Gli Yanomamö e la geografia del tempo

Quando spazio e tempo si sovrappongono

Nella concezione cronologica occidentale il tempo è percepito come lineare, e dunque come misurabile, spendibile ed economizzabile.

Altre civiltà hanno sviluppato una concezione ciclica del tempo, secondo la quale il mondo e la storia sono soggetti ad una sequenza infinita di eventi, ripetuti secondo uno schema simile.

Nella cultura Yanomamö si è invece sviluppata una curiosa concezione geografica del tempo. Ma per arrivare a comprenderla sono necessarie due digressioni: una sulla cultura e sullo stile di vita degli Yanomamö e una sulla loro lingua.

Chi sono gli Yanomamö? Tenterò una sommaria e parziale descrizione: gli Yanomamö sono una popolazione amazzonica di poche decine di migliaia di individui, che vive nelle foreste al confine tra Venezuela e Brasile.

I loro contatti col mondo occidentale si sono fatti più frequenti a partire dagli anni ’50 del ‘900, periodo in cui si verificò un grande afflusso di missionari cattolici ed evangelici nel loro territorio. Non è chiaro come e quanto il colonialismo abbia influenzato la loro cultura e il loro stile di vita nei secoli precedenti ma, nonostante il forte isolamento geografico, non si può ritenere plausibile un totale isolamento degli Yanomamö da un punto di vista culturale.

Questa popolazione era perfettamente cosciente della presenza di coloni occidentali al di fuori del proprio territorio: è celebre il caso del rapimento della giovanissima Helena Valero per mano degli Yanomamö, avvenuto negli anni ’30, ben prima dell’ondata missionaria. La donna visse presso una cultura che le era completamente estranea per oltre 20 anni, prima di riuscire a fare ritorno a casa.
Il fatto è stato documentato dall’italiano Ettore Biocca, nel suo libro Yanoama.

Fino a non troppi decenni fa, lo stile di vita Yanomamö è stato seminomade: i loro villaggi, gli shabono, venivano distrutti e ricostruiti periodicamente in aree diverse; queste abitudini seminomadi erano associate all’agricoltura a debbio, che consiste nella distruzione di aree di terreno forestale mediante il fuoco, per fertilizzarle e in seguito coltivarle.

Per quanto riguarda la lingua Yanomamö, appartiene ad una famiglia linguistica molto ristretta, priva di qualsiasi sistema di scrittura prima dell’introduzione dell’alfabeto latino, avvenuta a metà ‘900.
Nel lessico della lingua Yanomamö esiste un termine specifico per indicare, nel dettaglio, qualsiasi momento nella vita di una persona; in maniera simile, è stato sviluppato un lessico altrettanto variegato per descrivere i diversi stadi di crescita di piante e animali.
Riporto alcuni esempi di termini Yanomamö riguardanti gli stadi della vita umana:

Ihiru Bambino, senza distinzione di sesso
Horeaö Gattonare, quando un bambino inizia a camminare
Oshe Ragazzo, senza distinzione di sesso
Suhebä Ukaö Ragazza adolescente che inizia a sviluppare il seno
Yawäwä Ragazzo che si lega il pene alla corda dei fianchi (pratica concessa solo da una certa età in poi, in quanto segno di maturità)
Yiiwä Ragazzo adolescente che inizia ad avere muscoli più robusti
Suwä harö Ragazza in procinto di raggiungere l’adolescenza
Moko dude Ragazza post-adolescente senza figli
Suwä pata
Donna matura
Waro pata
Uomo maturo
Patayoma
Donna anziana
Rohode
Uomo anziano

E qui arriviamo alla concezione Yanomamö del tempo, strettamente legata tanto alla loro lingua quanto al loro stile di vita seminomade: quando uno Yanomamö dovrà far riferimento ad un periodo specifico della propria vita, al passato, molto probabilmente pronuncerà una frase simile:
«Quando ero Yiiwä , mi trovavo a Bisaasi-teri».

Yiiwä, come abbiamo già detto, si tratta di una specifica età della vita (quella in cui un ragazzo inizia a irrobustirsi), mentre Bisaasi-teri si tratta di una specifica località (per la precisione, quella in cui il controverso antropologo americano Napoleon Chagnon iniziò la ricerca di campo per la sua tesi di dottorato).
Uno Yanomamö appartenente alla stessa tribù di colui che parla, mettendo in relazione l’età del soggetto nel passato (in questo caso, Yiiwä) con il luogo in cui la comunità si era stabilita in quel periodo (in questo caso, Bisaasi-teri) riesce più o meno a farsi un’idea di quanto tempo è passato da allora.

Chagnon parla di questa concezione del tempo nel suo libro Tribù Pericolose: «La dimensione geografica, piuttosto che il tempo, sembrava rappresentare il loro calendario. […] Il luogo di nascita, quello in cui le donne avevano avuto le loro prime mestruazioni, i luoghi in cui le persone muoiono erano le prime cose che imparai a domandare quando operai i miei censimenti. […] All’interno del loro schema gli eventi significativi della vita di ciascun individuo erano associati con dei luoghi precisi. […] Nella vita degli Yanomamö la geografia assumeva un ruolo centrale, in modo differente rispetto al tempo.»

Creativamente, senza bisogno di calendari né di sistemi di scrittura, gli Yanomamö sono riusciti a sviluppare un sistema per comprendere e descrivere lo scorrere del tempo, mettendolo in relazione con i punti di riferimento dello spazio e con lo sviluppo del corpo umano.
Un mirabile esempio di ingegno e di spirito di adattamento, che ci porta a riflettere su quanto la nostra stessa concezione di tempo sia relativa e niente affatto scontata.

Fonti:
_ CHAGNON N. (2014) , Tribù pericolose – la mia vita tra gli Yanomamö e gli antropologi, Il Saggiatore, Milano.
_ BIOCCA E. (1965) Yanoama – dal racconto di una donna rapita dagli indi, Leonardo da Vinci, Bari.

-F. Zoccola

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Filippo Zoccola

Nato nel 1996 a Rassina (Arezzo), studia Antropologia, religioni e civiltà orientali all'Università di Bologna. Scopre l'antropologia al liceo, grazie ad una professoressa illuminata. Si interessa soprattutto di americanistica.

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