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Il corpo nel rituale islamico della Ṣalāt: uno sguardo antropologico

La Ṣalāt

Note e ricordi di campo

Bologna, 6 febbraio 2020

Aasmae1Nome fittizio. Ho scelto di non riportare il vero nome della mia interlocutrice, garantendone così la privacy. ha gentilmente accettato di accogliermi nella sua casa per un pomeriggio. Dopo che ci eravamo sentite su WhatsApp, la nostra conoscenza prosegue dal vivo: il mio interesse nella pratica di Ramaḍān trova nella sua esperienza, condivisa con me, il perfetto incontro.

La casa di Aasmae si apre su un soggiorno ampio e luminoso, dove ci sediamo. Tra gli arredi contemporanei posso intravedere oggetti tipici dell’universo ospitale marocchino, disposti quasi malinconicamente sulle mensole: una teiera d’argento con i relativi bicchieri in vetro colorato, una tajine2Il termine tajin o tajine (in arabo: طاجين‎), di origine berbera, indica una pietanza di carne o pesce in umido, tipica della cucina maghrebina che prende il nome dal caratteristico piatto in cui viene cotto. di terracotta, stampe con testi in arabo e altri soprammobili.
Il suo racconto sul Ramaḍān vissuto a Bologna si concentra su un elemento, ampliandosi in una riflessione: «dhikr, il ricordo di Allah, è il cibo dell’anima, sono le preghiere che durante l’anno vengono fatte ogni giorno. Pregare e dialogare con lui ci dà una carica maggiore allo spirito».

A questo punto Aasmae mi mostra degli oggetti: un tappeto decorato con arabeschi, una tunica blu appositamente cucita da lei per la vestizione, il suo Corano. Mi spiega, ricreandola, la gestualità del momento della preghiera, un linguaggio del corpo attentamente misurato: «qui in Italia viene un po’ perso, con i ritmi più veloci sai, ma in realtà è molto intimo, per questo noi facciamo le abluzioni prima… inizi a dialogare con te stessa e con Dio, devi essere pulita e tutto intorno deve essere pulito».

Per assolvere a questo precetto religioso, non solo durante il mese di digiuno, il corpo si prepara ad entrare in uno stato di sacralità; attraverso un’attenta cura, le abluzioni, la vestizione, la pulizia dello spazio in cui si prega sono rituali di accompagnamento del credente verso l’intimità con Allah. Mi colpisce il profondo rispetto che scorgo nelle parole di Aasmae, verso ogni singolo istante, verso gli oggetti toccati con amore, verso se stessa: la cura dello spazio e del tempo da dedicarsi nonostante la quotidianità.

 

 

La Ṣalāt, breve cenno dalla dottrina islamica

La preghiera canonica costituisce il secondo dei cinque pilastri dell’Islam, gli obblighi (ibadaat) previsti per ogni credente musulmano. Deve essere recitata cinque volte al giorno, all’alba, a mezzogiorno, nel pomeriggio, al tramonto e la notte, rivolgendosi verso il santuario della Ka’ba alla Mecca.

La prima preghiera (ṣalāt al-ṣubḥ) prevede 2 rakʿa3Unità di preghiera formata da una serie di movimenti del corpo accompagnati dalla recitazione del Corano; la seconda (ṣalāt al-ẓuhr) ha 4 rakʿa così come la terza (ṣalāt al-ʿaṣr); la quarta (ṣalāt al-maghrib) ne ha invece 3 e l’ultima (ṣalāt al-ʿishàʾ) ne ha 44Fonte: Wikipedia; esse non sono alla stessa ora ogni giorno in quanto sono regolate dalla luce del sole. Ogni rak’a comincia con la sura Al-Fatiha, di apertura al Corano.

Ogni preghiera inizia con il Takbīr5Allāhu akbar, generalmente resa come “Allah è il più grande”, espressione di riconoscimento di Allah comune in molti momenti della ritualità islamica, e si conclude con il taslīm, la formula conclusiva di benedizione. Nel complesso, la gestualità prevede precisi movimenti del corpo: si inizia  sollevando e aprendo le mani all’altezza delle spalle (orecchie per gli uomini), stando in piedi.

A questo punto le mani si incrociano sul petto; dopo aver recitato dei versetti, ci si inchina (posizione ruku), per poi appoggiare la fronte, le mani e le ginocchia sul pavimento, in posizione sajdah. Sedendosi sulle ginocchia, si termina la Ṣalāt con due movimenti rotatori della testa, a destra e a sinistra: si tratta di un contatto con l’angelo che ha in carica la buona e la cattiva condotta di ognuno di noi (Henkel 2005).

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La dimensione sacra della Ṣalāt

Rispettare la disciplina della preghiera rappresenta un atto di auto – affermazione del credente come parte di una comunità di fedeli più ampia: è al tempo stesso simbolo della genuina intenzione del singolo di offrirsi ad Allah e di impegno collettivo nel seguire la dottrina islamica (Simon 2009). Tener fede a questo impegno giornaliero nei confronti di Dio e della collettività significa dotare la propria quotidianità di un diverso equilibrio; questo può rappresentare una sfida per chi lavora, sebbene ogni credente lo adatti alle proprie esigenze.

La privatezza della preghiera adempiuta nella propria casa si contrappone a quella pubblica nelle Moschee, che si tiene il venerdì. Ma come? Pregando, il credente incorpora la sottomissione ad Allah e alla sua legge morale, realizzandosi anche come persona giusta e devota. Entra in uno stato di sacralità, creando uno spazio rituale dai confini ben precisi (Henkel 2005:497) e separato dal resto delle attività quotidiane, disciplinandosi ad un uso consapevole del proprio tempo (Simon 2009).

Thus the salat is not simply a homogenous time-space but one which obliges the practitioner to traverse it in a particular way; in this sense it is akin to a parcours that can only be successfully traversed in one correct mode. (Henkel 2005:497)

Vi si accede seguendo delle prescrizioni ben precise, che ruotano intorno alla cura della persona: prima di iniziare il rito, il credente deve trovarsi in uno stato di purezza fisica e mentale. Questo significa allontanare dalla mente i pensieri sulle cose da fare, sugli impegni quotidiani e adempiere alle abluzioni. La pulizia del corpo, così come quella dello spazio dedicato alla preghiera, è fondamentale per sacralizzare il momento ed entrare finalmente in contatto con Allah.

L’abluzione rituale si suddivide in maggiore (ghusl), da fare dopo rapporti sessuali e alla fine del ciclo mestruale, e minore (el – wudu), che consiste nel lavare le estremità del corpo. La ritualità di questo momento si estende anche oltre la preghiera: lo stato di purezza del corpo e, per estensione, di moralità della persona è ricercato ogni giorno, nella vita quotidiana, come meccanismo di costruzione e presentazione del sé (Haeri 2013). Il concetto di persona, nel senso occidentale di cittadino partecipe alla società, non è disgiunto da quello di credente.

 

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La cura del corpo secondo la prospettiva islamica

Pulizia e purezza morale sono concetti strettamente legati nell’Islam: nel Corano e nella Sunna, le due fonti maggiori della legge islamica, un buon credente è colui che rispetta il proprio corpo, dono divino, tenendolo pulito e curandone le parti. Il concetto di pulizia, così come noi lo conosciamo, non è limitato solo al corpo, ma racchiude una più ampia dimensione di cura che si estende anche alla sfera sociale della persona: prescrizioni alimentari e relazionali. Un corpo pulito è un corpo corretto (Fusaschi 2008), di una persona socialmente riconosciuta e accettata perché dedita al rispetto dei precetti religiosi.

Problematizzare ulteriormente il concetto di “pulito” può tornarci utile: Mary Douglas, antropologa britannica, in Purity and Danger (1966) ne mette in luce la natura relativa. La concezione occidentale di “sporco” e “pulito”, che abbiamo ormai interiorizzato, è costruita sull’influenza della biomedicina: la scoperta dei germi come causa delle malattie, ad opera del chimico Louis Pasteur (1822 – 1895), generò un’attenzione diversa al ruolo che può avere il tatto, l’uso delle mani, nella vita delle persone (Brame 2018).

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Non che questo concetto non sia ormai parte integrante del modo di pensare e di agire di milioni di persone in tutto il mondo, data la predominanza della biomedicina. Semplicemente, l’idea di cosa può essere sporco o pulito può risiedere in considerazioni diverse, anche di natura religiosa o morale: nell’Islam si parla del concetto di niya, o intenzione.

La profonda volontà di agire nel bene, a fare cose giuste e caritatevoli nei confronti degli altri è un elemento cardine nella costruzione della persona/credente musulmana: Allah è consapevole della natura delle azioni umane, e perdona chiunque sbagli purché sia animato da una pura intenzione, di cui si ricorderà al momento della sua morte. Persino la stessa preghiera è ritenuta valida solo se il fedele vi si avvicina con l’intenso desiderio di entrare in contatto con il divino.

Incorporating good intention and care into a work: bread, food, a product, imbues that work with protection. When something is touched by a good intentioned person, it is more authentic than something produced by a machine. (Brame 2018:194)

Qualcosa che proviene dalle mani di una persona che agisce nel bene, non potrà costituire un danno a chi la riceve, soprattutto nel caso del cibo: esso sarà protetto dalla buona intenzione di chi lo prepara. Nelle cerimonie come matrimoni o fidanzamenti infatti, il momento del pasto è condiviso con tutta la famiglia: dal piatto al centro del tavolo, il cibo è preso con le mani e accompagnato col pane.

Raggiungere questa condizione di purezza interiore è possibile appunto attraverso l’intenzione, vera e sentita, di fare del bene. Strettamente legata a questa è la purezza esteriore, per cui specifici luoghi nell’ambiente urbano maghrebino assolvono a questa necessità: si tratta degli hammam, strutture pubbliche dedicate alla cura e alla pulizia del corpo attraverso il calore e l’acqua. La visita settimanale all’hammam è ormai una consuetudine radicata per uomini e donne musulmane.

 

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La frequentazione di questi luoghi per molti è un importante rituale di cura personale non equiparabile con la normale e frettolosa doccia che tutti facciamo quotidianamente; si tratta di regalare del tempo al proprio corpo, di entrarci in contatto con un’attenzione diversa ascoltandone i bisogni. Il bagno all’hammam comincia con una pulitura a secco della pelle, tramite una spazzola dalle setole dure, per eliminare le cellule morte. Il calore, l’acqua e il tipico sapone nero derivato dall’olio di oliva nera, completano il processo.Quella ottenuta è una pulizia profonda: la pelle viene fatta respirare, i pori si aprono e i muscoli si rilassano.

Un corpo – e una persona – veramente pulita non è un risultato fisico ottenuto con acqua e sapone: è un processo continuo di purificazione ed educazione alla moralità che parte da dentro per trovare applicazione pratica sul corpo. 

 

Bibliografia:

  • Al-Soliman, T., 1987, Environmental Purity and Cleanliness: An Islamic Perspective, “Journal of the Islamic Medical Association of North America”, 19, pp. 100 – 105.
  • Bhat, Muhammad A., Qureshi, Ahmad A., 2013, Significance of Personal Hygiene from Islamic Perspective, “IOSR Journal Of Humanities And Social Science”, 10:5, pp. 35 – 39.
  • Brame, Roxanne R., 2018, The Traditional Hammam Bathhouse from Morocco to France:
    The Body, Purity, and Perception, 
    PhD. Sociocultural Anthropology Dissertation, University of Washington.
  • Haeri, N., 2013, The Private Performance of “Salat” Prayers: Repetition, Time, and Meaning, “Anthropological Quarterly”, 86:1, pp. 5 – 34.
  • Henkel, H., 2005, ‘Between Belief and Unbelief Lies the Performance of Salāt: Meaning and Efficacy of a
    Muslim Ritual
    , “The Journal of the Royal Anthropological Institute”, 11:3, pp. 487 – 507.
  • Simon, Gregory M., 2009, The Soul Freed of Cares? Islamic Prayer, Subjectivity, and the Contradictions of MoralSelfhood in Minangkabau, Indonesia, “American Ethnologist”, 36:2, pp. 258 – 275.
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