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Il gene egoista: analisi dell’opera di Richard Dawkins

Il gene egoista: uomo, corpi e natura in dialogo

Un breve incontro nelle libere profondità dei confini fra scienza, filosofia e storia

Un articolo di Andrea Fracassi

 

Il Gene egoista è un saggio divulgativo pubblicato nella sua prima edizione nel 1976 dall’etologo e biologo evolutivo Richard Dawkins.

Noi siamo macchine da sopravvivenza, robot semoventi programmati ciecamente per preservare quelle molecole egoiste note sotto il nome di geni.

 

 

gene

 

Questa frase riassume il punto di vista centrale presente nella teoria neodarwiniana ortodossa del gene egoista e sarà anche la base della riflessione per questo agile articolo. I corpi di ogni essere vivente sarebbero veicoli organici e vegetali utili ed efficienti per la propagazione dei geni che si conservano protetti all’interno di essi. All’origine della vita, nel brodo primordiale, si formarono alcune molecole denominate replicatori, in grado di creare copie di sé stessi.

Quelle che oggi vengono chiamate molecole di DNA sono i loro discendenti moderni; esse attualmente si trovano in enormi colonie, al sicuro all’interno di robot giganti, dando una serie di istruzioni per costruire i vari corpi. Il gene, un tratto di DNA corrispondente ad una informazione, può essere considerato come unità che sopravvive passando attraverso un gran numero di corpi successivi e, usando l’espressione dello scienziato, esso rappresenta la base dell’egoismo.

I geni danno alla macchina una singola istruzione generale: «fa qualunque cosa che pensi vada meglio per mantenerci in vita». È importante sottolineare che è stata una precisa scelta espressiva dell’autore, adoperando un linguaggio figurativo, personificare i geni e le leggi evolutive che governano la natura per rendere il testo più comprensibile e divulgabile; esse sono per l’appunto leggi indotte e non volontà. La lotta competitiva è per questo motivo da sempre condotta senza odio, anzi senza proprio alcun sentimento; si definisce così un’evoluzione che è, senza mezzi termini, cieca.

Inoltre, un successivo punto su cui è bene fermarsi, è il seguente: l’autore non intende in alcun modo «sostenere una moralità basata sull’evoluzione» (Dawkins, 2017, p.5), egli spiega come le cose si sono evolute e non come gli esseri umani si debbano comportare. La sua opinione personale è che una società umana basata soltanto sulla legge del gene, una legge di spietato egoismo universale, sarebbe una società molto brutta in cui vivere; traslando un po’ a sproposito il genetista Guido Barbujani, una società del genere sembrerebbe effettivamente «difficile da far funzionare, e, in più, francamente, fa schifo» (Barbujani, Cheli, 2010, p.110).  Se proprio si volesse ricavare una qualche morale da questo saggio, bisognerebbe semplicemente leggerlo come avvertimento. È necessario che valori come generosità e altruismo vengano insegnati, perché in questo la natura biologica può aiutare ben poco.

 

gene
Richard Dawkins

Bisogna perciò cercare di capire, attraverso questo affresco che si staglia davanti a noi mostrando una natura che sullo sfondo opera con “i denti e gli artigli rossi di sangue” quali siano gli scopi dei nostri geni egoisti, per poter almeno avere la possibilità di ribellarsi alterando i loro disegni, qualcosa a cui nessun’altra specie ha mai aspirato.

Questo saggio va interpretato in una chiave di lettura che cerca di guardare e arricchire in modo nuovo fatti e teorie vecchie. Lo scopo è quello di esaminare la biologia dell’egoismo e dell’altruismo. Tuttavia, questo rimane pur sempre un modo di guardare e pensare agli organismi e alla natura.

Donna Haraway, filosofa della scienza, sostiene – portando alla luce un nuovo punto di vista, cambiando angolazione e quindi prospettiva – che «la biologia sia un discorso e non il mondo vivente in sé» (Haraway, 2019, p.48). Gli organismi sono fatti come oggetti di sapere, nelle pratiche del discorso scientifico, capaci di cambiare il mondo. Essi emergono da un processo discorsivo. I vari corpi biologici, ad esempio, appaiono all’intersezione tra ricerca biologica, scrittura, pubblicazioni, tecnologia, pratiche mediche ed economiche, produzioni culturali di ogni sorta, incluse le metafore e le narrazioni a disposizione. La natura, intesa in questo caso dalla filosofa come un «luogo comune e una potente costruzione discorsiva» (Haraway, 2019, p.49), è un’idea attraverso la quale gli umani pensano loro stessi e l’insieme delle relazioni con ciò che esiste. È, in tutto e per tutto, un artificio umano.

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gene
Donna Haraway

 

Ciò su cui la studiosa pone l’accento e mette in guardia è di avere la consapevolezza della creazione di un discorso che, per quanto provi ad essere oggettivo, rimane pur sempre una creazione umana e quindi corruttibile. Lo sguardo è rivolto all’osservare e rinvenire le corruzioni e le distorsioni presenti nelle costruzioni del discorso scientifico, sondandone le conseguenze rintracciabili nei corpi, nelle menti e nella natura. Nell’interazione con la natura, spesso lo scienziato ha inquadrato quest’ultima sul versante della passività, un automa che una volta programmato segue interamente le regole del programma.

Invece, per quanto riguarda il discorso dei corpi in sé, Dawkins, come si è visto, adopera una terminologia “meccanicistica – strategica” (il cervello sarebbe ad esempio analogo ad un computer), identificando ogni essere vivente come una macchina da sopravvivenza a più livelli; quello più basso è agito dalla sovrastante legge del gene. Questo assemblaggio non permetterebbe di poter parlare propriamente di “individuo” e “organismo” in senso olistico. L’individualità in termini biologici significa possedere la qualità dell’indivisibilità, ovvero essere sufficientemente eterogenei nella forma, tanto da essere resi non – funzionali se tagliati a metà.

Ci si potrebbe chiedere, per mettere in difficoltà la teoria del gene egoista: «perché esistono i corpi, a quale scopo creare organismi così complessi?»

Sarebbe interessante continuare il ragionamento portandolo in un contesto discorsivo affine in modo da poter approfondire la questione della nascita di una coscienza così completa da includere un modello di se stessi, collegando mente e corpo in una sorta di flusso del sé fino a giungere all’annessa e peculiare capacità umana di previsione conscia. Purtroppo però non sarà questo il caso.

Tornando a Dawkins, Haraway individua dagli scritti dell’autore come egli sembri immerso e «guidato da una profonda coscienza postmoderna» (Haraway, 2018, p.157). Quindi, per quanto lo scienziato ignori la dimensione del mito, ironicamente esso pervade i suoi testi.  Il corpo, come citato precedentemente, non è solo un dato biologico, ma vi è un discorso che viene costruito su di esso che comprende più livelli. Le sue immagini condizionano fortemente la visione del mondo e anche, ad esempio, il linguaggio politico. Esso è un campo di forze, schermo di proiezioni immaginarie e sito della costruzione dell’identità. Dunque i corpi non nascono, si fanno.

 

 

Comunque, questa riflessione non è da intendersi strettamente come una contro teoria rispetto all’idea del gene egoista, bensì per cogliere l’opportunità di riflettere osservando da un altro punto di vista ciò che un discorso può creare intorno, in questo caso specifico, ad un corpo, un individuo e alla natura stessa in generale. Essendo l’essere umano al limite, e non inteso in modo univoco, una sorta di “entità e miscela bioculturale in costante trasformazione”, e non un fatto scientifico puro tipico delle scienze dure da vivisezionare, ogni discorso che si farà sulla sua natura – sempre ammettendo esista una cosiddetta “natura umana” – verrà avvolto e intessuto all’interno di trame di significato trasformando la definizione originaria, questa inclusa ovviamente.

Ciò non deve significare rinunciare alla ricerca dell’oggettività e della verità, questo è il compito di ogni buon scienziato, ma, appunto, essere consapevoli della complessità e dinamicità della realtà e delle sue costanti contingenze, connessioni e stratificazioni, cercando di mantenere un atteggiamento umile.

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Per questo è importante sviluppare e inventare costantemente nuove immagini di pensiero in relazione ai suoi mutamenti e alla sua infinita vastità; immagini che ci possano aiutare a riflettere in relazione ai cambiamenti e alle mutazioni epocali che da sempre attraversiamo.

Potremmo pensarci, citando Donna Haraway, come:

antropologi di sé possibili e tecnici di futuri realizzabili [e ancora aperti]. La scienza è cultura. 
(Haraway, 2018, p.171)

A questo punto è interessante inserire, sviluppando ulteriormente le argomentazioni della Haraway e concludendo questa breve disquisizione, una ulteriore riflessione di ampio respiro che evada dall’approccio semi dogmatico che si posiziona sull’orlo del determinismo gene – centrico e del suo consequenziale riduzionismo dell’interno discorso alla microevoluzione.

Citando il filosofo della scienza Telmo Pievani, vi sarebbe invece la possibilità di livelli esplicativi differenti, più in dialogo fra loro, dando ad esempio il giusto peso al valore della contingenza storica. Ponendo l’accento sull’imprevedibilità delle traiettorie storiche, possiamo cogliere una visione fortemente anti – deterministica e anti – progressionista dell’evoluzione. Ad esempio, pattern evolutivi come l’estinzione e il ripopolamento sono eventi singolari che oltrepassano la mera competizione fra geni e individui. La storia, con la sua interazione costruttivista contribuirebbe a plasmare l’individualità biologica. Si sta quindi ponendo l’attenzione sulla rilevanza di una intersezione fra leggi che dirigono i meccanismi di fondo dell’evoluzione e il dominio degli eventi singolari. È l’irruzione del carattere irriducibile della storia nella natura.

 

Telmo Pievani

 

Per questo motivo, le scienze del vivente sollevano in particolar modo – specialmente nella biologia evoluzionistica – questioni filosofiche da sempre al centro della riflessione teoretica.

La vita, all’interno di una analisi discorsiva aperta, non è né materia bruta, né impulso vitale trascendente, essa di fatto si sottrae a definizioni univoche. Essa è, citando Pievani, un tentativo, disperato e a termine, di sottrarsi alla seconda legge della termodinamica, che impone un aumento progressivo dell’entropia. Un pezzo di materia viene definito vivo quando scambia materia ed energia con l’ambiente e in questa incessante attività metabolica produce ordine, strutture e forme cibandosi del disordine circostante. I sistemi viventi tendono a produrre strutture sempre più elaborate, accumulando modificazioni, aggiungendo nuove parti e riorganizzando le loro configurazioni precedenti raggiungendo livelli di articolazione elevatissimi.

Queste riflessioni mantengono sullo sfondo le idee di un Darwin «del pluralismo, dell’imperfezione e della storia» (Pievani, 2014), lasciandoci con una certezza: «sulla biologia dell’egoismo e dell’altruismo non sarà mai detta l’ultima parola» (La Stampa, 2008).

Vi è qualcosa di grandioso in questa concezione della vita, con le sue molte capacità, che inizialmente fu data a poche forme o ad una sola e che, mentre il pianeta seguita a girare secondo la legge immutabile della gravità, si è evoluta e si evolve, partendo da inizi così semplici, fino a creare infinite forme estremamente belle e meravigliose.
Charles Darwin, L’origine delle specie (1859), epilogo.

 

 

 Bibliografia:

  • Barbujani G., Cheli P. (2010), Sono razzista, ma sto cercando di smettere, Laterza, Bari-Roma.
  • Dawkins R. (2017), Il gene egoista. La parte immortale di ogni essere vivente, Mondadori, Milano (ed. or., The Selfish Gene, Dawkins R, 1976).
  • Haraway J. D. (2018), Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Feltrinelli, Milano (ed. or., A Cyborg Manifesto, Haraway J. D, 1985).
  • Haraway J. D. (2019), Le promesse dei mostri. Una politica rigeneratrice per l’identità inappropriata, DeriveApprodi, Roma (ed. or., The Promises of Monsters: A Regenerative Politics for Inappropriate/d Others, Haraway J. D, 1992).
  • Pievani T. (2014), Introduzione alla filosofia della biologia, Laterza (ed. Digitale), Bari-Roma.

 

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Valentina Sbocchia

Laureata in Antropologia, Religioni, Civiltà Orientali presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna, frequento un Master in Antropologia Medica e Salute Globale presso la Rovira i Virgili (Tarragona, Cataluña).