappiamo che non possiamo farne a meno. Come possiamo tutelarla allora? Innanzitutto sappiamo che ci sono molti metodi per influire il meno possibile sull’ecosistema, ma di recente fondazione (1969), l’organismo Survival International, ha lo scopo di «aiutare i popoli indigeni e tribali a difendere le loro vite, le loro terre e i loro fondamentali diritti umani contro ogni forma di persecuzione, razzismo e genocidio» e questo vedremo ha vari benefici. Le prove dimostrano infatti, che la biodiversità è più alta nelle terre gestite dai popoli indigeni, addirittura è ancora più alta che nelle aree protette e nelle riserve della fauna selvatica. Lo rivela uno studio compiuto da un team di scienziati in quasi 16000 aree di Australia, Brasile e Canada.

 

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Indigeni del Brasile

 

A differenza della totalità degli altri animali, l’uomo abita il mondo costruendo delle reti di significati sopra un ambiente neutro, la natura. Interviene su un ambiente fisico preesistente, modificandolo, costruendo e arrivando addirittura a distruggerlo. Quello che ci differenzia dal mondo animale è l’intenzionalità, cosa differisce una ragnatela da un’abitazione? La prima cosa che ci viene da pensare è che il ragno nasce con delle conoscenze tali per cui nessuno deve insegnargli a tessere, mentre per l’uomo è necessaria una trasmissione di dati generazionali. Immaginiamo la conchiglia di un mollusco, la tana di un castoro e la casa umana. La ragione per escludere la conchiglia è che essa fa parte del corpo del mollusco, il castoro, invece lavora sodo per costruire la sua tana. Analogamente, la casa è il prodotto delle attività dei suoi costruttori umani, dovremmo allora concludere che la tana del castoro è un espressione della “castorità”, allo stesso modo in cui la casa è un’espressione umana? Dovunque siano i castori costruiscono le stesse tane, mentre gli esseri umani costruiscono case diverse. La differenza tra tana e casa, non sta nella costruzione, ma nelle origini del progetto che ne governa la costruzione. Gli esseri umani non costruiscono il mondo in un certo modo in virtù di ciò che sono, ma in virtù delle loro concessioni della possibilità. Mentre l’animale percepisce gli oggetti in quanto immediatamente disponibili per l’uso, all’uomo appaiono inizialmente come fenomeni i cui usi potenziali debbono essere assegnati, prima di utilizzarli.

Con il nostro continuo bisogno di cercare innovazione ed espansione, siamo arrivati a cambiare radicalmente gli equilibri di questo pianeta. Antropocene è un termine diffuso negli anni ottanta dal biologo Eugene F. Stoermer. Il termine indica l’epoca geologica attuale, nella quale all’essere umano e alla sua attività sono attribuite le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche. Il termine deriva dal greco anthropos, che significa uomo, e Olocene, ma serviva semplicemente ad indicare l’impatto che l’Homo sapiens ha sull’equilibrio del pianeta. Tuttavia più recentemente le organizzazioni internazionali dei geologi stanno considerando l’adozione del termine per indicare appunto una nuova epoca geologica in base a precise considerazioni stratigrafiche.

Non c’è più da dubitare, siamo la causa dei cambiamenti che stanno colpendo il nostro pianeta, non possiamo più girarci dall’altra parte e continuare a fare poco o niente. Come affermò Gregg Easterbrook «l’unico motivo per cui il cambiamento globale climatico e ambientale sembra inarrestabile è perché non abbiamo ancora provato a fermarlo».

 

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Bibliografia

  • Barnard Alan, 2011, Antropologia sociale delle origini umane, Bologna, il Mulino.
  • Diamond Jared, 2006, Armi, acciaio e malattie, Torino, Einaudi.
  • Ingold Tim, 2018, Abitare o costruire, in Allovio S., Ciabarri L., Mangiameli G. (a cura di), Antropologia culturale, Milano, Raffaello Cortina Editore, pp. 45-57

 

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Stefano Avanzi

Classe 1998, studente di Beni Culturali all'Università di Torino. Appassionato di civiltà orientali, religioni e antropologia medica. Sogno la giustizia nel mondo e di diventare antropologo.

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