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Il Gender nella Preistoria

A volte, parlando della teoria del gender, cioè il ruolo sociale culturalmente imposto ai maschi e alle femmine nella nostra specie, si possono sentir dire cose del tipo “nella preistoria l’uomo si comportava così, la donna invece in quest’altro modo”.
Così facendo molti cercano una spiegazione per la divisione dei ruoli in base al sesso proprio nell’evoluzione del comportamento umano. 

Voglio quindi scrivere questo articolo per elaborare questa problematica con un taglio scientifico.

Per quanto riguarda il passato remoto della nostra storia biologica, dobbiamo tornare al “momento” in cui il nostro ramo ha iniziato a sviluppare i suoi caratteri peculiari, cioè il bipedismo ed un encefalo molto sviluppato. Abbiamo i primi indizi di questo graduale processo intorno ai 7-5 milioni di anni fa, punto nel quale le linee che portano a noi, Homo sapiens, e agli scimpanzé, Pan troglodytes e Pan paniscus, si separano.

Per poterci fare un’idea di come si comportavano i nostri progenitori in questa fase della nostra storia, si può giustamente rivolgere lo sguardo ai nostri cugini quadrumani; oltre agli scimpanzé anche gorilla e oranghi possono essere d’aiuto (cioè gli altri esponenti, oltre a noi, della famiglia delle grandi scimmie, Hominidae).

Senza alcun dubbio in tutte queste specie c’è un discreto dimorfismo sessuale, in particolar modo il gorilla dominante, il silverback, è talmente robusto rispetto agli altri maschi e alle femmine che, se ritrovassimo i loro scheletri fossilizzati tra qualche milione di anni, probabilmente li attribuiremmo a due specie diverse.

Cranio di femmina (a sinistra) e di maschio (a destra) di gorilla

La loro morfologia in qualche modo riflette anche una divisione comportamentale, almeno per quanto riguarda il maschio dominante, che non è sempre l’unico maschio nel gruppo. Da notare anche che esistono delle differenze morfologiche ed etologiche tra le due specie e quattro sottospecie del genus Gorilla.

Gli oranghi, unica specie prevalentemente solitaria nella famiglia Hominidae, presentano anch’essi un grande dimorfismo tra femmine e maschi riproduttivi. Una loro caratteristica molto affascinante è che la capacità di un individuo di sapersi alimentare, scegliendo le specie di piante idonee, dipende dall’insegnamento materno, ed è quindi culturale e tramandata da generazioni e generazioni di madri.

A proposito di differenze comportamentali tra due specie dello stesso genus, è molto interessante osservare quanto lo scimpanzé comune (P. troglodytes) ed il bonobo (P. paniscus) differiscano nel comportamento, soprattutto in merito al rapporto tra i sessi e la sessualità: il bonobo infatti ha una minore aggressività, le femmine di grado gerarchico più alto hanno precedenza anche sui maschi, e in generale dimostrano una maggiore “fluidità” dei ruoli, con più frequenti episodi di omosessualità e di accoppiamento a fine non riproduttivo.

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Lo scenario, anche se trattato superficialmente come ho appena fatto, è evidentemente molto variabile, e ci suggerisce che ipotizzare quale fosse il comportamento di specie antichissime, come i nostri amati Sahelanthropus tchadensis, Orrorin tugenensis, Ardipithecus ramidus kadabba, ma anche delle svariate specie di australopitecine, è praticamente impossibile.

La chiave di lettura per il ruolo di genere nella nostra specie risiede nella nostra spiccata culturalità. Siamo dopotutto l’animale più culturale che si conosca… Ma da quando?
Probabilmente l’evoluzione comportamentale e culturale della nostra specie è stata, come quella bio-morfologica, graduale, e connessa all’aumento di capacità cranica e alla morfologia del cervello.

Possiamo ipotizzare che l’aspetto culturale abbia iniziato a prevalere su quello strettamente biologico proprio con la “nascita” del genus Homo, quindi con le specie H. habilis, rudolfensis, ergaster, erectus, heidelbergensis. Non abbiamo però nette prove di comportamento simbolico fino a specie meno arcaiche come Homo neanderthalensis ed i primi Homo sapiens.

In assenza di testimonianze dirette sul ruolo che avevano uomini e donne nel paleolitico, basiamo le nostre assunzioni sullo studio dei siti frequentati da questi esseri umani e dal rapporto tra siti fra loro coevi.
Così facendo si possono distinguere due organizzazioni generali, non discriminanti e di cui esistono forme intermedie, cioè quelle dei foragers e dei collectors.

Tengo a precisare che questi due sistemi, e il rapporto tra di loro, sono molto più complessi e sarò costretto ad un’estrema semplificazione.

I gruppi umani con un’organizzazione di tipo forager hanno un accampamento stabile dal quale si allontanano solo per breve tempo, per ottenere le risorse nei dintorni. L’accampamento può poi essere spostato in base alla disponibilità di risorse. Generalmente è il sistema che troviamo, anche in popolazioni contemporanee, in zone calde, ai tropici o in foreste pluviali, dove le risorse sono costanti durante tutto l’anno e omogenee nello spazio.

In questo contesto l’approvvigionamento dipende generalmente più da una costante raccolta che non da occasionali battute di caccia. Il ruolo che hanno le donne è centrale in quanto provvedono attraverso le attività di raccolta alla maggior parte del fabbisogno energetico del gruppo, ma è bene precisare che in molti gruppi la partecipazione maschile alla raccolta è ingente od equivalente a quella femminile.

In un’organizzazione di tipo collector, invece, al campo base principale, sono subordinati dei campi sussidiari adibiti ad attività precise come caccia, pesca o raccolta di materiali. Lo spostamento del campo base, anche su grandi distanze, può seguire il ritmo delle stagioni e la migrazione delle mandrie di erbivori, a latitudini più estreme.
Anche se spesso sono gli uomini a partecipare alla caccia, in questo contesto fonte prima di sussistenza, esistono gruppi in cui anche le donne vi partecipano, con ottimi risultati.

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Schematizzazione classica dell’organizzazione di “foragers” e “collectors”

Neanche nelle popolazioni di cacciatori-raccoglitori di Homo sapiens vediamo quindi una costante differenziazione nei ruoli dei sessi. Essa varia di cultura in cultura, attraverso infiniti modelli.

Ma anche tutto questo non può bastare a chiarire la problematica. Infatti noi, i popoli industrializzati, non siamo cacciatori-raccoglitori da un bel po’ di tempo.
Più o meno dal Neolitico, quando in Eurasia ha iniziato a stabilirsi con prepotenza un’economia di produzione agro-pastorale. Con il conseguente sviluppo di tecnologie avanzate e della scrittura.

Questo processo è probabilmente la migliore chiave di lettura per capire come e perché le culture oggi industrializzate abbiano sviluppato una coscienza storica, causando un profondo cambiamento del paradigma di tutti gli aspetti socio-culturali delle nostre società, tra i quali quello del ruolo di genere.

Spero di aver dimostrato, attraverso i miei molteplici voli pindarici per i quali mi scuso, che ipotizzare teorie semplicistiche sulla questione del ruolo di genere in base a questa o quella caratteristica comportamentale di altri primati, o in base all’organizzazione sociale di questa o quella cultura non industrializzata, è pretenzioso se non ridicolo, in quanto sia il comportamento animale sia il comportamento culturale umano vivono di un’estrema variabilità.

Invito i miei lettori ad aprire una discussione sul tema, esortando a sostenere le proprie posizioni su articoli affidabili come farò io compilando la bibliografia.

 

Bibliografia essenziale:

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Tobia Fognani

Laureato in Antropologia Culturale, Religioni e Civiltà Orientali all'Università di Bologna, sta attualmente perseguendo una magistrale in Quaternario, Preistoria ed Archeologia all'Università di Ferrara, con l'intento di unire gli interessi per le Scienze Naturali e Umane.