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Il fascino dell’esotico: l’arte africana tra stereotipi e realtà

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Un articolo di Giulia Arcoraci

Nel corso della storia non è stato inusuale trovare manuali, libri e studi fatti sulle arti orientali come l’arte egizia, giapponese e cinese. Queste infatti (tra il XVIII e XIX secolo) erano molto apprezzate e durante l’esotismo (un fenomeno culturale che prevedeva un gusto per qualsiasi cosa “estranea” alla propria cultura) molti manufatti orientali entrarono a far parte di varie collezioni appartenenti a principi, signori, nobili e Re.

Le tre sculture: le teste della città di Ife (Nigeria), trovate in uno scavo del 1938 ad opera di Leo Frobenius (etnologo), si crede rappresentino dei Re. Questa scoperta fece molto scalpore poiché la loro forma estremamente naturalistica era molto avanzata e si pensò addirittura che fossero state importate dall’Europa o dalla Cina.

Tra le più famose le collezioni dei Medici e quelle del Re Filippo II di Spagna. Lo stesso non si può dire dell’Africa, di cui infatti non esistono “manuali” di arte africana, non esiste una “storia dell’arte africana”, innanzitutto perché l’Africa è stata privata per secoli di una sua storicità. Questo ha reso difficile “inquadrare” e “categorizzare” il suo patrimonio culturale che, in questo caso, segue sempre un criterio geografico “figlio” delle suddivisioni etniche dell’epoca coloniale1divise per arti delle popolazioni “x” e “y” di una specifica zona o regione, per fare un esempio..

Lo studioso polacco Krzystof Pomian definì il collezionismo come un vero e proprio fenomeno antropologico: utilizzò il termine “semioforo” per indicare gli oggetti appena illustrati, ma cosa significa?

Si intendono oggetti naturali o artificiali prodotti dall’uomo che vengono mantenuti al di fuori del circuito economico, posti sotto protezione speciale ed esposti al pubblico. Questi oggetti non hanno quindi un “valore d’uso” ma fungono da “mediatori” tra mondi diversi, persino oggetti scartati possono diventare semiofori, così accadde con le antichità romane e con l’avvento dell’Umanesimo che rivalutò il mondo antico.

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Esempi di maschere africane

La categoria del “meraviglioso” infatti irrompe nella storia già nei secoli XII e XIII, il termine esatto èmirabilia e indica precisamente le antichità romane ma anche gli oggetti “mostruosi” (dal latino “monstra” cioè prodigi, cose straordinarie, animate o inanimate). Questa categoria rimarrà anche nel Rinascimento. Le collezioni non saranno più dei soli nobili o Re, ma anche di personaggi di spicco che le sistemeranno in luoghi appositi: iniziano a formarsi le gallerie e i musei.

Per quanto riguarda l’arte africana, però, il discorso è diverso. Purtroppo, l’arte africana ha subito da sempre una “discriminazione” sistematica. Quando furono scoperte diverse opere africane, la maggior parte dei critici e studiosi non le considerava davvero “africane”, utilizzarono invece il termine “calicut” che è utilizzato per le opere indiane: l’arte africana veniva definita come “opera” dell’Oriente inteso come Cina, Giappone e India.

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Per molto tempo non si accettò che il “continente nero” fosse in grado di produrre oggetti artistici di grande valore, fu utilizzato il termine “exotica” come categoria fissa e immutabile in cui “buttare” tutte le opere d’arte africane; molto spesso le collezioni che le contenevano furono disperse e scartate poiché considerate di poco valore.

Il mito del “selvaggio” non nasce con l’antropologia, questa lo “istituzionalizzerà” dandogli definizioni e contesti specifici, ma in realtà lo troviamo già nel Medioevo: si indicavano degli uomini che non vengono definiti tali poiché vivono nelle foreste (“homo silvanus” dal latino), qui si ha l’opposizione tra natura e cultura che diventerà una costante antropologica.

Foto del fotografo Man Ray che ritrae Simone Kahan (moglie di André Breton, famoso surrealista),1927

Una caratteristica del “selvaggio” è la sua “nudità”. Già Colombo descrisse i nativi sottolineando la mancanza di barba e peluria, infatti il mito della “follia” medievale (basti pensare all’Orlando furioso) vede l’uomo privarsi dei suoi vestiti e rifugiarsi nella foresta, lontano dalla civiltà.

I Selvaggi erano anche “idolatri”, il termine “feticcio” fu inventato dai portoghesi e deriva da feitiço che significa anche “falso” o “posticcio”: l’Africa fu il punto di riferimento principale in cui si individuavano forme di feticismo, gli oggetti artistici sono quindi “feticci” e per questo soggetti a forte discriminazioni e giudizi da parte degli europei, assolutamente non abituati a culti così “materiali”.

L’arte africana ritroverà un po’ di dignità con l’avvento delle avanguardie storiche nel Novecento e con la nascita del primitivismo, correnti che rivalutarono quegli oggetti e ispireranno molti artisti. Molto famosa fu l’esposizione ufficiale nel nuovo museo etnografico parigino del 1889: Vincent Van Gogh e Pablo Picasso furono tra i visitatori.

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L’arte africana è caratterizzata principalmente dalla scultura: questa più di tutte si avvicinava alla “brutalità” della realtà, fu proprio in questa che nell’Ottocento gli artisti, scrittori e critici videro rappresentate le culture definite primitive. Ma ricondurre le variegate e complesse “culture primitive” al mito del “buon selvaggio” è un pensiero figlio dell’evoluzionismo e dell’eurocentrismo.

I critici e gli studiosi del tempo “presumevano” di comprendere le arti “primitive” senza ritenere utile, per esempio, chiedere il parere di un polinesiano sulla sua arte o sull’arte europea: il tutto era fissato in spiegazioni “a priori” che seguivano tradizioni e caratteristiche occidentali.

In questo senso nei pittori di inizio Novecento non va visto uno studio scientifico e attento delle arti tribali, quanto più un “cambio d’aria” che aiutò una nuova comprensione delle stesse. Come risultato, la diffusione degli stili primitivi nel Novecento formulò nuovi significati filtrati dalla visione moderna dell’Occidente, arrivando ad un’interpretazione del primitivismo nell’arte su due piani: da una parte il “mondo primitivo” cerca di recuperare un utopico Eden perduto per combattere la corruzione della società moderna, dall’altra si elaborano nuove soluzioni formali e stilistiche.

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Furono in particolare le maschere africane a colpire l’immaginario collettivo: nelle sculture di Modigliani e nei volti di Pablo Picasso è possibile notare un utilizzo dei volumi che richiama fortemente alcune maschere dell’Africa (in particolare quelle delle popolazioni Fang del Gabon).

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Con il passare del tempo la situazione è migliorata, anche se tutt’oggi vi è molta disinformazione e “ignoranza” sull’arta africana, poiché l’Africa (in particolar modo l’Africa subsahariana) risulta nell’immaginario collettivo come un “grande continente” attraversato da conflitti politici, ignorando però tutte le meraviglie culturali e storiche conservate dalle variegate popolazioni africane.

In Italia vanno ringraziate alcune figure importanti come il defunto studioso ed esperto Ezio Bassani, il professor Ivan Bargna, l’antropologo Bernardo Bernardi, la professoressa Anna Maria Gentili, il professor Pierluigi Valsecchi ecc. che hanno curato i cataloghi di arte africana italiani e innumerevoli testi che ne spiegano le culture orali e la storia, insieme all’associazione ASAI (Associazione per gli studi africani) che raggruppa gli africanisti italiani.

 

Bibliografia:

  • Augé Marc, 1996, Il Dio oggetto, Mimesis edizioni;
  • Bassani Ezio, 2019, Ex Africa. Storie e identità di un’arte universale;
  • Ciminelli M.L, 2008, D’incanto in incanto: storia del consumo di arte primitiva in Occidente, CLUEB;
  • Del Puppo A., 2003, Primitivismo, Giunti;
  • Fabietti Ugo, 2011, Storia dell’antropologia, Zanichelli.