Il folklore ieri e oggi: il caso della festa di San Salvatore a Uras [Parte 1 di 2]

Folklore e dinamismo culturale

Il periodo pasquale è in tutta Italia, e non solo, uno dei più rigogliosi dal punto di vista delle feste e delle occasioni cerimoniali popolari. Volte a celebrare la resurrezione di Cristo o il superamento della stagione invernale, tradizioni della religiosità cristiana e repertori profani propri di molte comunità rurali si sono nel tempo intrecciate dando vita a nuove e ibride forme di ritualità.

Echi della modernità e della secolarizzazione, elementi che hanno travolto in particolare le grandi metropoli, riverberano al giorno d’oggi nei più piccoli centri abitati del Paese, dove un ricco e variegato patrimonio culturale era ed è tuttora custodito “gelosamente”1https://www.homologos.net/memoria-rituale-incorporazione-mamuthones-e-issohadores-di-mamoiada. Così, spesso capita di tornare nella propria terra di origine dopo una lunga assenza e non riconoscere o non ritrovare più canti, danze, profumi e colori che avevano accompagnato la propria infanzia o giovinezza.

 

 

Festa di San Salvatore a Uras
Uresi in abiti tradizionali attendono l’uscita del simulacro di San Salvatore dalla chiesa di Santa Maria Maddalena, Uras

 

 

L’analisi del dinamismo culturale è una delle costanti all’interno del dibattito scientifico sul folklore italiano sin dalla nascita della disciplina antropologica. Molti pionieri dell’etnologia e della demologia, nonché un numero spropositato di collezionisti “dilettanti”, hanno esplicitato, dalla seconda metà dell’Ottocento, la necessità di una rapida e integrale raccolta delle tradizioni popolari. Alcuni di questi studiosi e cultori sostenevano che tali forme espressive appartenessero ad un mondo in via d’estinzione e stessero inesorabilmente scomparendo dall’orizzonte culturale locale, come se avessero smesso di comunicare significati che potessero essere intellegibili alle nuove generazioni.

È, dunque, ad alcuni appassionati ricercatori, oltre che a importanti intellettuali come Alberto Favara, Giuseppe Pitrè o Francesco Lunelli, che dobbiamo inestimabili testimonianze di un passato ormai lontano, apparentemente intangibile e che, tuttavia, non è definitivamente scomparso come molti di questi sostenevano, ma ha solo cambiato veste con il passar dei tempi.

Se le cerimonie, i canti, i balli, la cucina e tutti quegli elementi fondamentali della ritualità popolare non esistono più nella loro presunta forma “autentica” e “originale”, ciò non significa che un nucleo di contenuti e significati riconducibile al passato sia definitivamente scomparso o irrimediabilmente alterato. La ricerca di ciò che è espresso all’interno di uno schema variabile, dei significati sulla forma, può essere un’interessante ed efficace chiave di lettura per affrontare il tema della dinamicità culturale nel folklore al giorno d’oggi.

Una volta in grado di riconoscere questo orizzonte di significati, un’analisi della ritualità sul piano formale sarà in grado di esplicitare le modalità attraverso cui tali valori sono in grado di mediare tra passato e presente, assicurando a una determinata tradizione una continuità nel futuro.

Leggendo le testimonianze “proto-etnologiche” di Favara e Pitrè è dunque possibile pensare che le forme descritte in quelle pagine non fossero rigorosamente “autentiche” e “originali”, ma che anch’esse fossero  il risultato di modificazioni e ri-creazioni. Talvolta molto rilevanti, anch’esse risultavano immerse in un flusso continuo di scambi con la storia, nella necessità di riscrivere i propri miti sulle esigenze della modernità.

È importante, in definitiva, comprendere che il dinamismo culturale e le trasformazioni dei rituali non siano esclusivamente un fenomeno contemporaneo legato allo sviluppo tecnologico, che irrimediabilmente avrebbe posto le condizioni per l’estinzione di intere tradizioni. Anche in un passato più o meno remoto, insomma, ogni cultura risultava essere immersa in un flusso costante e parallelo alla storia, i cui cambiamenti richiedevano una costante riorganizzazione alla ritualità popolare (Comba, 2012).

 

 

Statua di San Salvatore, Uras
La statua di San Salvatore trainata da giogo di buoi, Uras.

 

 

Certo è che nella seconda metà del Novecento questo processo di trasformazione culturale sembra aver intrapreso una rapida e radicale intensificazione, agendo in particolare sull’alterazione dei rapporti tra l’uomo e il mondo. La spiritualità e il contatto centrale con la natura via via si affievoliscono mentre, come già era accaduto nelle grandi città, le macchine e la tecnologia prendono il sopravvento arrivando ad assumere addirittura ruoli cerimoniali essenziali, di primaria importanza. Può essere questo il caso di un lettore musicale collegato ad un impianto stereo in grado di riprodurre brani della tradizione orale, ruolo un tempo affidato a musicisti professionisti, le cui performance sono al giorno d’oggi più rare e dispendiose.

Che sia per rendere il rito più agevole, che sia per rendere la cerimonia più economica o per coinvolgere le nuove generazioni, è tanto scontato quanto importante tener conto della nuova “svolta tecnologica” quando si osserva il folklore odierno rispetto a quello passato.

Ma ancor più importante è dar conto di ciò che delinea la continuità: le motivazioni che spingono l’uomo instancabilmente incontro alla performance rituale, alla ricerca di nuove forme che concedano alla tradizione una identità nel mondo contemporaneo. Tale identità non è destinata a rimanere ancorata al passato. Nella sua elasticità, infatti, risulta sì riscritta su di esso, ma anche e soprattutto complementare al presente.

Il rito, come il mito, si rispecchiano nella storia e si plasmano su di essa al fine di renderla intellegibile attraverso formule, significati e orizzonti di senso condivisi e trasmessi nel tempo. Se nel tempo questi significati si tramandano, nel tempo essi vengon rivisitati e ricostruiti, pur all’interno di una serie di codici condivisi in una specifica comunità.

Per esemplificare in modo più efficace questi processi di trasformazione culturale, di seguito si riporta l’esperienza della festa di San Salvatore a Uras, in provincia di Oristano, presso cui ho svolto una breve indagine. Attraverso importanti immagini d’archivio e brevi filmati “di famiglia” saranno riportati i cambiamenti più importanti della cerimonia avvenuti in un intervallo di tempo di circa quarant’anni.

 

Uras: la grande storia di un piccolo paese nel Campidano

Il piccolo comune di Uras si distende ai piedi del Monte Arci (812 m), massiccio isolato di origine vulcanica che si erge nella grande piana del Campidano. La posizione centrale all’interno di questa terra fertile e la ricca presenza di ossidiana proveniente dal monte sono all’origine di una storia plurimillenaria custodita meticolosamente.

 

 

Veduta aerea di Uras
Veduta aerea di Uras e del complesso nuragico de Sa Domu Beccia

 

 

Diverse monografie hanno cercato di ricostruire il lungo passato di Uras che, nonostante numerose e complicate vicissitudini, ha sempre visto gli abitanti pronti a mettersi nuovamente in gioco per ricostruire il proprio territorio, nonché per rievocare il proprio patrimonio di tradizioni e di leggende giunto a noi attraverso differenti forme di oralità in grado di superare la prova del tempo.

In quanto all’origine di questo centro abitato, nel territorio urese sono ormai accertate forme di civiltà risalenti al periodo pre-nuragico. La vicinanza del Monte Arci, uno dei maggiori giacimenti di ossidiana fra le terre del Mediterraneo, ha consentito, infatti, lo sviluppo di una consistente attività di lavorazione di questa pietra vetrosa, finalizzata alla costruzione di armi e altri oggetti d’uso comune e cerimoniale. Questo impiego era inizialmente indirizzato a soddisfare esigenze interne alla società, ma divenne ben presto punto di partenza per un’intensa attività di scambi commerciali.

Campagne di scavi archeologici, effettuate nei pressi del paese tra il 1985 e il 1990, hanno permesso di approfondire lo studio di uno dei più grandi complessi nuragici di tutta la Sardegna: Sa Domu Beccia (“Casa Vecchia”) e di ben 152 costruzioni di forma circolare ad esso vicine e ormai quasi completamente distrutte. Un’altra importante testimonianza del grado di civiltà di quel periodo sono le “Tombe dei Giganti” situate sempre nelle vicinanze del suddetto nuraghe.

Per molti anni, l’insufficiente attenzione da parte delle istituzioni atte a promuovere la conservazione e la valorizzazione dei beni culturali, nonché l’incalzante ritmo del progresso, hanno portato molte costruzioni nuragiche presenti nel territorio di Uras sull’orlo dell’oblio.

 

 

Scavi nei pressi di Uras
A sinistra, una parte del complesso de Sa Domu Beccia giace fra la vegetazione. A destra, l’esedra di una “tomba dei giganti”

 

 

Nel XII secolo Uras faceva parte della curatoria di Bonorcili, componente del potente giudicato di Arborea. È questo il periodo in cui fu costruita la piccola Chiesa di San Salvatore. La vicinanza a una struttura nuragica, nonché la presenza di pietrame a essa connesso e inglobato nella costruzione della chiesa stessa, ha portato alcuni studiosi a supporre che essa potesse essere sorta su un precedente luogo di culti precristiani.

La piccola Chiesa di San Salvatore è passata alla storia a seguito di uno dei più rilevanti fatti storici per Uras e per la Sardegna in generale: il 14 Aprile del 1470, infatti, le milizie del marchese di Oristano Leonardo Alagon, che riunivano un gran novero di sardi, sbaragliarono l’esercito del Vicerè aragonese Niccolò Carroz nonostante questo fosse in possesso di armi più sofisticate, come le colubrine (“cannoni a mano”).

Quella che passò alla storia come Battaglia di Uras (Sa battalla) si svolse nelle vicinanze della chiesetta, dove i sardi escogitarono un ingegnoso stratagemma per cogliere di sorpresa gli aragonesi. Scrive Giovanni Boassa nella sua monografia “Uras. Crocevia del Campidano”:

«Bisognava spargere la voce che il campo fosse immerso per tale evento [l’arrivo dei rinforzi del Conte di Monte Acuto] nel tripudio e nei bagordi; discesa la notte si sarebbero accesi grandi fuochi in ogni parte del campo, si sarebbero innalzati canti e grida festose, facendo di tutto perché il nemico, dall’alto di Monreale e per mezzo delle sue spie, credesse l’esercito sardo ben lungi dal pensare alla lotta. Verso la mezzanotte sarebbero gradatamente cessati ogni canto e ogni rumore, spegnendo tutti i fuochi, in modo tale da far credere che l’esercito vinto dalla stanchezza, dall’ebrietà e dal sonno potesse diventare loro facile preda, mentre in realtà sarebbe dovuto essere schierato ben sveglio dietro le palizzate, pronto ad accogliere con le armi in pugno gli aragonesi sorpresi per il loro mancato agguato.»

L’esercito di Alagon riuscì così a respingere le truppe di Carroz che, sentendosi in difficoltà, decise di lanciare in battaglia la sua riserva, composta da diversi gruppi di sardi sottomessi e portati da Cagliari. Questi, tuttavia, non obbedirono all’ordine di Carroz di attaccare l’esercito di Alagon. Al grido di “Arborea, Arborea” i sardi sottomessi si rivoltarono contro gli aragonesi, attaccandoli sul fianco.

 

 

Battaglia di Uras, San Salvatore
Sa Battalla, Bassorilievo ceramico che riproduce lo scontro del 1470, presso l’Aula consigliare del Comune di Uras.

 

 

Nel mezzo degli scontri, Carroz fu ferito gravemente e morì  il giorno stesso della battaglia nella chiesa di San Salvatore. Prese dallo sconforto, le truppe di Carroz si ritirarono inseguiti dai sardi vittoriosi che provocarono un vero e proprio massacro. Nonostante questa importante vittoria, il marchesato di Oristano fu definitivamente sconfitto dall’esercito aragonese guidato dai Carroz di Aragona qualche anno più tardi, durante la battaglia di Macomer del 1478.

Durante il XVI secolo Uras subì, come molti altri paesi della costa sud-occidentale, le incessanti incursioni saracene e di pirateria. Nel 1546, in una di queste scorrerie, il Barbarossa distrusse parzialmente il paese. Riprese a vivere solo nel secolo successivo, con il rientro dei suoi abitanti e la sua ricostruzione. Si attesta, infatti, che nel 1603 la villa di Uras fu resa feudo dai Centelles, che sostituirono i Carroz. Passò poi nel 1798 sotto il dominio di Osorio de la Cueva fino al 1839, anno in cui i feudi vennero riscattati dai Principi di Savoia.

Con lo sviluppo esponenziale dei grandi centri industriali e portuali dell’isola, nel XX secolo Uras perse gradualmente la centralità guadagnata nei secoli precedenti, quando per la sua posizione figurava sulle mappe della Sardegna tra i maggiori snodi del tempo.

 

 

Antica mappa con Uras
Antico acquerello in cui Uras figura tra i più importanti centri dell’isola. Sigismondo Arquer, 1560.

 

 

Tuttavia, forse fu proprio questa distanza dall’industrializzazione e il mantenimento di una franca attività rurale di agricoltura e allevamento a consentire la conservazione di tradizioni religiose e profane, talvolta inedite.

Dal 1979, anno della nascita della Pro-Loco di Uras, vengono organizzate una serie di attività rivolte alla valorizzazione delle usanze e delle tradizioni del popolo urese, nonché della sua storia e del territorio circostante.

È proprio in questi anni che la festa di San Salvatore, fino ad allora celebrata unicamente sul piano religioso, assunse una veste decisamente nuova e originale, dapprima come messa in scena di una leggenda e successivamente come rievocazione storica della grande battaglia del 1470.

 

La festa di San Salvatore: breve storia tra ritualità sacra e profana

Fra le ricorrenze ecclesiastiche principali che si festeggiano di anno in anno ad Uras, la festa di San Salvatore è probabilmente quella più caratteristica e ricca di significati dall’alto rilievo culturale e sociale.

Questa originalità non dipende tanto dagli aspetti della processione e della celebrazione religiosa, che in una certa misura sono simili a quelli delle altre due feste uresi di Santa Maria Maddalena, il 22 luglio, e di Sant’Antonio, celebrata la domenica successiva al 13 giugno. Si distingue da esse, infatti, per merito di inediti contenuti profani dall’essenziale valore mitologico e storico che in tempi relativamente recenti si sono affiancati a quelli propri della ritualità cristiana. Si è cercato, in questo modo, di rispolverare e riscoprire il passato leggendario che ha segnato la storia del paese.

La festa di San Salvatore si tiene a Uras due giorni dopo Pasqua, anche se i preparativi cominciano già nella settimana precedente. Per quanto riguarda il piano religioso, dunque, la si può inserire a pieno diritto a conclusione di quell’insieme di celebrazioni relative alla resurrezione di Cristo, per l’appunto il Salvatore dell’umanità secondo la Chiesa cristiana.

Ma è sul finire degli anni Ottanta che la festa di San Salvatore trova una nuova vitalità, arricchendosi soprattutto grazie all’attività di promozione culturale avviata dalla Pro Loco di Uras, che fa riscoprire o conoscere al paese il suo enorme bagaglio di storia e tradizioni.

Così, parallelamente alla processione religiosa, che prevedeva il trasporto della statua del Santo dalla chiesa principale di Santa Maria Maddalena alla chiesetta omonima, fu istituita una sfilata profana. Questa, come una messa in scena teatrale, avrebbe rievocato inizialmente il leggendario passaggio da Uras di Eleonora, giudicessa d’Arborea, e, successivamente, la celebre battaglia di Uras del 1470 (sa battalla), che ancora oggi viene ricordata.

 

 

Sfilata di San Salvatore, Eleonora d'Arborea
Rappresentazione del passaggio ad Uras di Eleonora d’Arborea, nel suo tragitto verso il castello di Monreale. Festa di San Salvatore 1992, Uras

 

 

Un’altra importante differenza rispetto alle feste di Santa Maria Maddalena e Sant’Antonio è la quasi totale assenza dei fuochi d’artificio nei festeggiamenti. Al posto di questi, la tradizione del grande fuoco votivo (su fogadoni) si è mantenuta nel tempo assumendo un ampio spettro di significati culturali, storici e sociali.

Infine, un ultimo importante aspetto originale della festa di San Salvatore è Sa Cursa de Su Pannu, una giostra equestre che affiancava la sfilata/messa in scena medievale. Anche questa manifestazione si richiamava al leggendario passaggio di Eleonora d’Arborea per i festeggiamenti della Pasqua urese, durante i quali si realizzava anche un palio.

 

 

Giostra equestre della Festa di San Salvatore
Giostra equestre de Sa Cursa de su Pannu

 

 

Insieme al piccolo lunapark e alle bancarelle di dolci tipici, che richiamavano un gran numero di giovani e bambini, per Sa Cursa de Su Pannu e per la sfilata storica accorreva a Uras gente proveniente da tutta l’Isola. Nella sua breve ma intensa vita, consumatasi per motivazioni economiche dopo solo un quinquennio dalla prima edizione del 1988, questa giostra equestre fu un’importante ventata d’aria fresca con cui la festa raggiunse l’apice della sua notorietà.

Osservando, nel prossimo paragrafo, le fotografie e i filmati delle celebrazioni di San Salvatore dei primi anni Duemila, ci si potrà accorgere subito di come il lustro che questa festa era riuscita a ottenere alla fine del secolo scorso sia ridotto considerevolmente nell’ultimo decennio. Una breve descrizione e comparazione nel tempo degli elementi sopra riportati può aiutare a comprendere cosa è cambiato e quali possano essere le motivazioni di questa trasformazione.

 

Su fogadoni

Il giorno che precede la vera e propria festa di San Salvatore è quello più carico di significati religiosi. È il momento in cui il Santo viene trasportato dalla chiesa principale attraverso le vie di Uras, fino ad arrivare alla chiesa di San Salvatore, dove resterà fino al mercoledì successivo.

Già nelle giornate che precedono la processione comincia l’allestimento, nei pressi della chiesetta, di un grande spiazzo in cui subito prima del passaggio del Santo verrà acceso un grande fuoco votivo. L’antica tradizione de su fogadoni può esser considerata il cuore della festa di San Salvatore, il suo nucleo pulsante, il trait d’union tra gli aspetti storici, religiosi e sociali.

 

 

Il grande fuoco e la processione religiosa della festa di San Salvatore del 2000. Il giogo di buoi traina il simulacro del Santo.

 

 

Riguardo agli aspetti storici, l’origine del falò è stata oggetto di numerose e differenti interpretazioni, per lo più connesse alla Battaglia di Uras.

Secondo una di queste, il grande fuoco sarebbe un modo per rievocare lo stratagemma attraverso cui l’esercito di Alagon era riuscito a sorprendere quello di Carroz, orientando in questo modo la battaglia verso la vittoria.

Altre due interpretazioni sull’origine de su fogadoni ipotizzano che esso rimandi al grande fuoco acceso dalle truppe di Alagon alla fine della battaglia: secondo la prima interpretazione, per rischiarare la notte dei festeggiamenti, mentre nel secondo caso per bruciare i numerosissimi cadaveri nell’impossibilità di dar loro una sepoltura cristiana, oltre che per scongiurare le malattie.

Secondo Giovanni Boassa, nella sua monografia, “è sicuramente in omaggio a quanti caddero e a perpetuo ricordo di quella triste e al contempo lieta notte che noi [uresi] continuiamo ad accendere il grande falò durante la festa di San Salvatore”.

Per quanto riguarda l’aspetto sociale, è importante evidenziare che in origine la legna destinata al falò veniva donata da tutte le famiglie del paese. Questo atto di comunione mette in luce un importante processo di consolidamento dei legami sociali. Ogni famiglia metteva a disposizione della comunità ciò che era nelle proprie disponibilità e, così facendo, tutto il paese collaborava alla preparazione del fuoco che, bruciando, dava anche il via “ufficialmente” al nuovo ciclo stagionale. Si potrebbe intendere questo gesto come una vera e propria allegoria della resurrezione, leit motiv dell’intera festività.

Oltre che a rafforzare il senso di appartenenza alla comunità, mettere a disposizione la propria legna per la festa di San Salvatore consisteva in una vera e propria offerta votiva: un gesto, sì, di devozione cristiana, ma anche connesso ad altre forme di ritualità propiziatorie, indirizzate all’augurio di abbondanza e prosperità.

Fino a qualche anno fa era viva e rispettata la credenza per cui gli elementi costitutivi del falò fossero sacri e inviolabili: appropriarsi di una fraschetta o anche solo delle ceneri avrebbe potuto compromettere l’efficacia del rito stesso. Per evitare gesti del genere e per confermare tali credenze, gli anziani del paese raccontavano spesso ai più giovani di episodi spiacevoli “realmente accaduti”.

Con il passare degli anni, la richiesta da parte della popolazione urese di un falò sempre più grande spinse i giovani che raccoglievano la legna dalla popolazione a stringere un accordo con il vicino paese di Morgongiori, sul Monte Arci, per attingerne una maggiore quantità dai boschi circostanti.

Al giorno d’oggi quasi tutto il legname utilizzato per su fogadoni viene raccolto nella zona adiacente al complesso nuragico di Sa Domu Beccia. Tuttavia, molti uresi asseriscono che la tradizione di raccogliere la legna “casa per casa” non è del tutto scomparsa. Anche se in misura minore rispetto al passato, la comunità sente ancora il bisogno di questa condivisione anche perché, come mi è stato più volte riferito durante le interviste, “se non c’è il falò non c’è nemmeno la festa”.

Tutto ciò è in grado di confermare l’importanza centrale di questo elemento all’interno delle celebrazioni di San Salvatore. Il grande fuoco, elemento rigeneratore per eccellenza, ma anche memoria di un passato ormai reso mito, risulta essere il simbolo di questa festa, l’ingrediente più ricco di significati, nonché la conditio sine qua non affinché l’intera celebrazione abbia luogo.

 

 

Su fogadoni della festa di San Salvatore 2019. Le braci continuano a bruciare per tutta la notte, spegnendosi in genere al passaggio della sfilata medievale.

 

 

Bibliografia:

  • Edmondo Atzeni, 1984, Una cultura da difendere. Terza rassegna Folk e Tradizioni, Uras, Pro Loco.
  • Giancarlo Baronti, Daniele Parbuono, 2012, Studi di tradizioni popolari: passato e presente, Perugia, Morlacchi Editore.
  • Giovanni Boassa, 1995, Uras. Crocevia del Campidano, PTM Editrice.
  • Costantin Brâiloiu, 1984, Folklore musicale, Roma, Bulzoni Editore.
  • Mimmo Bua, 1992, Storie, fiabe, miti, riti del mondo contadino oristanese, Oristano, S’Alvure Editore.
  • Gino Camboni, 1989, Il Monte Arci, Cagliari.
  • Enrico Comba, 2012, La Danza del Sole. Miti e cosmologia tra gli Indiani delle Pianure, Roma, NovaLogos.
  • Francesco Floris, a cura di, 2007, La grande enciclopedia della Sardegna, Volume 10, Sassari, La Nuova Sardegna.
  • Roberto Leydi, 2008, L’altra musica. Etnomusicologia, Lucca, LIM.
  • Francesco Sonis, 1994, Uras. Un paese del Campidano tra XIX e XX secolo, Cagliari, Edizioni della Torre.

Sitografia:

  • http://www.prolocouras.it/
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