Homo sapiens familiaris, o come il cane ha addomesticato l’uomo

Riflessione sul concetto di domesticazione in antropologia.
Con domesticazione si intende quel processo che permette alla nostra specie di convivere con altre specie, e di controllarle a proprio vantaggio, fino a modificarne il comportamento e la fisiologia stessa.
La prima specie a subire un processo di domesticazione, ben prima della scoperta dell’agricoltura, è stata il lupo grigio: Canis lupus. Le teorie sull’inizio di questo fenomeno sono molteplici: sebbene sia diffusa la teoria secondo la quale il processo avrebbe avuto inizio circa 15000 anni fa, il genetista Pontus Skoglund, della Harvard Medical School di Boston, arriva a retrodatarlo fino a 35000 anni or sono.

Stiamo parlando di un fenomeno complesso e decentralizzato, avvenuto contemporaneamente in diverse aree del pianeta, anche geograficamente distanti tra loro. Il compito inizialmente affidato a questi animali non è difficile da immaginare: vennero impiegati soprattutto per la caccia. Nei millenni, la selezione artificiale ha portato il cane ad essere ciò che è ora: Canis lupus familiaris, una specie che si è adattata fisiologicamente ai nostri bisogni, per assolvere i compiti più disparati.

Ma l’evoluzione del cane non è stata solo fisiologica, come nel caso della maggior parte delle specie animali addomesticate, ma anche strettamente psicologica: la ricerca di Brian Hare, del dipartimento di antropologia dell’università di Harvard, dimostra che il cane ha sviluppato una capacità di interpretazione dello sguardo, della mimica e dei gesti umani (soprattutto quando questi indicano la presenza di cibo) superiori a quella del lupo e addirittura dello scimpanzé.

Ma c’è di più: non è stato soltanto l’uomo a cambiare il cane, ma anche il cane a cambiare l’uomo. Questo è ciò che sostiene l’antropologo Pat Shipman, della Pennsylvania State University: la domesticazione del cane è infatti stata un passo fondamentale nella storia della nostra specie, in quanto ha rappresentato uno dei fattori che ha permesso al moderno Homo sapiens di prevalere rapidamente sull’ Homo neanderthalensis.

Il vantaggio tattico dovuto alla domesticazione del cane è stato notevole, in quanto ha permesso ai nostri antenati di procurarsi con maggior facilità la cacciagione di cui avevano bisogno, aumentando le loro possibilità di sopravvivenza. L’uomo di Neanderthal, non avendo acquisito la capacità di addomesticare i cani, si è trovato in considerevole svantaggio rispetto ai nostri antenati sapiens, e forse è stato portato all’estinzione anche per questo motivo.

Questo renderebbe la domesticazione del cane di importanza pari alle altre grandi scoperte della preistoria, come la scoperta del fuoco, della ruota e della più straordinaria forma di domesticazione mai messa in pratica dalla nostra specie: l’agricoltura.
La conclusione è tanto semplice quanto intrigante: siamo diventati quello che siamo anche grazie alla domesticazione del cane.

Le ricerche di Shipman ci portano infine ad una riflessione interessante: contrariamente al pensiero comune, la domesticazione non si tratta di un processo unilaterale, come una mentalità prettamente antropocentrica potrebbe spingerci a supporre. Ogni specie addomesticata dall’uomo ha influenzato, in maniera più o meno determinante, la cultura, le abitudini e lo stile di vita di ogni popolazione: basti pensare ad esempio alla profondissima influenza che la domesticazione del mais ha avuto nella religione, nella mitologia e nell’arte delle culture precolombiane dell’America centrale; o alla tolleranza al lattosio, che compare in media con maggiore frequenza nelle popolazioni con un passato da allevatori di bovini.
Un chiaro esempio, quest’ultimo, di coevoluzione genetico-culturale, termine introdotto dai biologi per riferirsi a sistemi in cui due specie sono ciascuna una parte importante dell’ambiente dell’altra, sicché i cambiamenti evolutivi in una specie inducono modifiche evolutive anche nell’altra (BOYD R. – RICHARDSON P.J. 2005 pp. 191-194)

Leggendo la domesticazione in un’ottica non antropocentrica, non è difficile arrivare a considerare anche l’evoluzione stessa da questo punto di vista, spogliandola di qualsivoglia finalismo. E’ erroneo e fuorviante considerare l’Homo sapiens come il prodotto finale di un processo evolutivo lineare: siamo invece una delle infinite possibilità frutto di un processo molteplice e vario, in costante mutamento.
Questo, nella nostra presunzione di specie dominante sul pianeta, tendiamo fin troppo spesso a dimenticarlo.

Fonti:
– https://www.focus.it/ambiente/animali/il-lupo-capisce-l-uomo-e-diventa-cane
https://www.focus.it/cultura/storia/fu-il-cane-a-far-vincere-l-homo-sapiens-nella-competizione-col-neanderthal-27062012-2341
https://www.focus.it/cultura/storia/fu-il-cane-a-far-vincere-l-homo-sapiens-nella-competizione-col-neanderthal-27062012-2341
– BOYD R. – RICHARDSON P.J. (2005) Not By Genes Alone: How Culture Transformed Human Evolution, University of Chicago Press

-Filippo Zoccola

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Filippo Zoccola

Nato nel 1996 a Rassina (Arezzo), studia Antropologia, religioni e civiltà orientali all'Università di Bologna. Scopre l'antropologia al liceo, grazie ad una professoressa illuminata. Si interessa soprattutto di americanistica.

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