Il paradosso dell’effimero reso tangibile: l’arte sociale nei corpi di Malam

 

Malam: Senza titolo
Fig. 1: Senza titolo, 2001

 

La scultura di Malam è scomoda. Difficile, conturbante, anche ironica; ci pone di fronte a una violenza sfacciata, raccontata senza mezzi termini e sbattuta negli occhi di chi guarda. Non si lascia leggere facilmente, i livelli di significazione sono molteplici così come le percezioni che ne derivano. Ed è nel dialogo che instaura con l’osservatore che riesce a far sentire il suo rumore: genera emozioni contrastanti che fanno pensare. Ed è molto di più di un’estetica difficile.

Isaac Essoua Essoua (Malam) nasce a Douala, in Camerun, nel 1967. Prima di trasferirsi nella banlieue parigina, dove ancora oggi vive, lavorava principalmente a Makéa, uno dei quartieri più disagiati della città. Nel contesto degli Ateliers Urbains, esposizione che raccoglieva opere di vari artisti del Camerun contemporaneo, realizza Senza Titolo (Fig. 1).

«Ho partecipato all’esposizione di scenografia urbana organizzata nel quartiere di Bessengué con artisti come Goddy Leye e Bili Bidjoka. Gli artisti vivevano lì e hanno proposto un’opera. Io ho fatto la mia opera con dei montoni che sono stati uccisi e cucinati per il vernissage. Le teste le ho tenute e sono state utilizzate per delle sculture. Le sculture rappresentavano dei corpi umani con la testa di montone. Ho buttato le sculture nell’acqua e galleggiavano. La cosa ha creato un ingorgo enorme perché la gente pensava fosse magia.»

 

Umanizzare?

Malam modella corpi. O meglio, li crea: ammassi di rifiuti in plastica, gesso, resti di bambole e resina che si fanno carne prendendo forma umana. Dà loro la vita attraverso il fuoco: un processo trasformativo in cui l’azione diventa parte integrante dell’oggetto. Una vita breve però, fragileAttraverso il fuoco i corpi vanno a morire nella trasformazione, e attraverso l’acqua (nel caso dei due calchi antropomorfi di Douala), la decomposizione chiude il cerchio.

 

 

Malam: Sculture in preparazione
Fig. 2: Sculture in preparazione

«Ci sono cose che mi attraversano e io materializzo: non so se è un dovere quello di denunciare. Mi interessa analizzare il dolore collettivo in rapporto al dolore individuale.»1(Intervista, Douala 18 novembre 2003)

La sua è una denuncia silenziosa; ai corpi abbandonati in acqua è lasciata l’ironia amara di fotografare la situazione urbana dei quartieri più nascosti di Douala: malattie e povertà dilagano, e una situazione politica incerta (alla morte di Paul Biya, in carica dal 1982, il paese potrebbe sprofondare nel caos) alimentano una generale sensazione di insicurezza.

Il dolore è spesso presente nelle sculture; gli “umani” di Malam si ergono a simbolo di una sofferenza collettiva, universale. Sono i fantasmi di uomini e donne veri, come i tanti uccisi nell’attacco delle forze paramilitari a Douala fra il 2000 e il 2001: sepolti a migliaia in fosse comuni, o abbandonati per le strade. Spettri che si fanno carne, materializzati nel breve tempo di una performance distruttiva di cui Malam è regista; quasi una superba pretesa di toccare con mano l’effimero.

 

La possibilità di redenzione

Non è escluso però l’elemento salvifico, un intimo legame con la guarigione nei termini di una ritrovata umanità. Un’opera presentata nel 2004 alla Biennale di Gwangju (Corea del Sud) mostrava un corpo carbonizzato – un corpo apparentemente al di là di qualsiasi possibile salvezza – bordato con diligenti cuciture, come se l’artista si fosse impegnato in uno sforzo disperato di farlo rivivere, di curarlo.

Malam talvolta varca le soglie dell’intimità del vissuto personale dell’uomo, collocando al centro delle sue installazioni radiografie anonime: è il caso dell’esposizione Crash & Trash, tenutasi a doual’art nel dicembre 2003. La trasparenza del supporto, su cui l’artista appone il suo segno, è un invito a entrare in contatto con chiunque si celi dietro quel corpo messo a nudo ai raggi X: tema della mostra sono gli incidenti stradali mortali.

«Ho usato delle radiografie. Inizialmente usavo quelle di famiglia. Ma come radiografie anonime: delle persone che simboleggiano l’umanità. L’aspetto che mi interessa di più delle radiografie è la dualità tra dolore visibile e dolore invisibile. L’aspetto della trasparenza e del vuoto.»

Entrare in contatto con il suo dolore, quasi penetrarlo, fino a viverlo nello spazio ristretto di un’opera. E’ urgenza di unire gli esseri umani, condividendo un sentire comune, quella che comunicano le radiografie, più che una superficiale compassione. E il ricordo di una sofferenza, di una morte anche, si fa tangibile, materializzato su plastica e cellulosa.

 

 

Esposizione Crash & Trash
Fig. 3: Esposizione Crash & Trash, 2003

 

Arte con una spiccata significazione sociale, dunque: che vi si voglia vedere la denuncia della situazione camerunese o una disperata ricerca di umanità, è l’interpretazione del contemporaneo di un uomo che tocca con mano la vita e anche la morte, le modella e le fa proprie, incorporando su di sé un significato universale.

 

 

Bibliografia:

  • Malaquais D., 2011, La voce politica dell’arte effimera: due casi dall’Africa contemporanea, Antropologia (n. 13), pp. 107 – 116

 

Sitografia:

  • http://io.pensa.it/node/77 (ultimo accesso 23/03/2019)

 

Foto di copertina: https://it.wikipedia.org/wiki/File:0866_Malam_au_travail.jpg

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