Identità, indipendenza, confini: storie della diaspora Kashmiri

Nel suo libro Comunità Immaginate, Benedict Anderson descrive i moderni stati nazione come «imagined political comunity[-ies] – and imagined as both inherently limited and sovereign.» Un costrutto artificiale, immaginato in quanto nemmeno i membri della più piccola nazione si conosceranno mai fra loro, o si vedranno mai o sentiranno mai parlare della maggior parte di questi, eppure «in the minds of each lives the image of their communion» (Anderson, 1983: 6). Una definizione che con poche o nessuna modifica possiamo applicare anche a gruppi identitari di ispirazione etnica, politica o religiosa, a singole comunità interne a uno o più stati. Ma cosa accade quando queste comunità immaginate attraversano i confini di un singolo stato? Come si costruisce l’identità nella diaspora da un paese in conflitto?

Il Kashmir: un territorio conteso

Le radici dell’attuale conflitto nella regione del Kashmir1Per maggiore chiarezza si è scelto di utilizzare il termine Kashmir per definire esclusivamente lo spazio transnazionale composto da Aksai Chin, Azad Kashmir (o Azad Jammu & Kashmir), e Jammu e Kashmir, mentre le regioni interne saranno indicate con lo specifico nome politico-geografico o in riferimento allo stato di appartenenza. Inoltre, sarà utilizzato Jammu e Kashmir unicamente in riferimento al territorio sotto l’effettiva amministrazione indiana, benché l’India consideri anche l’Azad Kashmir parte di questo. possono esser fatte risalire alla secessione tra India e Pakistan nel 1947. Il Kashmir, principato governato da un maharajah induista, ma la cui popolazione è a maggioranza di confessione islamica, si trova diviso tra i due stati. All’India è assegnata la regione del Jammu e Kashmir, divisa in tre distretti: la divisione della Valle del Kashmir (confinante con l’Azad Kashmir), quella del Jammu e quella del Ladakh. Tra queste, la prima è quella maggiormente oggetto di contestazione e di tensioni, e principale teatro di violenza. La regione dell’Azad Kashmir, letteralmente “Kashmir liberato”, a seguito degli scontri tra il 1947 e il 1948 tra gli attivisti musulmani e l’esercito indiano, è annesso al Pakistan, pur detenendo una formale autonomia. L’attuale linea di confine è stabilita dalle Nazioni Unite alla fine della prima guerra tra Pakistan e Unione Indiana, nel 1949. Da allora la regione è stata continuo teatro di tensione tra i due stati, destabilizzando l’equilibrio geopolitico dell’intera regione centro asiatica.

Kashmir
Regione del Kashmir

Altri elementi di destabilizzazione sono costituiti dalla vicina regione del Gilgit-Baltistan: venduta dai Britannici nel 1846 all’allora maharajah del Jammu (nonché futuro maharajah del Kashmir, Gulab Singh) ha sostenuto oltre un secolo di lotta d’indipendenza conclusasi con l’assegnazione al Pakistan (Sökefeld, 2015: 252). Tuttavia, l’India rivendica ancora tale territorio come parte della propria regione del Jammu e Kashmir. Infine, a seguito del conflitto sino-indiano, nel 1964 l’Aksai Chin è annesso alla regione autonoma cinese del Xinjiang (Spence, 1990: 588). Ad oggi, il conflitto tra India e Cina non è ancora formalmente concluso: gli attuali confini non sono riconosciuti dall’India, che a sua volta rivendica il territorio dell’Aksai Chin.

Il conflitto in Kashmir vede coinvolti attori locali, internazionali e transnazionali. Attualmente due sono le principali direttrici degli scontri. La prima è originata dalla forte presenza musulmana nel Kashmir indiano. Questa e il contestuale sviluppo di movimenti secessionisti hanno creato un clima di sospetto e di tensione nei rapporti con il governo di Nuova Deli, sfociati in episodi di aperta violenza e di attentati di stampo terroristico. La seconda è invece costituita dal conflitto internazionale tra India e Pakistan per la ridefinizione dei confini. È tuttavia difficile tracciare una linea di separazione netta tra i due conflitti, o leggerli in modo indipendente l’uno dall’altro. Ciò è evidente soprattutto nel ruolo svolto dal Pakistan a sostegno delle rivolte in Jammu e Kashmir negli anni ’80 e ’90.

Allo stesso modo, non è possibile scindere i movimenti indipendentisti o annessionisti sviluppatisi in India da quelli presenti in Azad Kashmir, sia per la rete di legami esistenti, sia per le somiglianze culturali, generazionali, a livello di istruzione e di provenienza sociale dei rispettivi militanti. Nel suo articolo Guns ‘n’ poses: The new crop of militants in Kashmir, Masood descrive attraverso alcune biografie la nuova generazione degli affiliati al movimento Hizbul Mujahideen, attivo in Jammu e Kashmir: giovani, provenienti da famiglie agiate, con un’istruzione spesso universitaria.

«Burhan belongs to a wealthy, educated family of Tral. His father Muzaffar Ahmad Wani is a school principal, his mother Maimoona Muzaffar is a science postgraduate and teaches the Quran, his brother Khalid, who was killed allegedly by the Army in April this year when he went to meet Burhan in the forests, was a postgraduate in commerce, and his two other siblings go to school. It’s a profile that’s common to most young local militants.» (Masood, 2015).

La giovane età dei militanti è salita alla cronaca soprattutto durante gli scontri del 2010, tanto da essere definito the year of killing youth2Burhan, ad esempio, si è unito al movimento Hizbul Mujahideen all’età di 15 anni.(Duschinski and Hoffman, 2011: 8).

Dall'articolo di Masood: alcuni membri del movimento Hizbul Mujahideen
Dall’articolo di Masood: alcuni membri del movimento Hizbul Mujahideen

I movimenti locali, di ispirazione annessionista o indipendentista, giocano da sempre un ruolo fondamentale dal punto di vista identitario. In un quadro così complesso com’è quello della regione del Kashmir, non è possibile definire un movimento unitario3Tra quelli che hanno avuto un ruolo di primo piano negli scontri post 1949: il Jammu e Kashmir Liberation Movement (diviso a sua volta tra diverse fazioni), il Jammu e Kashmir National Liberation Front, l’Azad Kashmir Plebiscite Front e il suo corrispettivo in Jammu e Kashmir., ma possiamo identificare tra questi gruppi due principali tendenze: l’indipendenza dell’intera regione del Kashmir (sebbene taluni escludano i territori dell’Aksai Chin) e l’annessione del Jammu e Kashmir indiano al Pakistan (o della sola divisione della Valle del Kashmir). Tra i gruppi d’ispirazione indipendentista e nazionalista, un ruolo di primaria importanza sul piano politico è ricoperto dal Plebiscite Front in Azad Kashmir. Il movimento fa riferimento al referendum di autodeterminazione, mai attuato, previsto dalla risoluzione ONU sul Kashmir (Subbiah, 2004: 177). Tuttavia, se nel testo della risoluzione il referendum avrebbe previsto come uniche scelte la riunificazione del Kashmir sotto India o sotto Pakistan, l’Azad Kashmir Plebiscite Front sostiene invece l’attuazione di un referendum per l’indipendenza.

Diaspora e identità

La diaspora della popolazione Kashmiri ha una storia che inizia ben prima dell’indipendenza di India e Pakistan. Durante la dominazione Dogra (1752-1819), la Valle del Kashmir è stata oggetto di una forte emigrazione, perlopiù diretta verso il vicino stato del Punjab. Questa rotta migratoria ha permesso di costruire una rete di legami familiari e sociali che nel corso del tempo si sono sedimentati ed hanno permesso di ripercorrerla durante il periodo di carestia tra 1877 e 1879 (Rollier, 2011: 84). Oltre alle migrazioni storicamente affermate verso Lahore, Amritsar, Sialkot… fin dagli anni che hanno preceduto lo scoppio del primo conflitto Indo-Pakistano, il Kashmir ha assistito ad una vera e propria diaspora, ancora in crescita, verso l’Europa. Si stima, ad esempio, che nel 2005 il 70% della popolazione pakistana residente nel Regno Unito fosse originaria dell’Azad Kashmir (Sökefeld, Bolognani 2011: 111).

Kashmir

Com’è descritta la propria identità da parte degli espatriati del Kashmir? Quali sono i legami con un territorio d’origine in movimento, caratterizzato da spinte secessioniste e al confine tra pace e guerra? Le risposta fornite dagli intervistati 4Si tratta di ragazzi e ragazze, uomini e donne, nati e cresciuti in Gran Bretagna da famiglie di immigrati provenienti dall’Azad Kashmir che hanno trascorso un periodo di tempo variabile in Pakistan, generalmente per visite a membri della famiglia, matrimoni o viaggi di piacere.da Gill Cressey nel suo lavoro etnografico su diaspora, identità e ritorno costituiscono un interessante spunto. Seguono tre brevi riflessioni tratte dal libro di Cressey inerenti identità e appartenenza nazionale:

«MAZHAR (M): Oh God, that question, the tick box question, I always have problems with this one. Pakistani or Kashmiri for the ethnicity box I suppose, both really and British for nationality usually. But it would be best if I never had to choose between boxes or live in boxes at all.

HAROON (M): When I’m in Pakistan I say I’m Pakistani, in Britain I say British. It depends like who you’re talking to, where you are and why you think they’re asking. The way I see it patriotism and things like that I don’t believe in really. The world’s big with so many different countries, you don’t have to be patriotic to where you travel to or even live. It’s more about your self. If I restrict myself to be only Pakistani well then you don’t learn the British culture. Generally if when you’re talking to people its arrogant and ignorant ‘I’m this’ ‘I’m that’. When you go there to Pakistan you go to see family not to sing the national anthem. The same here, you don’t come back here to bow down to the Queen sort of thing.

PARVEEN (F): I feel British when I’m surrounded by British people, but I feel Pakistani with Pakistanis and Kashmiri with Kashmiris.» (Cressey, 2006: 78-79)

Le risposte sono espressione di identità fluide, mutevoli. Taluni percepiscono una distinzione tra il proprio essere Kashmiri e il proprio essere Pakistani, per altri queste due identità si sovrappongono in opposizione o complementarietà a quella britannica. Colpisce come qualcosa di generalmente percepito come immutabile quale la propria identità vari invece in base al luogo o al contesto in cui si è immersi, mentre la condizione di migranti costituisce un ulteriore elemento di variabilità.

Kashmir
No India, no Pakistan

Dal Kashmiriyat all’Islam globale e ritorno

Come ricordato da Snedden e Sökefeld (Snedden 2012, Sökefeld 2013) il territorio del Kashmir è stato caratterizzato, sin da prima della divisione, da una grande diversità e autonomia interna. Inoltre, i confini stessi del Jammu e Kashmir sono il risultato diretto della politica coloniale britannica in India, che ha portato all’aggregazione dei territori appartenenti alle tre attuali divisioni e dell’Azza Kashmir sotto un’amministrazione unica. Sökefeld lo definisce come una terra di «dispute and diversity», definizione che poteva essere applicata anche in ambito religioso. Infatti, solo negli ultimi anni si sta assistendo ad una progressiva radicalizzazione, che dalla regione dell’Azad Kashmir si sta gradualmente estendendo alla Valle del Kashmir, della comunità musulmana sunnita. Al contrario, la storia della regione ci presenta una comunità musulmana aperta, influenzata da pratiche Sufi e Indu (Happymon, 2017: 45). È proprio a questa apertura che Happymon fa riferimento quando parla di Kashmiriyat: un’identità comunitaria fondata sul sincretismo religioso invece che sulla specificità. Per Rollier, «a set of supposedly distinct traditions sustaining a syncretic, cohesive, and immutable Kashmiri cultural identity», l’essenza e identità del popolo Kashmiri (Rollier, 2011: 97).

Il passaggio dal Kashmiriyat a un’identificazione con la comunità musulmana globale, sembra essere un passaggio obbligato tra la diaspora Kashmiri. Quest’idea di appartenenza con una comunità più ampia, piuttosto che Kashmiri o Pakistana, appare nelle ricerche realizzate da Bolognani e Sökefeld sulla mobilitazione politica nella diaspora Kashmiri in Gran Bretagna, svolte con uno sguardo privilegiato agli immigrati di seconda generazione (Bolognani, Sökefeld, 2011). Dai loro studi è emersa una partecipazione politica diversificata quanto elitaria, e un’identità musulmana che prevale sulle altre tra le ordinary people”:

«I mean, I consider myself as Kashmiri but because it belongs to Pakistan, I mean, I don’t know. There’s too much politics. Well, obviously our first identity would be Muslim. And we were born British.» (A girl from Bradford holidaying in Mirpur in May 2008) (Bolognani, Sökefeld, 2011: 126)

“Tral the land of martyrers” dall’articolo di Masood

Tuttavia, se ad un primo sguardo si osserva un graduale abbandono dell’identità Kashmiri in favore di un’identità britannica o di un’appartenenza religiosa globale, andando ad indagare nelle stesse città le pratiche di associazionismo riemerge invece il ruolo attivo dei territori d’origine nelle vita quotidiana degli emigrati. Tra Birmingham e Bradfort, terreni di studio di Sökefeld, sono contestualmente cresciute associazioni d’ispirazione nazionalista, più o meno attive politicamente, quali la Kashmiri Workers Associations, l’Association of British Kashmiris, lo United Kashmir Liberation Front, oltre a essere oggetto di una rilevante presenza di attivisti indipendenti (Bolognani, Sökefeld, 2011: 112).

Sono identità variabili e sovrapposte a formare la comunità immaginata della diaspora Kashmiri. La sospensione del processo di autodeterminazione auspicato dall’ONU non ha fermato le istanze indipendentiste e secessioniste nella regione, né l’identificazione con la comunità musulmana globale ha impedito la formazione di gruppi di appartenenza etnica-nazionale nei luoghi della diaspora. In un territorio caratterizzato da un secolo di instabilità e confini non definiti, le stesse identità non possono essere limitate entro classificazioni fra loro esclusive, ma, mutevoli, trovano espressioni diverse e diversamente si adattano ai momenti sociali dell’esistenza del singolo. Kashmiri, Britannica, Pakistana, non una sola comunità di appartenenza, ma molteplici, che si alternano o si intersecano per formare una più ampia «appartenenza immaginata».

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Sitografia:

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